23 Maggio 2012

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LA PRIMAVERA ARABA E IL FUTURO DEL MONDO

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primavera-araba-1 A cura di P. Stefano Caprio

La strage dei cristiani copti di domenica 9 ottobre al Cairo getta forti scariche di ansia e incertezza sul destino della transizione nei paesi arabi, in grande fermento in questi mesi, che non riesce per ora ad assumere contorni comprensibili in nessuno dei paesi interessati e soprattutto nel più popoloso di essi, appunto l’Egitto. Il timore per l’instaurarsi di regimi ancora più dittatoriali di quelli rovesciati, i conflitti religiosi in cui sembrano soccombere le minoranze etnico-religiose, in particolare quelle di fede cristiana, la possibile affermazione di movimenti estremisti vicini ad Al-Qaeda: sono soltanto alcune varianti delle minacce su cui si concentrano i commenti e i dibattiti di questi mesi e in particolare degli ultimi giorni.

Così come quasi nessuno aveva previsto l’esplodere delle rivolte e il crollo di tirannie che sembravano quasi eterne, crediamo che nessuno abbia oggi la sfera di cristallo per prevedere gli esiti di queste crisi, che toccano diversi paesi, tra loro anche molto differenti. Per trovare un’analogia con le svolte europee del 1989, potremmo dire che anche allora molti pensavano che i regimi comunisti fossero praticamente incrollabili, e la loro dissoluzione colse di sorpresa l’opinione pubblica non solo esterna, ma anche interna agli stessi paesi in cui avvenivano i cambiamenti. Ugualmente, la previsione della “fine della storia” e della definitiva vittoria del sistema capitalista è stata smentita clamorosamente dagli eventi successivi: a più di venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, vediamo realizzarsi esiti diametralmente opposti nei vari paesi dell’Europa orientale, e allo stesso tempo l’Occidente capitalista è caduto esso stesso in una profonda crisi economica, politica e morale da cui non si vede come risollevarsi in breve tempo. Così, non crediamo che il futuro dell’Egitto sarà assimilabile a quello della Libia, della Siria o della Tunisia, né che sarà automatico o scontato un passaggio di questi paesi alla democrazia di mercato o al multiculturalismo occidentale.

Lasciando le previsioni socio-politiche agli esperti del settore, notiamo soltanto che anche dal punto di vista culturale e religioso i paesi del Medio Oriente non sono affatto monolitici, o comunque facilmente accostabili tra loro, come inevitabilmente si è portati a pensare dal punto di vista dell’Occidente. L’Islam è un grande oceano di espressioni locali, unite dalla sacra lingua del Corano e dai precetti del Profeta, ma molto differenziate dalla storia e dal carattere delle varie etnie e delle varie aree geografiche, così come i cristiani delle varie Chiese orientali di quei paesi sono legati dall’unica fede in Cristo, ma spesso sono segnati da caratteristiche locali molto specifiche e difficili da cogliere dall’esterno.

I copti in Egitto, colpiti già diverse volte da attacchi violenti e sanguinosi negli ultimi mesi, costituiscono una comunità molto importante e corposa, la più rilevante all’interno di un paese arabo e la più importante del Medio Oriente dopo quella maronita del Libano. Essi discendono dall’antico scisma monofisita del V secolo, e hanno sempre goduto di notevole autonomia sia rispetto alle altre grandi tradizioni cristiane, come quella cattolica latina e quella ortodossa greca, sia nei confronti delle stesse istituzioni islamiche, da cui hanno sempre subito pressioni e persecuzioni, riuscendo peraltro a salvaguardare la propria tradizione più di tante altre minoranze religiose presenti nel mondo arabo. In un certo senso, il cristianesimo copto è più contiguo e intrecciato con la religione islamica di tutte le altre varianti del cristianesimo orientale: la radice monofisita, che presuppone una percezione più acuta della trascendenza divina, influisce sulla teologia e la stessa devozione in modo simile all’assoluta sottomissione musulmana al volere divino. Questo rende i copti da un lato meno conflittuali, dall’altro maggiormente concorrenziali alla stessa cultura islamica, e non a caso la loro consistenza numerica in Egitto ha dimensioni molto diverse da quelle degli altri cristiani nei paesi islamici, quasi dieci volte superiore.

Nella difficile transizione di questi paesi, come sempre più appare evidente, il fattore religioso torna ad essere uno degli elementi decisivi per la formazione delle nuove strutture sociali. Non vi è dubbio che i settori più radicali ed eversivi, così temuti in Europa e in America, stiano tentando di condizionare anche pesantemente i processi in atto; ma non crediamo che il fanatismo religioso sia il vero problema, o comunque l’unico problema di questi paesi. I regimi precedenti, in un modo o nell’altro, si basavano in realtà sull’emarginazione del fattore religioso, giustificando il proprio dominio con le complicità tribali all’interno e quelle delle grandi nazioni occidentali all’esterno; in realtà, erano più “occidentali” le dittature di Gheddafi o di Mubarak di quanto ora si vorrebbe ottenere dai nuovi governanti, ancora assai poco credibili, e che usciranno da sviluppi assai più complessi delle semplici elezioni tanto auspicate dai grandi consessi internazionali. I cristiani, pur con tutte le limitazioni e le persecuzioni di questi mesi, hanno molte carte da giocare, in Egitto più che altrove, ma anche in Libia, in Tunisia, in Giordania, in Siria eccetera. Sono uomini e donne di cultura araba, con grandi ascendenze culturali e sociali, capaci di dialogare con i loro popoli e con le varie componenti dell’Islam e delle altre minoranze, ma anche e naturalmente più accessibili e componibili con ampi settori della comunità internazionale, non solo per la sintonia in campo religioso. È quindi in parte comprensibile che siano nel mirino dei provocatori e degli estremisti, ma crediamo fortemente che riusciranno ad avere un ruolo di primo piano nel disegnare la nuova immagine di questi paesi antichi e gloriosi, di cui tutto il mondo ha bisogno per uscire dall’incertezza e dall’angoscia per il futuro dell’umanità di tutte le latitudini.

S. C.


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