Sono ormai passati dieci anni dalla firma della Charta Oecumenica, sottoscritta a Strasburgo il 22 aprile 2001 dal Metropolita Jérémie, Presidente della Conferenza delle Chiese d’Europa e dal card. Vlk, allora Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), i due organismi europei che riuniscono le Chiese cattoliche, evangeliche e ortodosse nell’impegno della comunione. In diverse occasioni si cerca di fare un bilancio del primo decennio degli anni Duemila, del millennio che secondo alcune profezie, “o sarà cristiano o non sarà”. Non si può dire che il quadro sia particolarmente incoraggiante: l’ecumenismo, che così tante speranze aveva alimentato nella seconda metà del XX secolo, in questo nuovo secolo sembra essersi ormai arenato in una pratica di scambi di cortesie e auguri “politicamente corretti”, che soprattutto in Europa non producono reali prospettive di crescita, e non riescono ad individuare obiettivi credibili per una concreta riappacificazione tra le varie denominazioni cristiane, tanto meno nel campo del dialogo tra le religioni. È stato il decennio della paura e della grande inimicizia tra le civiltà, tra gli attentati terroristici e le ondate migratorie, in cui i cristiani sono sembrati piuttosto incapaci di inserirsi negli eventi globali con spirito propositivo.
La stessa Charta Oecumenica voleva essere un documento piuttosto semplice realista, senza porsi obiettivi troppo ambiziosi, perché l’ultimo decennio dello scorso secolo aveva già evidenziato numerose ragioni di perplessità e nuove incomprensioni tra cristiani in Europa, dopo il crollo del Muro di Berlino, e nel mondo intero, in seguito agli inizi del processo di globalizzazione. Preso atto delle contraddizioni ancora irrisolte, il documento avvertiva che “non ci è concesso rassegnarci a questa situazione”, e individuava alcuni motivi di impegno comune da assumere insieme “nonostante tutto”: una migliore comprensione del Vangelo, informarsi reciprocamente sui propri programmi, superare i pregiudizi, agire insieme nelle opere di carità, pregare gli uni per gli altri, proseguire il dialogo, sostenere i valori cristiani in Europa, contrastare il nazionalismo, proteggere l’ambiente, combattere l’antisemitismo, rimanere aperti all’incontro con l’Islam, difendere ovunque la libertà religiosa. Si tratta comunque delle tematiche principali che interessano la vita religiosa dei vari popoli, esposti in una lista piuttosto generica sulla quale si è fatto il possibile; ma l’impressione è che non si riesca ancora a cogliere fino in fondo le esigenze ecumeniche del nostro tempo.
In un Messaggio delle Chiese Cristiane in Italia, diffuso nei giorni scorsi proprio in occasione del decennale della Charta, si parla infatti di “situazione nuova” e “nuove sfide, che chiedono alle Chiese maggiore sintonia e maggiore unità”. Si fa riferimento in particolare ai conflitti bellici e ai grandi flussi migratori, che richiamano l’impegno comune in favore della pace e della reciproca accoglienza, che sono emergenze reali e non eludibili, ma sempre troppo generali e non specifiche dell’attività ecumenica in quanto tale: sembra quasi di tornare alla “lotta per la pace e per l’amicizia tra i popoli”, gli slogan della propaganda sovietica degli anni Settanta del secolo scorso, a cui spesso le assisi ecumeniche si allineavano anche per poter coinvolgere le grandi Chiese Ortodosse sottomesse ai regimi antireligiosi. La “situazione nuova” di questo mondo globalizzato e post-secolarista è ancora difficile da interpretare, e forse i conflitti e gli spostamenti dei popoli sono solo delle conseguenze di cause ancora più profonde e radicali, che ancora non si riescono a decifrare compiutamente.
Una di queste cause pare essere direttamente collegata alla dimensione religiosa in quanto tale, rivolgendo alle Chiese e alle grandi istituzioni religiose tradizionali una sfida formidabile. La religione oggi pare ricominciare da uno stadio quasi primordiale, molto distante dalle sue espressioni storiche: si diffonde sempre più una religione generica e privata dei meccanismi di appartenenza e formazione, senza riferimenti gerarchici e teoretici. È una religione basata sulla paura della fine e della distruzione totale, generata dalla scomparsa dell’ideale ingenuo del progresso tecnico-scientifico; una religione senza fede e senza Dio, fondamentalista ed apocalittica, che spesso si condensa intorno a grandi figure carismatiche di segno anche opposto, come Giovanni Paolo II e Osama Bin Laden. L’ecumenismo oggi deve rivedere i suoi programmi, per unire i credenti di fronte alla religione senza credenti.
S. C.
Ultimo aggiornamento Martedì 24 Maggio 2011 15:27