UNIONE DEI CRISTIANI DI FRONTE ALLA CRISI
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Mercoledì 09 Novembre 2011
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Scritto da Stefano Caprio
Un nuovo incontro è previsto a metà di novembre a Minsk, su iniziativa del metropolita esarca della Bielorussia Filaret, per concordare l’atteggiamento comune di cattolici e ortodossi di fronte alla crisi mondiale della società.
Si evidenzia così ulteriormente la posizione che la maggiore delle Chiese Ortodosse, quella dipendente dal Patriarcato di Mosca (oltre il 70% degli ortodossi in tutto il mondo), vuole affermare nel campo del dialogo ecumenico: lasciare da parte le questioni teologiche, e cercare un’intesa sulle posizioni sociali.
Si tratta in realtà della posizione che Mosca ha tenuto sempre in campo ecumenico, per lo meno durante le varie fasi dell’ecumenismo del secolo XX, quando i rappresentanti dell’Ortodossia russa partecipavano molto attivamente ai grandi organismi mondiali del dialogo intercristiano come il Consiglio Mondiale delle Chiese.
L’attuale patriarca di Mosca Kirill ha rilanciato in grande stile questa dimensione “politica” dell’ecumenismo, di cui del resto egli stesso era stato grande protagonista da giovane vescovo e da metropolita negli ultimi trent’anni, come anche il metropolita Filaret di Minsk, organizzatore della conferenza di questi giorni. I russi infatti affermano di non credere ai vari tentativi di superare i dissidi teologici, che da secoli dividono i cristiani d’Oriente da quelli di Occidente. Le riunioni degli ultimi anni della commissione per il dialogo ortodosso-cattolico, che hanno affrontato la questione del primato nella Chiesa, hanno visto la netta chiusura di Mosca ai tentativi di riletture comuni perfino della storia del primo millennio, e i rappresentanti della Chiesa Russa hanno preso le distanze perfino dai loro confratelli ortodossi greci, quando non hanno addirittura disertato gli incontri. Il convegno di Minsk appare dunque quasi una risposta alle commissioni ufficiali: lasciamo da parte i chiarimenti dottrinali, e occupiamoci delle cose pratiche.
Del resto non si può negare che la crisi globale dei sistemi sociali, e dei principi morali che li dovrebbero ispirare, provochi tutti i cristiani a prendere insieme l’iniziativa e proporre al mondo intero di ritrovare un fondamento comune della vita e dell’agire dei popoli. È un desiderio da tutti condiviso, e fortemente espresso da tutti i leader cristiani, a cominciare dal
papa Benedetto XVI e dal patriarca Kirill, che in questa preoccupazione si ritrovano spesso in sintonia. L’agire in comune sembra essere più necessario e urgente della comunione dottrinale e sacramentale, che potrebbe essere accettabile anche in questa condizione imperfetta, in cui comunque ognuno porta avanti le proprie tradizioni nel rispetto degli altri, evitando qualunque forma d’interferenza o “proselitismo”. In questo modo l’ecumenismo avrebbe in un certo senso concluso il suo percorso, permettendo alle varie confessioni cristiane di conoscersi più a fondo e di mettere a punto le regole di buon vicinato, che possano evitare nuovi fraintedimenti nel futuro; al dialogo teologico subentra il partnerariato sociale, una cooperazione funzionale alla difesa dei principi cristiani nella società mondiale. Del resto, il mondo ortodosso, non solo nella sua componente russa, si mostra sempre più allergico al termine stesso “ecumenismo” ritenendolo troppo ambiguo e foriero di equivoci, quando non soggetto a interpretazioni egemoniche da parte dei cattolici e dell’Occidente in generale. Una delle tesi più insistenti nel magistero del patriarca di Mosca, infatti, è che la società occidentale sarebbe andata in crisi a causa delle teorie liberali dei “diritti dell’uomo”, che sono state elaborate senza tener conto del punto di vista orientale, in cui ai diritti dell’individuo vanno premesse alcune prerogative basilari della società nel suo complesso; e in questa deriva individualista si sarebbero allineate le varie componenti del cristianesimo occidentale, cattolici, protestanti e anglicani, laddove i cristiani ortodossi avrebbero conservato una dottrina morale e sociale più genuina e comunionale. Il dialogo servirebbe quindi a riequilibrare il tono dell’annuncio evangelico in un mondo ormai degradato dall’egoismo consumista, e il ruolo dell’Ortodossia sarebbe quello della testimonianza ascetica e purificatrice, necessaria anche ai cristiani d’Occidente per ritrovare la vera tradizione.
Ci auguriamo che questo, come ogni altro incontro simile, porti davvero dei frutti, in vista della comune vocazione di tutti i cristiani alla santificazione del mondo intero, e che comunque ogni azione venga sempre ispirata da una coscienza di fede matura e capace di accogliere nella verità il bene che la Provvidenza diffonde a piene mani in ogni Chiesa, in ogni tradizione e nel cuore di ogni uomo.
Stefano Caprio