23 Maggio 2012

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Il Messaggio di Natale del patriarca di Gerusalemme: falliti i tentativi di pace, ma la speranza è ancora viva

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Un appello di pace per tutta la Terra Santa: lo ha lanciato questa mattina il patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal nel tradizionale Messaggio per il Natale. Ce ne parla Sergio Centofanti:


Pace per tutti gli abitanti della Terra Santa: per gli israeliani e i palestinesi, per i cristiani, i musulmani, gli ebrei e i drusi: è l’augurio natalizio del patriarca di Gerusalemme che non nasconde le difficoltà: “i nostri sogni di una riconciliazione … sembrano essere un’utopia – afferma - nonostante i lodevoli sforzi da parte di politici e di uomini di buona volontà … tutti i tentativi volti a raggiungere la pace, sia da parte palestinese che israeliana, sono falliti”: “i palestinesi non hanno ancora un proprio Stato”, soffrono per l’occupazione, la difficile situazione economica, la distruzione di numerose abitazioni, la separazione di molte famiglie per il muro costruito dagli israeliani, l’inquinamento delle acque. Gerusalemme rischia di diventare una città «esclusiva» anziché universale. D’altra parte, gli Israeliani “vivono in una grande paura che impedisce loro di prendere decisioni coraggiose per porre fine al conflitto”. “Tuttavia – prosegue Twal - la nostra speranza è ancora viva. La speranza è la capacità di «vedere Dio in mezzo alle difficoltà»…Ci sono alcuni segni positivi”: il blocco parziale per la costruzione degli insediamenti e la rimozione di oltre cinquanta checkpoints in Cisgiordania; la generosità della comunità internazionale, col suo sostegno finanziario, è un grande segno di speranza. E poi la visita del Papa nel maggio scorso sta portando i suoi frutti: il massiccio afflusso di pellegrini, la costruzione a Betlemme di una nuova Clinica Pediatrica, intitolata a Benedetto XVI, il progetto dell’Università di Madaba in Giordania, la cui prima pietra è stata benedetta dallo stesso Pontefice, la costruzione a Gerusalemme di un complesso residenziale per 72 giovani coppie, la convocazione di un Sinodo per il Medio Oriente che si terrà nell’ottobre 2010, la beatificazione di suor Marie Alphonsine, nata a Gerusalemme e fondatrice della Congregazione delle Suore del Rosario. “Il dono più grande che possiamo desiderare, più del denaro e della ricchezza – afferma Twal - è quello della pace…La pace è un dono di Dio agli uomini di buona volontà. Dobbiamo guadagnarcelo”. Il patriarca di Gerusalemme conclude con la profezia di Isaia nella speranza che un giorno gli abitanti di questa terra “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci”. Ma sulla speranza che prevale sulle difficoltà del momento presente, ascoltiamo lo stesso Fouad Twal, al microfono di Sara Fornari:

R. – Sì, questi segni contraddittori e difficili non devono farci disperare. Noi siamo più forti della paura, della disperazione. Ci sono altri lati positivi. Il nostro seminario è pieno e il numero crescente di turisti e pellegrini che vengono da tutto il mondo danno un senso di solidarietà fantastico. Prima di noi anche il Signore ha sofferto e non è riuscito in tutto. Prima di noi ha pianto per Gerusalemme. Ma noi non dobbiamo abbassare le braccia e disperare.

D. – Pochissimi giorni fa lei ha visitato la comunità di Gaza...

R. – Gaza è una città che soffre. Adesso uno dei problemi più gravi, oltre al blocco economico che perdura, è la contaminazione dell’acqua potabile. Ci sono un milione e mezzo di persone a Gaza che rischiano di ammalarsi se bevono quest’acqua. La comunità cristiana sembra rassegnata, nel senso che l’anormale per loro diventa normale. In questi giorni aspettano il permesso per uscire da Gaza. Noi chiediamo all’autorità israeliana i permessi perché i cristiani di Gaza possano venire a pregare con noi a Betlemme. In questi giorni possono andare a visitare i familiari, magari i familiari malati… è l’unica occasione per incontrarsi. Speriamo che il governo d’Israele rilasci i permessi prima di Natale.
 
D. – La visita del Santo Padre è stata un segno forte di vicinanza a questa popolazione. Speriamo che anche questo Natale sia un incoraggiamento per tutti alla pace...
 
R. – Sì, Natale è l’occasione di vedere Gesù con noi, di fare più comunione nella Chiesa, nelle famiglie, tra gli amici; è un’occasione per sottolineare la solidarietà di tutto il mondo. Natale è Natale e dobbiamo viverlo non nella sua dimensione esteriore ma nel suo messaggio spirituale ed interiore, che tocca ciascuno di noi: è un messaggio di pace, di calma, di serenità, di cui abbiamo tanto, tanto bisogno.

© Radio Vaticana - 22 dicembre 2009



segue l'intero messaggio

Messaggio di Natale 2009

Per cominciare, vorrei dare il benvenuto a tutti i giornalisti qui presenti. Vi ringrazio per il bello, ma allo stesso tempo difficile lavoro d’informazione quotidiana che svolgete.  Nel compierlo cercate la verità, impegnandovi a servirla. Molti giornalisti hanno pagato e continuano a pagare di persona per il servizio reso alla verità. L’informazione non è neutrale. Essa possiede una vera e propria dimensione etica, svolgendo una funzione di formazione. Informare i lettori su quanto sta accadendo nel mondo significa aiutarli a farsi un quadro obiettivo degli eventi, crescendo in una valutazione critica degli stessi e nella formazione di giudizi morali. Grazie ancora una volta e benvenuti.

Natale si avvicina. In quest’occasione desidero veramente la pace e la grazia per tutti gli abitanti di questa Terra Santa: per gli Israeliani e i Palestinesi, per i cristiani, i musulmani, gli ebrei e i drusi. Rivolgo allo stesso modo questo saluto anche ai nostri fedeli in Giordania e a Cipro, parte della nostra Diocesi di Gerusalemme. La nascita di Cristo ci invita a meditare sui valori fondamentali della pace, della speranza, dell’amore, della condivisione, dell’accoglienza, dell’ospitalità, della compassione e della dignità umana.

1. I nostri sogni di una riconciliazione in Terra Santa sembrano essere un’utopia. Nonostante i lodevoli sforzi da parte di politici e di uomini di buona volontà per trovare una soluzione al conflitto in corso, tutti i tentativi volti a raggiungere la pace, sia da parte palestinese che israeliana, sono falliti. La realtà contraddice i nostri sogni. Ecco alcuni esempi:

A. I Palestinesi non hanno ancora un proprio Stato, in cui poter vivere in pace e in armonia con i loro vicini di Israele. I Palestinesi si trovano ancora a soffrire per l’occupazione, la difficile situazione economica, la distruzione di numerose abitazioni a Gerusalemme Est e per le divisioni politiche interne. Migliaia di persone che vivono a Gerusalemme, a Gaza o nei Territori Palestinesi, separati dalle loro famiglie, sono in attesa di potersi ricongiungere ai loro cari. Un anno dopo la guerra di Gaza, essa soffre ancora per il blocco economico, per la mancanza di libertà di movimento e per le conseguenze dell’inquinamento dell’acqua dolce e del mare, fatto che mette a repentaglio la salute di 1, 5 milioni di cittadini, il 50% dei quali sono di età inferiore ai 14 anni.

B. Lo status finale di Gerusalemme è ancora in discussione. Molti sono i cambiamenti in atto nella Città Santa che, tendendo a fare di Gerusalemme una città «esclusiva», minacciano la sua vocazione ad essere città universale per tre religioni e due popoli. Gerusalemme è chiamata infatti ad essere una città in cui i suoi abitanti coesistano pacificamente. Purtroppo, la moschea di Al Aqsa è stata teatro di recenti scontri tra fondamentalisti ebrei- che hanno tentato di invadere Al Haram Al Sharif - e giovani palestinesi che volevano difendere il loro luogo Sacro. L’impatto di questi spiacevoli avvenimenti non deve essere sottovalutato.

C. Gli Israeliani vivono in una grande paura che impedisce loro di prendere decisioni coraggiose per porre fine al conflitto. Il muro di separazione è l’espressione concreta di questa paura. Speravamo vivamente che il progettato scambio di prigionieri tra Israeliani e Palestinesi si sarebbe potuto realizzare, favorendo lo sviluppo di nuove positive iniziative. Siamo molto delusi dei ritardi che hanno accompagnato questa vicenda.

2. Tuttavia, la nostra speranza è ancora viva. La speranza è la capacità di «vedere Dio in mezzo alle difficoltà». Essa ci spinge a cambiare la realtà in cui ci troviamo. Sperare non significa cedere al male, ma piuttosto affrontarlo (Dichiarazione di Kairos, 2009). In Terra Santa non è tutto senza speranza. Ci sono alcuni segni positivi, come ad esempio:

A. Il blocco parziale per la costruzione degli insediamenti e la rimozione di oltre cinquanta checkpoints in Cisgiordania. Questa decisione da parte dell’esercito israeliano ha decisamente migliorato la libertà di movimento per i Palestinesi e così pure la situazione economica. Certo non è ancora sufficiente, però si tratta di un passo avanti. Ci auguriamo che possano presto seguire altre misure. Inoltre i Palestinesi hanno espresso la loro crescente resistenza in modo non violento, segno di un voler procedere nella giusta direzione.

B. La generosità della comunità internazionale. Il sostegno finanziario della comunità internazionale è un grande segno di speranza. Dopo la guerra di Gaza, i governi, le Chiese e i singoli hanno dato avvio ad una catena di solidarietà. Ringraziamo tutti i donatori ed assicuriamo loro la nostra preghiera in questo tempo di Natale.

C. La visita del Santo Padre nel maggio 2009. Papa Benedetto XVI è stato ben accolto in Giordania, Israele e Palestina. Un sentito ringraziamento va ai governi di questi paesi. Il Santo Padre è venuto in Terra Santa come pellegrino di pace e di riconciliazione. Risuonano ancora le sue parole: «Mai più spargimento di sangue! Mai più combattimenti! Mai più terrorismo! Mai più guerre! Al contrario, facciamo in modo di spezzare il circolo vizioso della violenza». Possiamo aggiungere: «Mai più anti-semitismo, mai più islamofobia, mai più paura e odio!». I vari discorsi, le omelie, gli incontri e i gesti con cui il Santo Padre si è rivolto a noi durante la sua visita, hanno avuto lo scopo di promuovere il dialogo interreligioso ed ecumenico, la riconciliazione e la giustizia, incoraggiando la comunità cristiana a rimanere in Terra Santa e ad assumere un ruolo attivo nella vita del Paese. Stiamo continuando a raccogliere i frutti di questa sua visita:

a. Il massiccio afflusso di pellegrini. Secondo il Ministero Israeliano del Turismo, nel corso del solo mese di ottobre ben 330.000 pellegrini hanno visitato la Terra Santa. Il numero dei visitatori nel 2009 sarà così pari a quello dell’anno 2000, che rappresentò un record nella storia dei pellegrinaggi, contando 2.700.000 pellegrini.

b. La costruzione a Betlemme di una nuova Clinica Pediatrica, intitolata a Benedetto XVI, finanziata per la maggior parte dalla Fondazione Giovanni Paolo II, dalla Chiesa cattolica e da altre istituzioni civili italiane.

c. L’Università di Madaba in Giordania, la cui prima pietra è stata benedetta da Papa Benedetto XVI nel corso della sua ultima visita. Tale progetto vuole contribuire da parte nostra ad innalzare la qualità dell’offerta formativa, assicurando il meglio nel settore dell’istruzione e della formazione, come abbiamo già cercato di fare anche tramite l’Università di Betlemme.

d. La costruzione a Gerusalemme di un complesso residenziale per 72 giovani coppie. Gerusalemme Est soffre infatti di una grave carenza di alloggi. È ancora difficile ottenere permessi di costruzione e il lavoro è molto costoso. Questo progetto dovrebbe essere un progetto-pilota per ispirare altri progetti simili.

e. La coraggiosa decisione di Benedetto XVI di convocare un Sinodo per il Medio Oriente che si terrà nel mese di ottobre 2010. Questo ci darà l’opportunità di concentrarci nuovamente sulle grandi sfide che le Chiese in Medio Oriente si trovano ad affrontare.

f. La beatificazione di suor Marie Alphonsine, fondatrice della Congregazione delle Suore del Rosario. Questo grande evento significa che i fedeli di Terra Santa, fieri e pieni di gioia nei confronti di Marie Alphonsine, possono trovare in lei un modello di virtù eroiche, contando nello stesso tempo sulla sua intercessione. Desidero sottolineare infatti che questa suora è nata a Gerusalemme, ad alcuni metri di distanza dal Patriarcato Latino ed ha servito a Gerusalemme, Betlemme e in diverse parrocchie della Terra Santa, anche in Giordania. Si tratta così veramente di un modello da seguire. La sua festa ricorrerà ogni 19 novembre.

Conclusione. Il dono più grande che possiamo desiderare, più del denaro e della ricchezza, è quello della pace. È un desiderio comune a tutti gli abitanti di questo Paese, Israeliani e Palestinesi. La pace è un dono di Dio agli uomini di buona volontà. Dobbiamo guadagnarcelo. Sappiamo che ci sono molti uomini e donne di buona volontà tra gli Israeliani e i Palestinesi. Preghiamo che un giorno la bella visione di Isaia possa diventare realtà: «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti … Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,2-5).

Buon Natale e un Felice Anno Nuovo a tutti voi.

+ Fouad Twal, Patriarca latino

©
http://www.lpj.org/ - 22 dicembre 2009



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