L’ATTESA DELLA SUA VENUTA DA ORIENTE
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Mercoledì 30 Novembre 2011
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Scritto da Stefano Caprio
Il tempo di Avvento ci chiama a prepararci all’incontro col Signore che viene, nella storia e nella carne, nella dimensione definitiva del Giudizio e della Salvezza e nella precarietà del tempo che passa, ma che ogni momento ricomincia proprio dall’attesa di Lui. È questo il tono spirituale del periodo che precede il Natale, che nella Chiesa latina riprende il cammino dell’Anno Liturgico e nelle Chiese d’Oriente impone il digiuno di chi è proteso ad accogliere il Salvatore nella Sua vera manifestazione.
È l’attesa della luce che sorge da Oriente, della stella di Betlemme avvistata dai saggi che rappresentano la speranza di tutti i popoli e di tutte le religioni. Com’è noto, nelle tradizioni cristiane di Oriente e Occidente confluiscono motivi diversi e convergenti nelle espressioni liturgiche del tempo prenatalizio, in cui si compongono e si purificano le grandi simbologie delle religioni antiche e pagane. È il tempo dell’attesa della nuova luce, del Sole vittorioso sul buio della stagione in cui la natura sembra morire, del timore della fine di tutto e della preghiera per una rinascita che sempre accade come un miracolo.
È il ritorno all’origine della vita e della storia, della consapevolezza che siamo sempre “opera delle Sue mani” e abbiamo bisogno di essere nuovamente plasmati e rialzati a nuova vita. Proprio questo sentimento appare oggi quanto mai opportuno per l’umanità intera, per ogni popolo e ogni uomo posto di fronte alla domanda sul proprio futuro e il proprio destino. Le incertezze delle condizioni sociali ed economiche costringono infatti a rivedere i criteri con cui amministrare e governare i beni propri e i beni comuni, che sembrano sfuggire al controllo e alla disponibilità delle strutture pubbliche e delle comunità familiari, nazionali e mondiali. L’Avvento è la vera prospettiva su cui valutare lo svolgersi degli eventi della storia, della cultura e della politica: la risposta alle angosce e ai timori deve ancora venire, le aspirazioni di ogni cuore vengono riposte in un disegno che deve nuovamente far splendere il Suo volto.
Ci sembra particolarmente adatto, in questo tempo, sottolineare il grande valore della pratica del digiuno, che nella Chiesa d’Oriente accompagna la preghiera con maggiore intensità rispetto agli usi latini. I tanti richiami alla sobrietà e alla sostenibilità del sistema di vita, così disattesi e soffocati dall’inarrestabile bisogno di consumi del nostro abituale stile di vita, oggi s’impongono come necessari e urgenti, a fronte di una inarrestabile crisi, che sembra mettere radicalmente in discussione tante certezze e tante sicurezze. Il digiuno è la capacità non soltanto di rinunciare e di privarsi di qualcosa, ma anche e soprattutto di reinventare la propria esistenza, di trasformare dimensioni meccaniche e scontate, come le consuetudini alimentari e personali, in capacità di espressione interiore più profonda e creativa. Digiunare vuol dire avere rispetto della natura creata da Dio e usarla secondo un criterio di amore e di bene, non di puro sfruttamento e di consumo; la stessa idea del “consumare” nel Vangelo indica il donare se stessi, il “consummatum est” della croce. Non si consuma il mondo, ma ci si lascia consumare da Dio per realizzare il Suo progetto su di noi. Digiunare vuol dire scegliere, esercitare la propria libertà accogliendo tutto ciò che fa crescere, nel corpo e nello spirito, e decidendo di non farsi condizionare e dominare da ciò che corrompe, ingombra, degrada la persona e la realtà intera. Il digiuno prenatalizio non ha un tono penitenziale, come quello quaresimale, che spinge alla rinuncia per purificarci dal male: è un digiuno gioioso e creativo, che riporta all’inizio per gustare di nuovo tutta la bellezza del mondo donato all’uomo da Dio.
Stefano Caprio
Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Dicembre 2011 16:39