SACERDOZIO TRA CELIBATO E PECCATO
Da diverse settimane è in atto una violentissima campagna di stampa contro la Chiesa Cattolica, a causa delle sue reticenze nella condanna dei gravi e gravissimi, ma anche non tanto gravi, casi di pedofilia dei suoi sacerdoti. Il clamore delle vicende è dovuto probabilmente a un vasto cambiamento di mentalità in atto ormai in tutto il mondo: dopo decenni di propaganda del libertinismo sessuale e relazionale, oggi si sta affermando un nuovo moralismo, che da un lato giustamente condanna ogni abuso, anche il più piccolo (pensiamo agli scandali contro i politici italiani, che suscitano un’indignazione da epoca vittoriana), ma dall’altro sembra ergersi a difesa di una morale assai diversa da quella tradizionale dei dieci comandamenti. È una morale nuova per un uomo nuovo che si vuole costruire, in cui non ci siano più le incertezze e le contraddizioni di quei fastidiosi dettagli della natura come la nascita, la morte e l’unione sessuale; e si vuole dimostrare forse che proprio la Chiesa, paladina dell’antica morale di una natura imperfetta, è la prima a non saperla rispettare. Si vuole imporre alla Chiesa un’altra antropologia, da cui quindi sarebbe escluso Cristo stesso, che ha voluto incarnarsi in questa nostra realtà di peccato. E si pretende dalla Chiesa che modifichi anche le sue tradizioni e la sua disciplina, per esempio abolendo il celibato sacerdotale, causa di tentazioni e debolezze. Qui ci aiuta proprio la tradizione orientale del clero sposato, che ci testimonia non certo di una perfezione o di una soluzione dei problemi, quanto la necessità di accogliere nella vita della Chiesa, insieme alla capacità di donazione di sé, anche tutte le vie dell’amore umano, coniugali o verginali, dentro il grande mistero della misericordia, unico vero rimedio al peccato dell’uomo. Anche ai peccati di quegli strani uomini che sono i sacerdoti, sposati e non.
S. C.
Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Aprile 2010 22:18