LA PALESTINA NELLE NAZIONI UNITE?
La richiesta del leader dell’autorità palestinese Abu Mazen di accogliere la Palestina nel consesso dell’ONU, in un periodo di grandi fermenti in tutto il mondo mediorientale, rilancia la questione israeliano-palestinese come snodo centrale di tutta la stabilità del Mediterraneo meridionale. La candidatura palestinese appare più che altro una provocazione, vista la scarsa probabilità del suo successo, e in generale ripropone gli eterni quesiti irrisolti del conflitto tra arabi ed ebrei: la colonizzazione dei territori, lo status di Gerusalemme, il riconoscimento dei due stati sull’unico territorio eccetera. Entrambe le parti cercano di imporre condizioni preventive alla ripresa del dialogo, che di fatto ne bloccano l’efficacia, e anche i grandi interlocutori internazionali appaiono piuttosto incerti sulla direzione da imprimere alle trattative.
Senza volerci addentrare nelle ingarbugliate questioni politiche, diplomatiche e militari in discussione, vorremmo comunque rilevare il grande significato simbolico della richiesta palestinese. Lo stesso concetto di “nazioni unite” trova nella proposta di Abu Mazen un elemento fondamentale di verifica del suo significato: che cosa sono oggi le nazioni nel mondo globalizzato, e in che cosa consiste la loro unità? La Palestina è forse il luogo in cui queste domande si sono poste più frequentemente e più acutamente che in qualunque altro contesto, nella storia mondiale dei popoli. Terra promessa, terra di divisioni e fusioni dei popoli, terra di realizzazione dei disegni imperscrutabili di Dio: secondo le logiche mondane, infatti, è impossibile giungere a una conclusione certa sul diritto degli uni o degli altri a occupare questa o quella porzione di terra, ad affermare una sovranità sempre relativa e sempre indipendente dalle percentuali etniche, dalle formazioni politiche e dalle condizioni economiche. Chi è titolare della nazione, colui che ne rivendica la “proprietà” storica (i palestinesi) o chi la ritiene espressione del proprio “destino”, come gli ebrei? Possono coesistere persone e popoli che leggono diversamente il compito assegnatogli dalla storia e dalla religione? Di fronte alla crisi profonda dei sistemi politico-economici del mondo globalizzato, queste questioni, apparentemente troppo astratte, rischiano di mettere ulteriormente in crisi l’identità anche di chi si sente garantito da strutture poderose della “democrazia” e della stessa “nazionalità”.
Ebrei e palestinesi vantano entrambi una serie di ragioni molto profonde e molto efficaci, e d’altra parte hanno entrambi accumulato non pochi torti e numerose contraddizioni. Sono le due facce della coscienza di tutti i popoli che già compongono le “nazioni unite”, il lato orientale e quello occidentale, il ricco e il povero, il potente e l’indifeso. Al centro di tutto e soprattutto della storia religiosa dell’umanità, entrambi assegnatari e custodi della città-madre delle grandi rivelazioni divine, Gerusalemme “ombelico del mondo”, ebrei e palestinesi (musulmani e cristiani) sono fratelli di tutti i popoli, di tutti i continenti, di tutti gli uomini. La loro convivenza è profezia e condizione della nostra convivenza, la loro unità e garanzia della possibile esistenza sulla terra di un vero consesso di “nazioni unite”, di uomini e donne chiamati insieme alla ricerca della verità e della pace.
S. C.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Ottobre 2011 17:16