COSTRUZIONE DELLE CHIESE E DELLE NUOVE SOCIETA’
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Mercoledì 26 Ottobre 2011
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Scritto da Stefano Caprio

La richiesta di
papa Shenouda III, capo della Chiesa copta in Egitto, di avere certezze sulla costruzione di nuove chiese, rivela uno scenario particolarmente importante e delicato non solo nel mondo arabo musulmano, ma un po’ in tutti i paesi di oriente e occidente, riguardo ai diritti effettivi di libera professione della religione. Una cosa infatti è il diritto teorico ad essere membri di una qualunque chiesa o confessione, e a credere privatamente in qualunque divinità o rivelazione, altro è avere la disponibilità degli strumenti e dei mezzi per esprimere il proprio credo in forma pubblica e aggregata.
Anche nei paesi ufficialmente più atei e antireligiosi della storia, come l’Unione Sovietica e tanti paesi ad essa collegati, la legislazione non aveva difficoltà ad ammettere una libertà religiosa “privata”, ma allo stesso tempo sanzionava quasi tutte le sue espressioni pubbliche o socialmente rilevabili.
Le fasi più cruente della persecuzione antireligiosa, come in URSS era avvenuto negli anni ’30 e ’60 del secolo scorso, coincidevano di fatto con la chiusura della maggior parte delle chiese e dei luoghi di culto, mentre in altri periodi, pur di fronte a una politica ufficialmente sempre ostile alla fede religiosa, il regime permetteva la riapertura di molti templi o addirittura la costruzione di nuovi edifici per la preghiera e la catechesi (come avvenne sotto lo stesso Stalin negli ’40 e ’50). Per andare a tempi più recenti, nella nuova Russia dopo il comunismo vi è stata un’effettiva libertà religiosa solo nei primi anni ’90, mentre dal 1997, con l’affermarsi di una politica nazionalista più accentuata, si è ristretto sempre più lo spazio della libertà sociale nella pratica religiosa, riservandolo per lo più soltanto ad alcune forme di religiosità più “nazionali” o “tradizionali”, che in Russia sono identificate nell’Ortodossia e, in alcune regioni, nel buddismo o nell’Islam. Solo nelle scorse settimane, ad esempio, a Mosca è stata chiusa pretestuosamente una casa delle suore missionarie di Madre Teresa di Calcutta, ed è stata negata la costruzione di una chiesa cattolica a Pskov, dopo che erano già state date le relative autorizzazioni.
Il confronto tra l’URSS comunista e la Russia nazionalista odierna è solo apparentemente distante dalla condizione dei paesi arabi dopo le svolte, peraltro ancora in corso, dell’ultimo anno. Le dittature crollate o in crisi di paesi come l’Egitto e la Tunisia e la Libia, e prima ancora dell’Iraq o dell’Afghanistan, avevano posizioni anche molto diverse circa la libertà di professare la religione, islamica e non, ma vi era un certo status quo che prevedeva forme miste (come in Egitto) o decisamente “laiche” (ad esempio, in Iraq) in cui le minoranze religiose, soprattutto cristiane, avevano imparato a muoversi con prudenza, ma anche con alcune certezze, che ora sono state rimesse in discussione. La geografia della fede dal
Medio Oriente all’Asia centrale permetteva di contare su alcune aree di grande libertà, come il Libano cristiano, paesi di relativa tranquillità interreligiosa e paesi con situazioni più delicate, come la stessa Arabia Saudita, dove è proibita ogni forma di professione pubblica di una religione che non sia quella islamica, ma nella pratica si lascia che ogni comunità si organizzi in forma semiclandestina. Il timore è che nelle varie rivoluzioni in atto emergano posizioni intransigenti, in cui l’identità nazionale sia accompagnata da forme radicali d’intolleranza religiosa, e l’Egitto è attualmente uno dei primi banchi di prova, anche se gli esiti delle guerre “occidentali” in Iraq e Afghanistan non fanno ben sperare sulle garanzie di libertà delle nuove forme di governo locale.
Del resto, l’Occidente “liberatore” dell’Asia centrale, e spettatore disorientato della primavera araba nel Mediterraneo, non pare avere molto a cuore i diritti dei credenti in questi paesi; si pretende di esportare la democrazia, l’economia di mercato e una serie di principi progressivi delle civiltà che si considerano “più evolute”, ma la libertà religiosa viene in realtà lasciata molto sullo sfondo di questa missione civilizzatrice.
Probabilmente i paesi europei e americani non considerano così fondamentali questi diritti, e hanno molte difficoltà a regolarli in modo efficace anche al loro interno, come attestano gli imbarazzi di fronte al velo islamico o alle moschee in Occidente, che non si sa bene se favorire o proibire. In questo l’Occidente rischia di perdere una partita di grande importanza per lo sviluppo della società futura: il ruolo della religione, così disprezzato e culturalmente emarginato nel mondo dei ricchi, torna a essere cruciale in quello che una volta veniva chiamato “terzo mondo”, e che un domani potrebbe scalare il podio dei paesi dominanti, in cui già oggi primeggiano grandi paesi asiatici come la Cina e l’India, anch’esse in bilico tra persecuzioni e intolleranze tra le religioni.
Senza la fede non c’è futuro per l’uomo, senza la libertà religiosa non c’è progresso per il mondo.
Stefano Caprio