La morte del Patriarca serbo-ortodosso Pavle (Stojcevic, 1914-2009) non ha avuto grande risalto nei notiziari internazionali, anche ecclesiastici. Egli era infatti una figura mite e piuttosto schiva, non cercava di imporre la propria personalità nemmeno in frangenti drammatici come quelli delle guerre balcaniche degli anni ’90, non era un “profeta dell’ecumenismo” ne’ un “campione del tradizionalismo”. La sua veneranda età lo aveva peraltro costretto di fatto a farsi da parte da anni, lasciando il governo al locum tenens, il metropolita Amfilohije di Montenegro. Eppure la sua dolcezza mancherà alla comunione universale delle Chiese, ortodosse e cattoliche.
Santo monaco dedito alla restaurazione di chiese e monasteri nella Jugoslavia comunista, autore di testi di spiritualità e liturgia, la sua figura minuta e umile spiccava per contrasto in mezzo a tante alte gerarchie; pastore di una Chiesa, quella serba, molto militante e “di frontiera”, egli era amatissimo dai suoi fedeli, ma anche rispettato e ammirato da chi apparteneva a popoli e confessioni “avversarie” (cattolici croati, musulmani bosniaci, e da tutti gli occidentali). Seppe lasciare la religione fuori dai tremendi conflitti interetnici jugoslavi, e solo per questo merita un ricordo e una preghiera speciale davanti al Trono dell’Altissimo, da cui ora ci benedice tutti.