La terribile tragedia del terremoto giapponese interroga le coscienze di tutto il mondo sulla fragilità della condizione umana, nonostante tutte le conoscenze e le capacità acquisite in tanti secoli di progresso scientifico e tecnico, di cui il Giappone è forse la nazione più avanzata e rappresentativa. Nel paese dell’estremo oriente del mondo, che allo stesso tempo ne costituisce l’estremo occidente, si misura la forza e la debolezza di un genere umano a cui Dio ha affidato la cura e il governo del creato, e che improvvisamente torna ad esserne schiavo tremebondo e impotente.
Non stupisce quindi che risuonino voci autorevoli che ammoniscono circa il corretto uso delle risorse naturali, soprattutto della temibile energia nucleare, il cui controllo viene messo fortemente in dubbio proprio dal liberarsi di altre energie incontrollabili. Una di queste voci è quella del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, da sempre tanto attento alle tematiche della salvaguardia del creato, da meritarsi l’appellativo di “patriarca verde”. Il suo magistero, del resto, si accompagna sempre più anche a quello del papa di Roma Benedetto XVI, che si è pronunciato su questioni ecologiche più di tutti i suoi predecessori in due millenni. Il papa tedesco esprime una sensibilità al rispetto della natura tipico di tutta la cultura germanica contemporanea, aggiungendovi un profondo radicamento nella dottrina sociale cattolica e l’acume di un carisma teologico coltivato in una vita dedicata ad esaltare le fondamenta della fede cristiana: anch’egli dunque può a buon diritto essere considerato un “papa verde”.
La tematica ecologica diventa quindi una nuova frontiera dell’ecumenismo, raggiunta con un processo sempre più accelerato e pressante di fronte a fenomeni naturali di così vasta portata, ma anche in un contesto di eccezionale intensificazione delle dinamiche storiche e sociali del mondo globalizzato, che richiede uno sfruttamento delle fonti di energia incomparabilmente superiore perfino al secolo precedente, il secolo delle grandi guerre, delle grandi rivoluzioni industriali e della conquista dello spazio. L’energia serve al mondo non più per conquistare livelli più avanzati di benessere o di supremazia, ma ormai soltanto per il mantenimento di masse sempre più numerose di persone che chiedono giustamente di vivere in condizioni di sicurezza, igiene e approvvigionamento degne della civiltà contemporanea. Nonostante esistano ancora fasce amplissime della popolazione mondiale che lottano per la sopravvivenza, che mancano dei beni essenziali o che rimangono confinate a una misura poco più che medievale dell’esistenza, in realtà la coscienza di ogni essere umano è ormai conformata a uno standard elevatissimo nei confronti anche solo di un secolo fa. Continuano a sussistere clamorose sproporzioni tra i pochi ricchissimi e i tantissimi poveri, tra i paesi settentrionali e il sud del mondo, tra occidente e oriente, ma come dimostra la tragedia giapponese, questi sono ormai parametri secondari di fronte al rischio del collasso ecologico globale.
Anche la teologia deve contribuire a dare una risposta a interrogativi così angosciosi, come ripete spesso il patriarca Bartolomeo, ritrovando le tracce del disegno divino sull’uomo e sul mondo, un disegno eminentemente antropocentrico, che impone all’uomo la responsabilità del servizio alla natura di cui è custode e non lo autorizza a farne abuso in modo indiscriminato. Una teologia comune a tutte le confessioni e le tradizioni, aperta a un vasto contributo interreligioso e a un profondo dialogo con tutte le culture, con tutti gli uomini di buona volontà, credenti o non credenti. Non esiste un’ecologia cattolica o ortodossa, laica o protestante, e per lo meno in questo campo la storia non ci ha consegnato alcuno scisma. Come il disastro di Chernobyl del 1986 ha aperto la strada al crollo delle ideologie, la sciagura giapponese del 2011 (nella speranza che non diventi un’altra catastrofe nucleare) potrebbe inaugurare una nuova stagione di unità tra i cristiani per il bene dell’umanità.
S. C.