23 Maggio 2012

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MOSCHEE DI QUARTIERE E QUARTIERI DELLA FEDE

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arabia11 Ha fatto piuttosto sensazione che a Milano, sotto la nuova gestione del sindaco “rosso” Giuliano Pisapia, sia stato raggiunto un primo accordo per la sistemazione capillare dei luoghi di preghiera delle varie comunità musulmane. La notizia ha suscitato immediatamente reazioni appassionate da parte di quelle realtà politiche e sociali che vedono nella diffusione dei centri islamici una minaccia per la nostra civiltà “cristiana” e “occidentale”, ed è stata invece salutata con entusiasmo non solo dagli stessi cittadini e immigrati musulmani, ma anche da larghi strati della stessa opinione pubblica “italiana”, favorevole a una completa integrazione delle minoranze etniche e religiose. Non è un mistero che tra i favorevoli ci siano anche molti esponenti delle strutture ecclesiastiche cattoliche e molti fedeli, desiderosi di impostare i rapporti con le altre religioni su note di accoglienza e fraternità, piuttosto che diffidenza ed emarginazione.

La questione è troppo importante e globale per affidarsi solo alle emozioni e alle opinioni superficiali, che si trasformano in facili slogan che alimentano le solite commedie della politica all’italiana. Si tratta di concepire la pluralità della società moderna, un’esigenza dettata dai fatti cui nessuno ha saputo finora dare una risposta definitiva e valida per ogni latitudine, come mostra la terribile strage di Oslo. La presenza fisica dei servizi religiosi nei distretti in cui si articola la vita dei nostri cittadini è forse la sintesi più efficace del cammino di un’intera civiltà: l’Italia riconosce la propria identità culturale e sociale grazie alla disposizione delle chiese nelle sue città, che danno significato alle piazze e alla rete dei palazzi e dei monumenti. Dare alle moschee una diffusione capillare “di quartiere” ha quindi un significato assai più incisivo e dirompente dei progetti delle “grandi moschee”, che pur essendo simboli dell’orgoglio musulmano in Europa, in realtà rimangono elementi piuttosto marginali nell’organizzazione della vita e della coscienza del popolo. Non è un caso che l’accordo di Milano rimandi a data incerta proprio il progetto della moschea “simbolica”, e apra una prospettiva di vera integrazione dell’Islam nella città ambrosiana, in cui le tradizioni pastorali hanno sempre predisposto una chiesa in ogni quartiere.

Alcuni fattori dell’incontro milanese sono indubbiamente significativi e quanto mai necessari: portare i raduni di preghiera islamica fuori dalle palestre e dai tendoni, e disporla in luoghi dignitosi e ben collocati nel tessuto urbano è un’esigenza dettata dal buon senso, prima che dai principi del dialogo interreligioso e multiculturale. Un altro elemento a nostro parere decisivo è la capacità di rappresentanza che le comunità musulmane hanno mostrato in questa circostanza, riunendosi in un unico coordinamento (“Caim”) che ora dovrà superare la prova dei fatti e dimostrare di poter essere un esempio per superare la cronica divisione interna alle varie comunità musulmane in Italia. Si tratta di una questione cruciale, lasciata irrisolta da tutti i governi di ogni colore dopo oltre dieci anni di tentativi falliti (e già alcuni esponenti islamici milanesi hanno diffuso le loro perplessità sul diritto del Caim di parlare a nome di tutti i fedeli musulmani). Qui si gioca infatti una dimensione fondamentale della capacità delle comunità religiose di essere protagoniste nella costruzione della società: la Chiesa Cattolica, pur con tutte le sue differenze e suddivisioni interne, è il luogo dell’unità e del confronto fra le generazioni, la classi sociali, le culture del nostro popolo. Perfino le comunità evangeliche, nate proprio per contestare il dominio della gerarchia sulle espressioni della fede, hanno saputo col tempo armonizzare la propria anima “protestante” con il bisogno di armonia di un paese da sempre diviso in fazioni, in “quartieri armati” della fede, in guelfi e ghibellini.

Oggi le lotte di quartiere vengono rievocate nelle sagre paesane come vestigia del passato, proprio per affermare una identità comune anche nella diversità di un paese che ha saputo assimilare Oriente e Occidente, Settentrione e Mezzogiorno. Non sarebbe la prima epoca storica in cui l’Italia accoglie anche la presenza musulmana, che ha lasciato tracce in numerose città e regioni soprattutto del Meridione. Sapremo far crescere tra noi un vero Islam italiano, con cui vivere con spirito di confronto fraterno e non di ostilità militante? È una domanda che riguarda l’anima prima della politica, la capacità di credere e testimoniare nella vita personale e comunitaria, piuttosto che di concorrere a suddividere gli edifici e le strade delle nostre città.

S. C.


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