23 Maggio 2012

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Il coraggio del dialogo e della pace

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terra-santa GERUSALEMME, 12. Un appello, forte e convinto, al dialogo, alla tolleranza e alla giustizia è stato lanciato a israeliani e palestinesi dai vescovi dell’Holy Land coordination (Hlc), il Coordinamento dei presuli di Nord America e Unione europea per la Terra Santa, nella dichiarazione finale della loro visita annuale che si è chiusa oggi a Gerusalemme. I presuli ribadiscono «l’imp ortanza della ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi» e avanzano la richiesta di una «leadership creativa, tollerante e coraggiosa, capace anche di mostrare perdono e umiltà, e di promuovere una pacifica coesistenza ». Per l’Hlc «essere pro-Israele vuol dire essere pro-Palestina, quindi per la giustizia per tutti. Il frutto sarà una pace duratura». Nella nota, in cui non manca la segnalazione di alcuni «segni di speranza » come l’aumento dei pellegrini e la cooperazione interreligiosa, i presuli rilevano come i leader politici delle due parti «hanno bisogno di mostrare coraggio e risolvere così le speranze della maggioranza per realizzare una pacifica coesistenza nella fedeltà al loro essere ebrei, cristiani e musulmani». L’annuale incontro di presuli europei e nordamericani con l’assemblea degli ordinari cattolici locali è durata cinque giorni, dall’8 al 12 gennaio. Un appuntamento scandito dalle visite alle comunità parrocchiali di Gaza, Nablus e Gerusalemme, incontri con le realtà di Haifa e Ramallah e scambi d’esperienze con esponenti del mondo accademico e culturale. Al centro della riflessione le tante emergenze della regione. Dalla situazione dei cristiani in Terra Santa alle prospettive di pace in Medio Oriente, dall’impatto della “primavera araba” fino ad arrivare alla crisi abitativa e all’emigrazione. Per i cristiani di Terra Santa — ha detto a conclusione dell’i n c o n t ro monsignor Duarte da Cuhna, segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa — «è importante non sentirsi abbandonati e la nostra visita qui rappresenta un segno importante di vicinanza e solidarietà. I cristiani, se possibile, soffrono più di altri di questa condizione di incertezza. La Chiesa, tuttavia, non si stanca di predicare la speranza e la riconciliazione, parlando e testimoniando Gesù in modo chiaro». Mentre il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, ha rinnovato l’appello a «costruire un nuovo orizzonte di comprensione e tolleranza. Il mondo ha bisogno di conoscere quello che accade qui». Per l’arcivescovo di Akka, San Giovanni d’Acri, Tolemaide dei Greco-Melkiti, Elias Chacour, «i cristiani non devono stare qui solo perché hanno la terra, che pure stiamo perdendo così come l’autorità. Ciò che ci resta è la responsabilità storica di introdurre nella vita di questa terra parole e testimonianze di riconciliazione, condivisione e perdono». Commentando un incontro che i presuli del Coordinamento hanno avuto a I’billin, nei pressi di Nazareth, con alcuni leader cristiani, drusi, musulmani, ebrei e bahai, l’arcivescovo ha ribadito la volontà di «dialogare per essere un segno di unità e convivenza. Malgrado l’assenza di pace in questa terra, siamo convinti che le religioni possono essere parte della soluzione piuttosto che una delle cause del lungo conflitto ». Dall’arcivescovo è giunto anche un invito alle istituzioni «a non trascurare i cristiani». Per il presule «non ci sarà mai pace in Israele senza giustizia per i vicini, per Gaza, per i palestinesi». Tuttavia, ha concluso, «vogliamo proiettarci verso un futuro migliore, come testimonia Haifa città di famiglie dove cristiani, musulmani, drusi vivono come cittadini, con gli stessi diritti e doveri. Haifa è un esempio di coesistenza che non ha eguali». Particolarmente significativa è stata la visita di una delegazione del Coordinamento nella Striscia di Gaza, dove, tra i circa tremila cristiani a maggioranza ortodossa, vive e opera una parrocchia cattolica, con poco meno di 200 fedeli, guidati da padre Jorge Hernandez, sacerdote argentino. «Conosciamo le vostre difficoltà e le vostre sofferenze — ha detto nell’omelia l’arcivescovo nunzio apostolico Antonio Franco — la nostra presenza qui e questa celebrazione vogliono essere un segno di speranza e un motivo di rafforzamento della nostra fede. Non siete soli, la Chiesa universale è unita a quella di Gaza in una catena di solidarietà umana e spirituale. La Chiesa non vi abbandona, sappiate essere cristiani in ogni momento della vostra vita». Alla messa è seguito un incontro, nel quale alcuni rappresentanti della comunità hanno descritto la vita a Gaza segnata da una pesante condizione sociale ed economica aggravata dall’embargo, che, da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia, soffoca la vita quotidiana del milione e mezzo dei suoi abitanti. «I nostri bisogni — ha detto uno di loro — si chiamano lavoro, istruzione, sostegno alle famiglie, una casa, libertà di movimento ». Tra le principali emergenze in Terra Santa segnalate dal patriarca Twal, anche la mancanza di abitazioni che spesso spinge i giovani cristiani all’emigrazione. Una crisi alla quale la Chiesa locale cerca di rispondere concretamente con dei progetti per la costruzione di nuovi nuclei abitativi, o di restauro di vecchi appartamenti, da dare in affitto agevolato.

© Osservatore Romano - 12 gennaio 2012


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