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OCCUPARE IL NATALE CON LA FEDE
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L’iniziativa più caratteristica del tempo che stiamo vivendo è probabilmente quella degli “indignati” americani, che da mesi sfilano per le strade e i parchi newyorchesi con un profondo quanto indefinito desiderio di protestare non si sa bene contro chi, auspicando un cambiamento non si sa bene verso che cosa. Per dare ulteriore forza alla protesta, i manifestanti hanno pensato di adattare il loro slogan al periodo delle feste e dei consumi, lanciando la formula Occupy Christmas, versione natalizia di Occupy Wall Street, il grido di protesta contro gli imperi finanziari.
La grotta di Betlemme già è piuttosto disagevole per la Sacra Famiglia con gli animali che la riscaldano, i pastori inviati dagli angeli e i Re Magi che adorano: dove trovare lo spazio per le folle urlanti, le veglie egalitarie e i giovani accampati? Anche alcuni ministri del culto si sono associati con un’iniziativa parallela, Occupy Faith, proponendo di raccogliersi in meditazione a Zuccotti Park, luogo storico della protesta, dalla mezzanotte di sabato 24 fino a mezzogiorno di domenica 25 dicembre, per invocare la pace sulla terra. Se non altro porteranno le preghiere in piazza, senza ingombrare il presepe.
D’altra parte, la protesta di piazza è un rito che accomuna popoli e nazioni diverse in questi mesi, dall’America al Medio Oriente musulmano, dall’Europa all’Oriente ortodosso della Grecia e della stessa Russia. È una protesta che non ha contenuti religiosi, nonostante i timori dell’avanzata del fondamentalismo islamico, ma anche le ragioni politiche e sociali sembrano essere piuttosto deboli, pur nella gravità della crisi economica e finanziaria che sta facendo soffrire milioni e milioni di persone. Non è la protesta studentesca di sessantottiana memoria, non è la rivolta delle giovani generazioni contro l’autoritarismo dello Stato e della Chiesa, non è neppure un movimento pacifista, visto che anche le guerre del dopo 11 settembre volgono ormai al termine, e perfino Al Qaeda, dopo l’uccisione del suo leader, stenta a rilanciare azioni terroriste degne di questo nome. Il mondo sta cambiando, ma non si sa quali sono le parti in gioco, né quali visioni del mondo stesso si stiano scontrando; ci va di mezzo il Santo Bambinello, solo perché non c’è nessun altro con cui prendersela.
Le differenze e i cambiamenti, peraltro, non sono secondari. Le grandi potenze politiche ed economiche sono in fase di acuta sofferenza: gli Stati Uniti stanno perdendo la loro leadership mondiale, l’Europa si sta addirittura disgregando, la Cina e il Brasile rischiano di affogare nell’onda della loro crescita tumultuosa. Le grandi religioni parlano di “sfide”, “emergenze” e urgenze di ogni tipo: educativa, antropologica, etica… la Chiesa Cattolica lancia l’appello per una nuova evangelizzazione, la Chiesa Ortodossa per un nuovo codice morale universale, Islam e Cristianesimo si affiancano nella difesa della vita nascente e della famiglia. Il cardinale Koch, in un incontro dei giorni scorsi, ha rilevato che tra i cristiani stessi vi è differenza nell’esprimere il concetto di “unità”, e che al mondo cresce un cristianesimo spontaneo e “pentecostale” che ormai si appaia alle confessioni più istituzionali e diffuse, protestantesimo compreso. C’è uno spazio enorme da occupare, sia a livello spirituale che ideologico, sociale e politico (i partiti e i leader politici, infatti, stanno scomparendo). Siamo un mondo di orfani senza padri e madri, che cerca di accalcarsi nella stalla di Betlemme per ritrovare il calore e l’amore di Colui che solo può dare vita e speranza per tutti. L’angelo ci invita, come i pastori, ad occupare il Natale con la fede.
Stefano Caprio
Il Punto
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