23 Maggio 2012

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LA RIVOLTA DEL MEDIO ORIENTE

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mo-proteste Tutto il mondo, e in particolare l’Europa e la stessa Italia, è in forte apprensione per gli sconvolgimenti in atto nel Maghreb e un po’ in tutto il mondo islamico, che ha spiazzato tutti i commentatori e gli esperti, politici, giornalisti e storici. I cambiamenti sono ancora in atto, e non si vede quale sarà la conclusione, così da rendere per ora impossibile e prematura un’analisi credibile dello scenario che si sta creando. Per il momento possiamo solo fare alcune considerazioni generali, nella speranza che la grande rivolta mediorientale non porti a tragedie ancora più grandi di quelle che già si sono verificate.
Anzitutto, colpisce il carattere transitivo di tali rivolte. A partire dalle proteste tunisine di inizio anno, è come se d’improvviso fossero diventate trasparenti le frontiere dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, e non vi fosse più una vera differenza tra Tunisia, Egitto, Marocco, Bahrein, Kuwait, Somalia, Libia, perfino Iran, arrivando quindi all’Asia Centrale. In questo calderone si affievolisce perfino lo storico dramma del confronto israeliano-palestinese, attorno a cui è ruotata tutta la politica araba degli ultimi sessanta anni. È uno scenario nuovo e antico insieme, che riporta alla memoria la complessa unità dell’antico Impero Ottomano, o addirittura dei califfati arabi medievali. Scompaiono le nazioni come soggetti indipendenti, riemerge una continuità etnica e culturale che per ora è soffocata dalle urgenze rivoluzionarie, ma potrebbe apparire come il fattore decisivo del futuro Vicino Oriente. Nella crisi della globalizzazione, che da qualche anno attanaglia il mondo intero, si ripropone il Mediterraneo come luogo di confronto dei popoli, certo anche di scontro, ma anzitutto di presa di coscienza collettiva.
L’Europa è, nel suo complesso, l’altro soggetto del Mediterraneo, da oltre mille anni alternativo e dominante rispetto alla parte orientale, ma comunque legato alla stessa radice. È logico temere una prevalenza delle forze islamiche più radicali come esito delle attuali rivolte, ma la sensazione è che la questione sia assai più profonda: riguarda l’identità complessiva dei popoli legati alla radice mediterranea, e la possibilità di trovare dei fattori che permettano di rinascere insieme, di ritrovare le comuni origini. Il Mediterraneo è l’ombelico del mondo, è lo spazio dei miti e delle religioni, delle filosofie e della politica; nel Terzo Millennio non si potrà più vivere basandosi sulla divisione tra Europa cristiana e Oriente musulmano. Questa rivoluzione non sarà l’inizio di una nuova Crociata, anzi, impone la fine di tutte le crociate e la creazione di un mondo nuovo. Pur con tutte le necessarie cautele, il pericolo non è la guerra di religione, ma la perdita definitiva di un’identità che dall’antichità aveva portato alla società moderna, attraverso le grandi sintesi medievali. È l’atto cruciale della fondazione della post-modernità.
Il nuovo mondo che sta nascendo viene definito anche come post-secolare, in quanto al sostanziale pluralismo e alla laicità dei valori si sta sostituendo una nuova forma identitaria, spiritualista ed eclettica, in cui le religioni vengono liberamente utilizzate e manipolate, spesso senza possibilità di controllo da parte delle autorità istituzionali degli stati e delle varie confessioni tradizionali. È una identità quanto mai sfuggente e relativista, che mette duramente alla prova non solo e non tanto la cultura religiosa, ma anzitutto la stessa cultura laica e positivista che ha dominato il mondo negli ultimi tre secoli almeno, ma in realtà fin dal tardo Medioevo. Come al tempo della dissoluzione del mondo antico, lo spazio che si apre alle religioni è comunque sconfinato, ma assolutamente non garantito: è una sfida da raccogliere senza timori, ma coscienti che in qualche modo si riparte tutti da zero. Per i cristiani di Oriente e Occidente, carichi della gloria delle loro tradizioni e delle macchie delle loro divisioni, si tratta di nuovo di ripartire da Uno.

S. C.


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