23 Maggio 2012

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UCRAINA, LA CHIESA GIOVANE

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7822_kiev_cattedrale_di_santa_sofia L’elezione e intronizzazione del nuovo arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc (Chiesa greco-cattolica ucraina), il quarantenne mons. Sviatoslav Schevchuk, è un evento di particolare importanza non solo per i cattolici di tradizione bizantina dell’Ucraina, la più grande comunità cattolica dell’Oriente cristiano (circa 10 milioni di fedeli), ma per la comprensione di tutto il panorama dei rapporti tra Oriente e Occidente nel mondo cristiano, specialmente in Europa. Si tratta infatti del primo gerarca veramente “post-comunista” dell’ex-Unione Sovietica in assoluto, considerando che i suoi predecessori, il card. Ljubachivskij prima e dal 2001 il card. Husar, erano dei “profughi” rientrati dopo il 1989, mentre il patriarca ortodosso di Mosca Kirill divenne vescovo nel 1976, a soli ventotto anni e in piena era brezneviana, così come gli altri rappresentanti della gerarchia ortodossa ucraina, il metropolita Volodymir e il patriarca “indipendente” Filaret, per non parlare del patriarca georgiano Ilya II di Tbilisi, in carica dal 1977. Schevchuk, nato e vissuto in patria, dove prestò servizio nell’Armata Rossa, aveva meno di 30 anni quando crollò la cortina di ferro, e fu ordinato sacerdote nel 1994, quando l’Ucraina era ormai un paese ex-sovietico.

La Chiesa ucraina è la più complessa dal punto di vista etno-confessionale: vi sono ortodossi fedeli a Mosca, ortodossi “nazionali” indipendenti e ortodossi legati al patriarcato ecumenico di Costantinopoli, cattolici latini di etnia polacca e, appunto, cattolici bizantini di sentimenti fortemente patriottici, insofferenti alle mire egemoniche di Mosca e fedeli al Papa di Roma, ma con uno spirito di fiera autonomia ecclesiastica, che spesso provoca tensioni con i confratelli latini. Si tratta di un paese in cui si sono incontrati, spesso in modo conflittuale, i grandi imperi russo e austriaco, ma anche le diverse tradizioni dei paesi slavi orientali e occidentali, diventando nella storia un crocevia e un laboratorio della stessa identità europea, come in fondo è ancora oggi. E non si può dimenticare che la sua capitale, Kiev, è la culla di tutto il cristianesimo russo: il battesimo del suo gran principe Vladimir con tutto il popolo nel fiume Dnepr, nell’anno 988, è in qualche modo la data in cui giunge a compimento l’intera costruzione medievale dell’Europa cristiana, nata dall’incontro di popoli latini, greci, sassoni e infine slavi. Il ruolo di Kiev nella storia europea e universale fu poi azzerato da oltre due secoli di invasione mongola, per venire quindi sostituito dalla potenza di Mosca, di cui rimase sempre una provincia periferica (u-kraina in russo significa letteralmente “al margine”), pur rimanendo idealmente e spiritualmente la vera patria del cristianesimo slavo-orientale.

In effetti, ancora oggi la Chiesa ucraina nel suo complesso è uno dei grandi serbatoi di fede e di vocazioni di tutto il cristianesimo europeo, ed è l’unica Chiesa europea in forte crescita di fedeli, in grado di attirare i giovani al servizio attivo. I sacerdoti ucraini costituiscono di fatto oltre la metà del clero di tutti i territori del Patriarcato di Mosca, che in Ucraina controlla poco più di metà del territorio nazionale, e anche in ambito cattolico le vocazioni sacerdotali e religiose ucraine riempiono seminari e monasteri in patria (Shevchuk era rettore del seminario di L’vov) e in tanti paesi europei dove vengono accolti o creano strutture proprie, e soprattutto nella stessa Roma. Il monachesimo ucraino, fondato intorno al 1000 nelle famose “Grotte di Kiev”, è secondo solo al Monte Athos per importanza e influenza nella storia del cristianesimo bizantino, e i tanti decenni di ateismo forzato non sembrano affatto avere spento questa meravigliosa fonte di spiritualità e di cultura. Non stupisce dunque che tutte le grandi tradizioni ecclesiastiche cattoliche e ortodosse guardino all’Ucraina come un territorio privilegiato per i propri piani di sviluppo in Europa: il beato papa Giovanni Paolo II inviò a Leopoli come arcivescovo latino una delle personalità a lui più vicine, il card. Marian Javorsky, e l’attuale patriarca di Mosca Kirill pare intenda aggiungere al suo titolo anche quello della sede “esarcale” di Kiev, per riunire sotto il bastone di unico pastore tutto il gregge della Rus’.

Il titolo di “arcivescovo maggiore”, in effetti, va stretto anche al futuro cardinale Shevchuk, che come tutti i suoi fedeli preferirebbe attribuirsi il titolo di “patriarca di Kiev”. Il neoeletto primate, prudentemente, ha ricordato nelle interviste successive alla elezione che "la nostra Chiesa sta crescendo in tutto il mondo, ma la decisione sul patriarcato spetta al Santo Padre con il quale viviamo in piena comunione e obbedienza". "L'arcivescovato maggiore - ha spiegato ancora - gode degli stessi diritti e presenta le stesse caratteristiche del patriarcato. L'unica differenza prevista nel diritto canonico orientale consiste nel fatto che nell'arcivescovato maggiore l'elezione del Sinodo deve essere approvata dal Santo Padre, mentre per il patriarcato è sufficiente dargliene l'annuncio". Tali dichiarazioni sono state accompagnate da grandi aperture ecumeniche, rivendicando alla sua Chiesa un ruolo particolarmente significativo nel dialogo tra cattolici e ortodossi, in favore di "una alleanza strategica a difesa dei valori cristiani, in Ucraina e in Europa, una testimonianza ecumenica e realmente evangelizzatrice. Non vogliamo stare 'contro' gli ortodossi ma 'con' loro: come sosteneva Giovanni XXIII, sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono". In queste parole dell’arcivescovo vi è proprio tutto il sentimento dei greco-cattolici ucraini, che si non si ritengono “transfughi” dall’Ortodossia, ma al contrario interpretano un’anima veramente “unitaria” (o “uniate”, come si usa definirli storicamente) del rapporto tra cattolici e ortodossi, quella nata dall’Unione di Firenze del 1439, quando lo storico scisma fu realmente superato, anche se poi l’unione non resse alla prova delle circostanze storiche nel mondo greco e russo. In questa ottica, si può essere pienamente cattolici e pienamente ortodossi senza contraddizioni: la “cattolicità” indica l’universalità della Chiesa più che l’obbedienza romana, e la “ortodossia” esprime la fedeltà alle tradizioni apostoliche, non certo la “parzialità” orientale del cristianesimo del primo millennio. Il patriarcato di Kiev potrà dunque essere pienamente realizzato solo in un vero accordo tra Roma e Mosca, cioè nella realizzazione del sogno ecumenico di tutti i cristiani d’Oriente e d’Occidente.

 

S. C.



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Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Aprile 2011 13:39
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