23 Maggio 2012

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IL POPOLO ARMENO, LUOGO DELLA MEMORIA

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genocidio-armeni È di questi giorni la notizia che il Vaticano si appresta a pubblicare una grande massa di documenti relativi al genocidio degli armeni in Turchia all’inizio del secolo XX. Si tratta di un evento importante e lungamente atteso, frenato sia dai tempi di apertura degli Archivi Segreti vaticani (più prudenti della media di questo genere di istituzioni), sia da considerazioni di opportunità storico-politica, visto che la Turchia ha sempre fieramente avversato ogni tentativo di fare piena luce su quella terribile vicenda.
Si tratta in realtà di uno dei “buchi neri” della memoria europea, così giustamente impegnata nella continua commemorazione dell’Olocausto degli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale, e invece assolutamente reticente sul primo grande episodio di “pulizia etnica” nel nostro continente. Infatti la Turchia di inizio Novecento si iscrive in tutto e per tutto nella storia dell’Europa, dove vorrebbe essere riammessa a pieno titolo oggi, senza dare conto di quel periodo. Nella rivoluzione dei “giovani turchi” si espresse in realtà una violenta laicizzazione del paese erede dell’Impero Ottomano, per secoli avversario, interlocutore, ma anche protagonista delle vicende del continente europeo, di cui rappresentava l’anima orientale musulmana. La politica di Ataturk intendeva fare del paese una imitazione dei grandi stati laici europei, della Francia in particolare, e questa fu la motivazione principale del genocidio stesso: liberarsi di una popolazione cristiana orientale, portatrice di una storia e di una tradizione assolutamente irriducibili rispetto al progetto di modernizzazione da lui immaginato. Vi fu quindi persecuzione etnica, ma anche persecuzione religiosa, contro i cristiani, ma anche contro gli stessi musulmani turchi, instaurando una politica di laicismo feroce e ipocrita.
Gli armeni furono paradossalmente salvati da un impero che a sua volta sarebbe diventato il principale persecutore dei cristiani e delle religioni, la Russia, che dopo pochi anni dal genocidio sarebbe caduta nella lunga notte dell’ateismo militante e della omologazione etnica. Eppure, perfino in Unione Sovietica il popolo armeno è riuscito a conservare la propria identità storica e anche religiosa, rimanendo testimone di una tradizione che risale alle origini cristiane: nel 2003, usciti dal lager comunista, gli armeni hanno potuto celebrare i 1700 anni dalla proclamazione del primo stato cristiano nella storia. Perfino il Papa Giovanni Paolo II, pur già gravato dalla malattia, volle rendere omaggio nel 2001 a questo grande popolo cristiano, visitandone i luoghi santi e celebrando fraternamente una solenne cerimonia nel grande monastero di Echmjadzin, antica sede del patriarca-katolikos degli armeni. Molte tracce della presenza armena sono distribuiti sul territorio italiano, dove più volte si rifugiarono in seguito alle numerose persecuzioni subite anche prima del genocidio turco: su tutte, il monastero di S. Giorgio degli armeni a Venezia, uno dei più importanti centri della cultura armena nel mondo.
In tempi di costruzione di una nuova Europa politica, con i grandi dibattiti sulle sue radici e la sua identità, ci pare assolutamente necessario restaurare questi drammatici passaggi della nostra memoria, da condividere insieme tra cristiani e musulmani, orientali e occidentali, popoli e persone che intendono edificare una casa comune solida e accogliente per tutti. Una casa libera dall’odio, dai pregiudizi e dalle contrapposizioni che spesso ci accompagnano e ancora ci perseguitano nell’anima e nei corpi di tanti uomini e donne uccisi nei conflitti bellici o nei gesti di fanatismo politico e religioso, come don Andrea Santoro e mons. Luigi Padovese.

S. C.



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