NUOVA EVANGELIZZAZIONE E NUOVA APOLOGETICA
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Lunedì 23 Gennaio 2012
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Scritto da Stefano Caprio
Gli incontri e le preghiere comuni, che in tutto il mondo hanno accompagnato la Settimana dedicata alle invocazioni per l’unità dei cristiani, hanno evidenziato con sempre maggiore forza che l’opera dei cristiani nel mondo di oggi è quella più semplice e fondamentale: ritornare ad annunciare il Vangelo. Gli obiettivi ecumenici “intermedi”, quelli che miravano a superare le barriere del pregiudizio e dell’ostilità secolare tra le varie confessioni cristiane, sono stati raggiunti ormai da tempo; la consuetudine a riunirsi, il rispetto e la stima reciproca, la conoscenza dei tesori delle rispettive tradizioni sono a disposizione di tutte le Chiese, e la facilità di comunicare nel mondo di oggi ha reso ancora più immediato questo stile di apertura e dialogo. Al di là delle pretese specifiche, più o meno legittime, delle singole confessioni cristiane rispetto alle altre, non è più straordinario vedere cristiani d’Oriente e d’Occidente sedersi uno a fianco dell’altro, discutere pacatamente delle proprie differenze o ammirare le opere spirituali, culturali e sociali dei propri fratelli o “cugini” nella fede in Cristo. L’unità completa, sacramentale e gerarchica, avverrà certamente prima o poi per volontà di Dio, magari quando meno ce la aspettiamo. L’urgenza è assai più radicale e profonda, viene dal bisogno degli uomini e delle donne di tutto il mondo di essere raggiunti dall’annuncio salvifico in maniera efficace e credibile.
La “nuova evangelizzazione” riporta alle origini del cristianesimo, quando la Chiesa era chiamata a spiegare se stessa al mondo senza compromessi e senza ambiguità. Il Vangelo veniva testimoniato dai primi cristiani con il sangue e con la vita, mostrando di “essere nel mondo, senza appartenere al mondo”, come insegna la Lettera a Diogneto. Era ed è sempre l’esigenza fondamentale espressa nella prima lettera di Pietro: “essere pronti a rispondere a chiunque chiede ragione della speranza che è in voi”. Rispondere, spiegare, difendere: è il compito che viene definito dal termine apologia, usato dallo stesso san Pietro e poi dai padri della Chiesa dei primi secoli. Fare apologia vuol dire essere fortemente radicati nel Vangelo, e allo stesso tempo essere coscienti delle attese del mondo, del modo con cui il Vangelo può essere compreso dai propri contemporanei. Se in tanti casi ancora ci affidiamo all’apologetica del martirio, della testimonianza del sangue, dobbiamo però anche chiederci quali siano queste attese, quale il linguaggio del nostro tempo e della sua sete del Dio vivente.
Non abbiamo un nemico dichiarato che cerchi di contrastare la diffusione del Vangelo; non esiste più il secolarismo ateo, il totalitarismo violento e pagano, il laicismo astioso e intollerante, e se esistono sono soltanto delle sacche di resistenza di un tempo che sta scomparendo. La mentalità incerta, frammentata e relativista degli uomini di oggi ci impegna a proporre un cristianesimo che non sia pauroso e polemico, ma neanche ingenuamente irenico e condiscendente; serve un’apologetica esauriente e impegnativa, che corrisponda all’esperienza vissuta e sappia usare tutti gli strumenti che la rivelazione del Dio incarnato ha concesso ai credenti in Cristo. E uno strumento dei più efficaci, che va comunque adoperato in ogni modo, è proprio l’unità di tutti i cristiani, di ogni confessione e tradizione.
Stefano Caprio