24 Maggio 2012

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Un solo popolo iracheno

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Baghdad, 14. "La comunità irachena è un corpo unico":  all'ondata di violenze perpetrata dagli estremisti islamici, leader cristiani e musulmani rispondono con un'unica voce, esprimendo la volontà di fare fronte comune contro i tentativi di sradicare dal territorio dell'Iraq la presenza delle minoranze. In un incontro dal titolo "The Religions' Dialogue", svoltosi ieri, i rappresentanti del Sunni endowment e del Christian endowment in Iraq, Ahmed Abdul Ghafour al-Samarrai e Abdullah al-Naftali, hanno affermato con forza che gli attentati e le altre forme di attacchi non saranno capaci di dividere la nazione usando come pretesto la religione. Si è trattato del primo incontro tra i due organismi, che ha avuto luogo presso la moschea di Um al-Qura.
Nel Paese sono ancora aperte le ferite per l'attentato compiuto ai danni della chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, a Baghdad, lo scorso ottobre, e per quelli più recenti avvenuti a fine anno contro le abitazioni di cristiani in diversi quartieri della capitale. "La comunità irachena - ha sottolineato Ahmed Abdul Ghafour al-Samarrai - è  un  corpo  unico. Se  la  parte  cristiana di questo corpo soffre, il resto del corpo reagirà. Il sangue iracheno è sacro e non si può oltrepassare la linea rossa".
La serie degli ultimi attacchi è stata rivendicata dal cosiddetto "Stato islamico iracheno", che ha intimato ai cristiani di lasciare il Paese. Anche il presidente sunnita del Parlamento iracheno, Osama al- Nujaifi, ha ribadito recentemente la linea della fermezza e dell'unità:  "Non consentiremo nessun tentativo di attentare alla coesione del popolo iracheno. I cristiani sono una componente fondamentale della nostra società e le loro sofferenze sono quelle dell'intero popolo".
Da  parte  sua, il  rappresentante del Christian endowment, Abdullah al-Naftali, ha voluto porre l'accento sul contributo alla costruzione della pace che da sempre caratterizza l'impegno della comunità cristiana:  "I cristiani in Iraq non sono nemici di nessuno e mai alcuno ha alzato le armi e ha mai combattuto per costringere i musulmani ad abbandonare le loro case". In particolare, il leader cristiano si è voluto riferire all'esodo delle famiglie cristiane verso altri luoghi in Iraq considerati più sicuri o addirittura in altri Paesi, come la Giordania o la Siria. Un migliaio di nuclei familiari - secondo le stime delle Nazioni Unite - si sono diretti verso il nord dell'Iraq a seguito dell'attentato alla chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. La difficile situazione dei profughi era stata, lo scorso novembre, al centro di un incontro dei vescovi caldei dell'Iraq che avevano chiesto una fatwa alle autorità religiose musulmane "per aiutare a chiarire che le violenze contro i cristiani sono illegittime e contrarie ai principi della religione islamica". La richiesta era stata accompagnata anche dall'appello ai cristiani a non fuggire dall'Iraq. In un altro intervento, l'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei, Louis Sako, ha evidenziato che "nel Vicino Oriente i cristiani vivono come cittadini autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri ed è naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto e anche di libertà nel campo dell'educazione e nell'uso dei mezzi di comunicazione".


(©L'Osservatore Romano - 15 gennaio 2011)


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