UN PAPA AL DI LA’ DELL’ECUMENISMO
Il viaggio di Benedetto XVI in Germania ha avuto un grande significato dal punto di vista dei rapporti interconfessionali, soprattutto per il “ritorno a Lutero” che ha visto un pontefice romano recarsi quasi in pellegrinaggio nel luogo in cui ebbe inizio la Riforma Protestante. Anche l’incontro con i rappresentanti delle Chiese Ortodosse è stato sostanzioso e tutt’altro che formale, confermando l’intenzione di superare un “ecumenismo di facciata”, limitato alle buone maniere diplomatiche, per affrontare con i cristiani “separati” le questioni reali.
In un certo senso il
papa ha cercato di andare proprio al di là dell’ecumenismo, parlando ai fratelli evangelici e ortodossi come se fossimo in qualche modo già uniti, per affrontare insieme le crisi e le sfide del mondo che ci circonda. Come con i non credenti, Benedetto XVI propone il metodo etsi daretur, “fare come se Dio esistesse” anche se non ci credi, così con i cristiani di altre confessioni papa Ratzinger propone di “fare come se fossimo già una cosa sola”. Questo atteggiamento realista e diretto ha un po’ deluso le aspettative degli addetti ai lavori, i cosiddetti “ecumenisti” che vivono di grandi gesti simbolici e ancora rimembrano con nostalgia gli abbracci tra Paolo VI e Atenagora, che risalgono ormai a 60 anni fa. Nessun dono simbolico, tipo la restituzione della Madonna di Kazan al patriarca di Mosca, nessuna concessione a possibili riforme in campo liturgico o disciplinare, tanto meno teologico, ma una grande chiamata alla responsabilità comune di fronte alla spaventosa crisi morale e spirituale dell’uomo contemporaneo.
Così Ratzinger evoca la grande fede di Lutero, quanto mai necessaria nel deserto dell’anima che domina le coscienze della nostra civiltà post-secolare. Il papa ha ribadito anche la grande vicinanza storico-teologica con le Chiese Ortodosse, per suggerire di non perdere troppo tempo in disquisizioni ormai vetuste, e di raggiungere quanto prima una forma credibile di unità. Particolarmente significativo, anche se poco comprensibile per l’opinione pubblica più generale, è stato l’elogio del pontefice alle azioni di coordinamento pastorale tra le Chiese Ortodosse, soprattutto nella loro sempre più corposa diaspora occidentale. Citando “le salde relazioni all’interno dell’Ortodossia”, papa Ratzinger ha mosso un velato rimprovero alle Chiese Orientali che in realtà, in Occidente, si accapigliano spesso per difendere le une dalle altre la propria sfera d’influenza, e citando la “Conferenza Episcopale Ortodossa” di Germania ha voluto indicare un esempio assai poco praticato in tutte le altre nazioni europee e non. L’accenno al possibile “concilio pan-ortodosso” appare poi quasi come una provocazione, giacché la commissione preparatoria dello stesso, insediata nel 1920, non è ancora giunta a individuare nemmeno un possibile ordine del giorno; e d’altra parte, nessun concilio pan-ortodosso è mai stato convocato dopo la separazione da Roma del 1054 e, infatti, quest’argomento è solitamente un vero e proprio tabù delle relazioni ecumeniche.
Gli stessi ortodossi ne parlano il meno possibile, per evitare qualunque frizione, e i non ortodossi evitano accuratamente di nominarlo, per non irritare la suscettibilità di chi ritiene il concilio la massima autorità nella Chiesa, senza poterlo mai nemmeno convocare. Non a caso, il papa ha subito collegato l’auspicio dell’unità interna all’Ortodossia con la grande questione del dibattito teologico sul primato e le sue modalità d’esercizio, su cui le varie commissioni si sono nuovamente arenate negli ultimi anni, dopo qualche timido segno di ripresa del dialogo interconfessionale. Il papa non ha però voluto introdurre elementi particolari in questo dibattito, ma soltanto riproporre la necessità di rimuovere gli ostacoli per affrontare delle situazioni che richiedono risposte efficaci ed immediate. Un fattore evidente è senz’altro la grande crescita della popolazione ortodossa in paesi tradizionalmente cattolici e protestanti, che influisce profondamente nella vita religiosa di questi paesi, a differenza della scarsissima incidenza del cattolicesimo nei paesi ortodossi.
Benedetto XVI sembra proporre ai fratelli orientali un programma di collaborazione pastorale sistematico, senza attendere unioni formali; ancora di più, egli chiede a tutti i cristiani, e soprattutto agli ortodossi, una grande iniziativa comune nella difesa dei valori fondamentali della difesa “contro ogni intervento manipolatore e selettivo della vita umana”, e “per proteggere l’integralità e la singolarità del matrimonio tra un uomo e una donna da ogni interpretazione sbagliata”, per citare solo due temi sui quali la sintonia con gli orientali è profonda e ben motivata (a differenza degli evangelici). Proprio il papa che ha sempre guardato con sospetto alle conferenze episcopali, intese come strutture centrifughe all’interno dell’unità cattolica, le suggerisce ora agli ortodossi come un possibile strumento non tanto di dialogo, quanto di vera e propria comunione attiva ed efficace rispetto alla realtà comune. Spesso Ratzinger ha dimostrato di essere molto più avanti anche dei migliori “specialisti” nell’indicare le vie su cui la Chiesa si deve dirigere per rispondere alla chiamata divina, e forse anche in campo ecumenico egli riesce a intravedere un futuro prossimo molto più adeguato alla grande missione della Chiesa nel mondo bisognoso di un unico annuncio del vangelo di Cristo.
S. C.