Le dimissioni del patriarca dei Maroniti del Libano, il cardinale Sfeir, giungono nel mezzo della grande crisi del Medio Oriente, quasi a sottolineare simbolicamente la necessità di un grande cambiamento dopo le lunghe stagioni di stabilità e di governo di personaggi del Novecento.
Il patriarca libanese fu infatti eletto nel 1986, in un paese martoriato da una terribile guerra civile che coinvolgeva tutta l’area intorno a Israele, una guerra interna al paese ed estesa ai paesi circostanti, con diverse analogie con le guerre e le rivolte di queste settimane in Libia, Egitto, Tunisia e altri paesi arabi, pur non coinvolgendo direttamente la zona siriano-israeliana.
Al di là dei tanti fattori sociali e politici che fanno da sfondo al delicato passaggio della Chiesa maronita, va rilevato il grande significato ecclesiologico che è in gioco con la prossima elezione patriarcale, che si allaccia alla simile situazione della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina in procinto a sua volta di eleggere il suo nuovo Arcivescovo Maggiore, il quasi-patriarca degli “uniati” di L’vov e Kiev. Dal punto di vista cattolico, si tratta di due Chiese locali con proprie leggi (Chiese sui juris) che si rinnovano in due aree molto sensibili da tutti i punti di vista, non ultimo quello del dialogo interconfessionale e interreligioso, impegnando la sede centrale, la Santa Sede, a riposizionarsi nel quadro politico e culturale. Ma il significato “universale” di queste vicende non è l’unico modo di comprendere eventi che non sempre è facile comprendere “dall’esterno”.
La Chiesa Maronita e la Chiesa Ucraina sono due modelli “orientali” molto specifici, per la loro storia e le grandi sofferenze che hanno dovuto affrontare. Appartengono a diverse aree culturali e geografiche, una rappresenta la versione cristiana della cultura araba, l’altra si richiama direttamente alle origini della Santa Rus’, della grande evangelizzazione degli slavi orientali. Entrambe le Chiese sono sopravvissute a devastazioni e persecuzioni grazie a forti comunità sparse in una diaspora mondiale molto organizzata, che oggi sostiene e alimenta le sedi d’origine, e si propongono nuovamente alla ribalta delle grandi sfide di un terzo millennio ancora difficile da decifrare. Sono Chiese locali e universali insieme, coniugano diversi livelli di unità e di aggregazione, stanno sulla frontiera delle divisioni, cercando di vivere una loro pienezza.
Nei giorni scorsi, in una straordinaria lettura pubblica al Pontificio Istituto Orientale, il teologo ortodosso John Behr di New York ha riproposto tutta l’attualità della ecclesiologia eucaristica elaborata nell’Ortodossia greco-russa degli ultimi due secoli, che non poco influsso ebbe sul Concilio Vaticano II. In essa si esalta l’integralità dell’esperienza ecclesiale vissuta a tutti i livelli intorno alla presenza eucaristica di Cristo, al di là dei modelli monarchici o conciliari in cui si organizza la struttura della Chiesa nel mondo. In una realtà attraversata da cambiamenti globali di cui non si vede la fine, è solo questa l’unità di cui abbiamo veramente bisogno, e che i fratelli delle Chiese d’oriente ci ispirano a contemplare e ritrovare in ogni dimensione.
S. C.