23 Maggio 2012

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Israele, la "strana" calma che vivono i cristiani

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66b479b0eb Paolo Zanini

All’interno dello Stato ebraico la realtà dei cristiani appare assai diversa rispetto a quella dei limitrofi paesi arabi. In Israele, infatti, la loro presenza, per quanto piccola e in costante declino percentuale sul totale della popolazione, aumenta da un punto di vista numerico e si differenzia per quanto riguarda la provenienza. Un simile trend appare confermato dai dati demografici riguardanti la popolazione cristiana residente nello Stato diffusi dall’Ufficio centrale di statistica in occasione delle recenti festività natalizie. I dati, che non comprendono i numerosi lavoratori stranieri, dotati di un permesso solo temporaneo, e, a quanto è dato capire, neppure i cristiani arabi residenti a Gerusalemme est (compresa la città vecchia), privi di cittadinanza israeliana anche se residenti in territori formalmente annessi, parlano, infatti, di 154.500 persone.

Un numero significativo, per quanto estremamente modesto, superiore al 2% della popolazione Ancor più significativa appare, però, la composizione della popolazione cristiana. Se l’80% di essa è infatti costituito da arabi palestinesi, particolarmente numerosi nelle zone settentrionali del paese, loro tradizionale zona di insediamento, e in particolare a Nazareth, appare significativo che il 20% della popolazione cristiana israeliana sia costituita da fedeli di altra provenienza. Un dato impensabile solo pochi anni fa.

Ancor più significativo appare, però, confrontare i dati di emigrazione dei cittadini cristiani. Essi, infatti, sono più alti della media nazionale. Anche qui bisogna fare una differenza: mentre sono molto elevati tra i palestinesi con passaporto israeliano, diminuiscono molto nell’altra componente, composta prevalentemente da ebrei convertiti o da congiunti cristiani di cittadini ebrei, particolarmente numerosi nel caso degli immigrati in Israele in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Notizie meno positive, d’altra parte, arrivano da alcune recenti decisioni dei vertici politici e giudiziari dello Stato ebraico. Due, in particolare, appaiono le decisioni che hanno suscitato sconcerto nelle gerarchie cristiane e cattoliche del paese. La prima riguarda una legge estremamente restrittiva in fatto di immigrazione, varata dal Parlamento israeliano per cercare di bloccare le frequenti infiltrazioni di migranti africani (in particolare sudanesi e provenienti dal Corno d’Africa) che entrano nei territori dello Stato ebraico, passando dal Sinai. La legge, che ha suscitato durissimi commenti in Israele da parte della stampa e dell’opinione pubblica liberal, prevede prolungate pene detentive per i migranti e, addirittura, per chi presti loro aiuto. Nella stessa direzione pericolosamente illiberale sembra muoversi anche una recente sentenza della Corte suprema di Gerusalemme che stabilisce la legittimità costituzionale di un provvedimento legislativo, fino a ora considerato emergenziale, che di fatto nega la concessione della cittadinanza israeliana a congiunti di cittadini israeliani provenienti da paesi e territori arabi, considerati ostili. Una norma, volta a preservare l’ebraicità dello Stato e a impedire un’invasione demografica silenziosa dalla Cisgiordania e da Gaza, di cui sono però evidenti i limiti di legittimità liberaldemocratica, contro la cui applicazione ha preso fermamente posizione anche il portale del Pontificio istituto missioni estere Asianews.  
 
Più positive, anche se sostanzialmente stazionarie, rimangono invece le trattative diplomatiche tra Santa Sede e governo israeliano. Esse riguardano le esenzioni fiscali e il regime tributario cui vengono sottoposti i beni ecclesiastici presenti all’interno dei confini statuali, l’annoso problema dei visti per i religiosi stranieri e, infine, la secolare questione del Cenacolo.

Rispetto a questo significativo e antico insieme di rivendicazioni il nunzio apostolico in Israele, monsignor Antonio Franco, ha sottolineato ancora recentemente la possibilità di una positiva e rapida evoluzione, in particolare per quanto riguarda il Cenacolo, ribadendo, però, come la realizzazione di un accordo non sia ancora imminente.

Nel complesso i rapporti tra mondo cattolico e Israele, pur riequilibratisi nel corso degli ultimi anni, sembrano soffrire della involuzione confessionale che sta attraversando la società israeliana. Non mancano, però, segnali positivi, primo tra tutti la sostanziale libertà religiosa che, nonostante una simile deriva, continua a venire pienamente garantita all’interno dei confini dello Stato ebraico. 

© http://vaticaninsider.lastampa.it - 30 gennaio 2012


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