تعليق البطريرك فؤاد طوال على لقاء أساقفة "تنسيق الأرض المقدسة"

صدر أمس الخميس البيان الختامي لأساقفة "تنسيق الأرض المقدسة" القادمين من أوروبا والولايات المتحدة الأمريكية على أثر اجتماعهم السنوي، وتعليقا على هذا اللقاء، قال بطريرك القدس للاتين فؤاد طوال في تصريح لإذاعة الفاتيكان

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Noi e la loro croce

“Un ulteriore segno di vicinanza e di solidarietà alle Chiese di Terra Santa ma anche di collegialità con altri vescovi nordamericani ed europei per esprimere ulteriore attenzione alle sofferenze di questi luoghi”. Con queste parole, mons.
Riccardo Fontana, arcivescovo della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, con oltre 20 anni di servizio diplomatico per la Santa Sede, spiega al SIR la sua presenza alla visita pastorale del Holy Land Coordination, l’organismo che raduna presuli rappresentanti delle Conferenze episcopali di Usa, Canada e Ue e che, su mandato della Santa Sede, dal 1998, si reca in Terra Santa con lo scopo di sostenere e incoraggiare i cristiani locali. Dal 7 al 12 gennaio i vescovi del Hlc (Canada, Stati Uniti, Francia, Spagna, Italia, Gran Bretagna, Paesi Scandinavi e Germania) hanno visitato le comunità cristiane di Gaza, Nablus, Gerusalemme, Haifa, discusso temi quali la primavera araba, la violenza dei coloni israeliani, le prospettive di pace in
Medio Oriente, il dialogo interreligioso e incontrato, tra gli altri, il vice ministro degli Esteri di Israele, Danny Ayalon, e il capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat.
Eccellenza, qual è il suo bilancio di questa visita?
“Mi hanno colpito molto le parole del patriarca Twal che ha detto: ‘Non sono incaricato di risolvere il problema dell’occupazione militare o sciogliere altri nodi che stringono questa Terra, ma ho la missione di condurre il suo popolo in Paradiso’. E mi ha colpito ancora più l’attenzione, direi paterna, del patriarca verso i giovani militari israeliani costretti a vivere con il mitra in mano formandosi così alla cultura della contrapposizione, come se tutto il resto del mondo fosse un nemico dal quale difendersi. Non voglio fare un facile irenismo, non sottovaluto le reali difficoltà presenti sul terreno, ma voglio sottolineare come sia necessario volare un poco più alto. Noi abbiamo visto come questa Chiesa di Terra Santa si misura con una situazione drammatica senza perdere la dimensione trascendente. Twal lo ha ripetuto spesso, anche nella celebrazione finale: ‘Siamo la Chiesa del Sepolcro vuoto ma anche quella del Golgota che ci appartiene’. Senza assumere le sofferenze di questa terra non arriveremo mai alla pace’”.
In che modo i pellegrini possono aiutare la Chiesa di Terra Santa a portare la croce della sofferenza?
“Pregando e offrendo gesti concreti di solidarietà. La Chiesa italiana è da sempre fortemente sensibile alla carità verso i Luoghi Santi. La prima forma di carità è il pellegrinaggio che porta non solo ragioni concrete di sopravvivenza, in quanto produce lavoro, ma anche attenzione alle vicende di questi Luoghi e vicinanze alle comunità cristiane, spesso piccole, come quella di Gaza, una parrocchia assediata e isolata dall’occupazione militare israeliana, da una parte, e dal regime di Hamas, dall’altra. Ma c’è un’altra idea che mi sono fatto in questi giorni...”.
Quale sarebbe?
“È quella che i problemi ‘di qua’ si risolvono nei nostri Paesi. La pressione dell’opinione pubblica internazionale ha un effetto particolarmente benefico ed efficace sui problemi della Terra Santa. Non parlo di pressione politica, che spesso non dipende da noi, ma di quella della gente comune che esprime il suo sdegno per una situazione che non trova soluzione. Mi chiedo, per esempio, se alcuni dirigenti israeliani abbiano più paura della pace che della guerra. Alcune posizioni sono illogiche, bisogna aiutare l’opinione pubblica internazionale a smontare la filosofia di gruppi oltranzisti che trovano sostegno, soprattutto negli Usa, e a ribadire che esiste una ragionevolezza che non può essere contraddetta all’infinito. C’è una parte israeliana che non vuole guardare al futuro. Gerusalemme non è un business ma la città di Dio sulla terra, il luogo dove tutti i figli di Abramo hanno il diritto di sostare. Diversamente la si profana”.
Ma l’opinione pubblica, perché possa fare pressione, ha bisogno di un’informazione obiettiva e chiara: non pensa che da questo punto di vista serva uno sforzo maggiore, soprattutto da parte dei media cristiani e cattolici?
“Urge raccontare quanto le nostre comunità soffrano della mancanza di casa, di lavoro, di sicurezza, di stabilità, di rispetto, tutte verità da rilanciare. Bisogna fare in modo che dalla Terra Santa le notizie arrivino sempre e non solo quando ci sono emergenze. Raccontare la vita quotidiana delle nostre comunità di Terra Santa, che è poi quello che il Sinodo per il Medio Oriente e Benedetto XVI chiedono. In questo contesto assume rilevanza il ruolo dei settimanali diocesani che, grazie anche al SIR, potrebbero dedicare maggiore spazio alla Terra Santa, ai legami che intercorrono tra le diocesi e le Chiese mediorientali e avvicinare così la gente alla Chiesa madre di Gerusalemme. Lo stesso possono fare giornali, radio e tv ecclesiali. Informare, sostenere e solidarizzare, sono le azioni da portare avanti”.
Dalle Chiese diocesane cosa può venire per la Terra Santa?
“Le porto un esempio: ad Arezzo abbiamo dedicato una Quaresima di carità per finanziare un appartamento che il Patriarcato latino ha destinato ad una famiglia cristiana. Posso dire che ci sono diocesi italiane che in Terra Santa fanno cose mirabili. Ma molto resta da fare: istruzione, formazione, accoglienza, giovani, lavoro, sono tutti campi nei quali è possibile attivare una sinergia con Patriarcato Latino e Custodia di Terra Santa per rispondere ai bisogni dei cristiani di lì. La stessa Cei è in prima linea con gli aiuti. A Gaza abbiamo visto una scuola finanziata con i fondi dell’8x1000. Gesti che fanno crescere una cultura di pace e non di conflitto”.
a cura di Daniele Rocchi, inviato SIR Europa in Terra Santa
© www.agensir.it - 13 gennaio 2012

HOLY LAND: MGR. CHACOUR (MELKITE), THE HISTORICAL RESPONSIBILITY OF CHRISTIANS

(Jerusalem) - “Christians should not remain here only because they have lands, lands that we are about to lose like our authority. In fact, we still have the historical responsibility to introduce into the life of this Land words and testimonies of reconciliation, solidarity and forgiveness”, Mgr. Elias Chacour, Melkite Archbishop of Haifa, told SIR Europe, commenting on the meeting yesterday in Ibillin, near Nazareth, which brought together Christian, Druze, Muslim, Jewish and Baha’i leaders alongside the US and EU bishops of the Holy Land Co-ordination (HLC) who are currently in the Holy Land for their annual visit (until 12 January). “We want to dialogue – Mgr. Chacour said – to be a sign of unity and coexistence. Despite the absence of peace in this Land, we believe that religions may be part of the solution, rather than one of the causes of the long conflict”. The Melkite archbishop also made an appeal, “which I reiterated also to Israeli President Shimon Peres, not to neglect Christians, who – according to the religious leader – are tolerated but not accepted as Jews are”.
Mgr. Chacour expressed “concern” about the creation of a “Jewish State for Jews only”, about the Separation Wall and about the Gaza Strip. For the Melkite archbishop, “there will never be peace in Israel without justice for the neighbours, Gaza, and Palestinians”. However, he concluded, “we want to believe in a better future, as shown by Haifa, a city of families of Christians, Muslims, and Druzes, who live as citizens, with the same rights and duties. Haifa is a shining example of coexistence in Israel. It is worth saying that we do not live in a city of angels, so sometimes there might be tensions in neighbouring villages, especially in the relationships between Christians and Druzes, but these are exceptions that confirm the rule of coexistence. We do hope that Jerusalem and Tel Aviv too will become like Haifa”.
© www.agensir.it - jenuary 1th 2012

Russia, e se nascesse un partito ortodosso?

Il Patriarcato russo-ortodosso è favorevole alla creazione di «partiti o
fazioni politiche cristiane». Lo ha dichiarato l’arciprete Vsevolod Chaplin, capo del Dipartimento per le relazioni tra la Chiesa e la società del Patriarcato di Mosca. «
La Chiesa è favorevole sulla prospettiva di formare partiti cristiani o ortodossi, ma non fornirà loro uno specifico supporto o benedizione», ha scritto Chaplin su un blog che tratta di ortodossia e politica. Oltretutto, nel suo messaggio per il Natale ortodosso, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill, ha affermato che sarebbe
«un segnale molto negativo» se le autorità ignorassero le proteste, ha ribadito Chaplin. Nel suo post intitolato "È possibile formare un partito politico cristiano?" i
l responsabile ecclesiastico conclude che «il tempo per creare partiti politici attivi sta per arrivare». La legge «vieta di formare partiti basati sulla religione - spiega Chaplin - ma non la formazione di partiti ortodossi o cristiani che non menzionino la religione formalmente nel loro nome». Ma «la cosa principale è tradurre correttamente le proteste in una politica di cambiamento».
Fa poi l’esempio dei cristiani democratici che al Parlamento europeo si chiamano
«Partito popolare europeo e i musulmani moderati in Turchia, che lavorano sotto l’ombrello del Partito per la giustizia e lo sviluppo». La Chiesa ortodossa è per tradizione vicina al potere politico, ma dopo le grandi proteste di piazza anti-governative esplose contro i brogli elettorali si è schierata a favore del popolo.
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http://vaticaninsider.lastampa.it - 13 gennaio 2012

In Russia la carità è roba da bambini

MOSCA, 12. Come coinvolgere i bambini nelle opere di beneficenza: è l’obiettivo del manuale presentato nei giorni scorsi dal Dipartimento sinodale per la carità e il ministero sociale della Chiesa ortodossa russa. In un articolo — pubblicato sul sito internet dell’organismo ecclesiale, Diaconia.ru, e tradotto in francese da Orthodoxie.com — si sottolinea quanto sia importante che i ragazzi collaborino con le istituzioni sociali, anche se spetta agli adulti definire le forme di tale aiuto, in modo che esso sia al loro livello. «Per avvicinare un uomo che ha bisogno di aiuto — spiega nell’introduzione del manuale padre Alexander Lavrukhin, direttore della scuola ortodossa San Dimitri — bisogna avere una determinazione interiore. Sviluppare questa capacità, non temere di offrire la propria assistenza aiuta le opere sociali». L’intenzione della Chiesa ortodossa russa è quella di riproporre, in materia di raccolta fondi, la «festa del fiore bianco» (i donatori ricevevano dai fanciulli appunto un fiore bianco), festa sostenuta, all’epoca, dalla famiglia imperiale. Oggi esistono iniziative simili, come le collette organizzate nei supermercati dal servizio ortodosso di volontariato «Misericordia». Una delle coordinatrici, Natalia Piminova, ha spiegato che i bambini possono unirsi ai volontari distribuendo volantini o raccogliendo nei carrelli beni di prima necessità. Risulta evidente, si legge nel libro, che non è assolutamente raccomandabile portare con sé i bambini nelle carceri o negli ospedali. Ma essi possono scrivere delle lettere ai detenuti o ai malati, fare dei disegni per loro. E per quanto concerne le strutture sociali per minori, il manuale invita tutti i bambini, senza eccezioni, a visitarle. Il volume ha anche due allegati: un testo di una conversazione tra alcuni scolari e il vescovo di Smolensk e Vyazma, Panteleimon, presidente del Dipartimento sinodale per la carità e il ministero sociale e un altro sulla gita compiuta da studenti delle classi superiori al convento di Marta e Maria a Mosca, noto per la sua azione caritativa.
© Osservatore Romano - 12 gennaio 2012

Il coraggio del dialogo e della pace

GERUSALEMME, 12. Un appello, forte e convinto, al dialogo, alla tolleranza e alla giustizia è stato lanciato a israeliani e palestinesi dai vescovi dell’Holy Land coordination (Hlc), il Coordinamento dei presuli di Nord America e Unione europea per la Terra Santa, nella dichiarazione finale della loro visita annuale che si è chiusa oggi a Gerusalemme. I presuli ribadiscono «l’imp ortanza della ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi» e avanzano la richiesta di una «leadership creativa, tollerante e coraggiosa, capace anche di mostrare perdono e umiltà, e di promuovere una pacifica coesistenza ». Per l’Hlc «essere pro-Israele vuol dire essere pro-Palestina, quindi per la giustizia per tutti. Il frutto sarà una pace duratura». Nella nota, in cui non manca la segnalazione di alcuni «segni di speranza » come l’aumento dei pellegrini e la cooperazione interreligiosa, i presuli rilevano come i leader politici delle due parti «hanno bisogno di mostrare coraggio e risolvere così le speranze della maggioranza per realizzare una pacifica coesistenza nella fedeltà al loro essere ebrei, cristiani e musulmani». L’annuale incontro di presuli europei e nordamericani con l’assemblea degli ordinari cattolici locali è durata cinque giorni, dall’8 al 12 gennaio. Un appuntamento scandito dalle visite alle comunità parrocchiali di Gaza, Nablus e Gerusalemme, incontri con le realtà di Haifa e Ramallah e scambi d’esperienze con esponenti del mondo accademico e culturale. Al centro della riflessione le tante emergenze della regione. Dalla situazione dei cristiani in Terra Santa alle prospettive di pace in Medio Oriente, dall’impatto della “primavera araba” fino ad arrivare alla crisi abitativa e all’emigrazione. Per i cristiani di Terra Santa — ha detto a conclusione dell’i n c o n t ro monsignor Duarte da Cuhna, segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa — «è importante non sentirsi abbandonati e la nostra visita qui rappresenta un segno importante di vicinanza e solidarietà. I cristiani, se possibile, soffrono più di altri di questa condizione di incertezza. La Chiesa, tuttavia, non si stanca di predicare la speranza e la riconciliazione, parlando e testimoniando Gesù in modo chiaro». Mentre il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, ha rinnovato l’appello a «costruire un nuovo orizzonte di comprensione e tolleranza. Il mondo ha bisogno di conoscere quello che accade qui». Per l’arcivescovo di Akka, San Giovanni d’Acri, Tolemaide dei Greco-Melkiti, Elias Chacour, «i cristiani non devono stare qui solo perché hanno la terra, che pure stiamo perdendo così come l’autorità. Ciò che ci resta è la responsabilità storica di introdurre nella vita di questa terra parole e testimonianze di riconciliazione, condivisione e perdono». Commentando un incontro che i presuli del Coordinamento hanno avuto a I’billin, nei pressi di Nazareth, con alcuni leader cristiani, drusi, musulmani, ebrei e bahai, l’arcivescovo ha ribadito la volontà di «dialogare per essere un segno di unità e convivenza. Malgrado l’assenza di pace in questa terra, siamo convinti che le religioni possono essere parte della soluzione piuttosto che una delle cause del lungo conflitto ». Dall’arcivescovo è giunto anche un invito alle istituzioni «a non trascurare i cristiani». Per il presule «non ci sarà mai pace in Israele senza giustizia per i vicini, per Gaza, per i palestinesi». Tuttavia, ha concluso, «vogliamo proiettarci verso un futuro migliore, come testimonia Haifa città di famiglie dove cristiani, musulmani, drusi vivono come cittadini, con gli stessi diritti e doveri. Haifa è un esempio di coesistenza che non ha eguali». Particolarmente significativa è stata la visita di una delegazione del Coordinamento nella Striscia di Gaza, dove, tra i circa tremila cristiani a maggioranza ortodossa, vive e opera una parrocchia cattolica, con poco meno di 200 fedeli, guidati da padre Jorge Hernandez, sacerdote argentino. «Conosciamo le vostre difficoltà e le vostre sofferenze — ha detto nell’omelia l’arcivescovo nunzio apostolico Antonio Franco — la nostra presenza qui e questa celebrazione vogliono essere un segno di speranza e un motivo di rafforzamento della nostra fede. Non siete soli, la Chiesa universale è unita a quella di Gaza in una catena di solidarietà umana e spirituale. La Chiesa non vi abbandona, sappiate essere cristiani in ogni momento della vostra vita». Alla messa è seguito un incontro, nel quale alcuni rappresentanti della comunità hanno descritto la vita a Gaza segnata da una pesante condizione sociale ed economica aggravata dall’embargo, che, da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia, soffoca la vita quotidiana del milione e mezzo dei suoi abitanti. «I nostri bisogni — ha detto uno di loro — si chiamano lavoro, istruzione, sostegno alle famiglie, una casa, libertà di movimento ». Tra le principali emergenze in Terra Santa segnalate dal patriarca Twal, anche la mancanza di abitazioni che spesso spinge i giovani cristiani all’emigrazione. Una crisi alla quale la Chiesa locale cerca di rispondere concretamente con dei progetti per la costruzione di nuovi nuclei abitativi, o di restauro di vecchi appartamenti, da dare in affitto agevolato.
© Osservatore Romano - 12 gennaio 2012

Proposte di Al-Azhar per il futuro dell’Egitto

IL CAIRO, 12. Una proposta volta a ribadire la volontà di preservare il dialogo e la libertà di espressione e di credo: questo vuole essere il «Bill of Rights», una carta dei diritti che Ahmed El Tayeb, il gran imam di Al-Azhar — la più prestigiosa istituzione universitaria dell’islam sunnita, con sede a Il Cairo, in Egitto — vorrebbe che fosse inserita nella nuova Costituzione del Paese. Il centro di studi islamici ha infatti elaborato una proposta che mira a garantire pace e sicurezza nei rapporti tra le varie comunità religiose e che, da più parti, viene interpretata come un’indicazione positiva per il futuro della nazione. In particolare, il documento, è stato elaborato in collaborazione con gli ulema dell’università e ha beneficiato anche dei contributi di riflessione di studiosi di altre comunità religiose. Il documento si inserisce in una serie di iniziative che da tempo vedono protagonista l’istituzione universitaria che si propongono di dare concretezza «al volto moderato» della comunità musulmana. In pratica, la carta dei diritti punta a garantire la libertà di culto, di opinione, di ricerca scientifica e di espressione artistica. L’imam Ahmed El Tayeb, in un precedente intervento, aveva presentato l’Egitto «come nazione civile, che si preoccupa di tutti gli egiziani senza distinzione di genere o religione, che ha tra le sue priorità l’educazione, la salute e la ricerca scientifica». In una recente dichiarazione il leader religioso ha puntualizzato che la carta dei diritti è stata elaborata come base per la futura Costituzione e ha ribadito che le regole della fede islamica offrono garanzie per quanto concerne la protezione della libertà religiosa e il rispetto dei diritti dei cittadini. La proposta di legge, ha commentato Nabil Abdel-Fattah, un ricercatore dell’Al- Ahram Center — un importante centro di studi politici — possiede «una forza morale rilevante in quanto elaborata in collaborazione con gli ulema ». La carta dei diritti è già stata presentata alle autorità statali per le opportune considerazioni. Come accennato, il «Bill of Rights » si inserisce nel quadro di una serie di iniziative promosse da tempo allo scopo di favorire il dialogo fra autorità civili e religiose. Nei mesi scorsi l’imam El Tayeb aveva presentato anche la «Carta dei valori di Al-Azhar», con la quale si delinea il futuro dei rapporti tra Stato e religione musulmana in Egitto, all’indomani della rivoluzione. Il documento era stato elaborato in occasione di una riunione, promossa dallo stesso imam El Tayeb, alla quale avevano partecipato un gruppo di intellettuali egiziani di varia estrazione culturale e religiosa, cui si erano associati anche ulema dell’università, per riflettere sulle questioni sollevate dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011. I partecipanti a quell’incontro si sono trovati d’accordo sulla necessità di edificare il futuro della nazione su principi e norme inclusivi, che le forze sociali dovranno impegnarsi a individuare per procedere con celerità fino a giungere a elaborare il quadro legislativo che presiede alla struttura della società e al suo retto sviluppo. La sharia — la legge islamica — si afferma nel documento — deve però rimanere la fonte principale della legge, come previsto nell’attuale Costituzione. Nel dibattito per la riforma della Costituzione egiziana, vi sono infatti diverse posizioni sul mantenimento o meno dell’articolo 2, il quale stabilisce che la sharia (la legge islamica) è la fonte principale della legislazione. Tuttavia, si sottolinea il rispetto per le altre religioni, alle quali i fedeli hanno diritto di affiliarsi, assicurando al contempo protezione ai luoghi di culto e piena libertà di pratica religiosa, senza alcuna restrizione. Per l’istituzione universitaria, l’incitamento all’odio e alle divisioni tra le comunità religiose deve essere considerato come «un crimine contro la patria».
© Osservatore Romano - 12 gennaio 2012

Assetati di bellezza

«Se non vogliono più leggere la Sacra Scrittura, gliela farò conoscere io attraverso la musica», così aveva detto Lorenzo Perosi dedicandosi a un tipo di composizione, l’oratorio, che non suscitava grande interesse nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, quando ancora primeggiava l’op era, rappresentata da grandi maestri come Giacomo Puccini e Pietro Mascagni. Perosi era sacerdote e musicista, era stato organista a San Marco di Venezia, poi, dal 1898, direttore della Cappella Sistina a Roma, pertanto la musica spirituale era per così dire il suo «mestiere», eppure la sua sfida alla mentalità laica che si faceva strada era dettata da ragioni interiori, da una vita di fede intensa, anche se non priva di difficoltà. Del resto, soltanto un’autentica spinta interiore poteva rinnovare una musica sacra che in quel periodo offriva solo composizioni deboli, poco interessanti sia per gli specialisti che per il po di cattolici russi guidati da Valentina Novakovskaja. Va a loro il merito di aver ideato un festival annuale che valorizza le due grandi tradizioni musicali cristiane d’oriente e d’occidente in ciò che di meglio hanno saputo creare per celebrare il Natale. pubblico. Perosi è stato veramente un rinnovatore della musica sacra: ha coltivato e rivalutato il canto gregoriano senza disprezzare la modernità presente nella musica colta contemporanea, di cui tratteneva però soltanto «gli accenti di bontà, gravità, serietà». Assetato della bellezza che può muovere l’animo verso il Creatore, Perosi aveva fatto tesoro di tutta la ricchezza della tradizione millenaria della musica sacra: da questo lavorio era nato tra l’a l t ro l’oratorio Il Natale del Redentore, scritto nel 1899 per il centenario dell’invenzione della pila di Volta, che il sociologo cattolico Giuseppe Toniolo volle celebrare come un progresso fondato sull’unione di fede e scienza. Natale «del Redentore » perché i testi scelti da Perosi per il suo oratorio natalizio accostano al tema della nascita quello della passione, infatti così come per il cristiano il giorno della morte è il dies natalis, a maggior ragione questo vale per Cristo stesso. Tutta questa ricchezza di significati, poco nota a noi occidentali e del tutto sconosciuta ai russi, ha trovato un nuovo straordinario canale di comunicazione col pubblico grazie all’iniziativa della fondazione De Boni Arte, un gruppo di cattolici russi guidati da Valentina Novakovskaja. Va a loro il merito di aver ideato un festival annuale che valorizza le due grandi tradizioni musicali cristiane d’oriente e d’occidente in ciò che di meglio hanno saputo creare per celebrare il Natale. Ormai da quattro anni il festival si muove tra Mosca, San Pietroburgo e altre città russe proprio nel periodo che va dal Natale cattolico a quello ortodosso; quest’anno in particolare, gli organizzatori russi, in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura di Mosca, hanno cercato chi potesse eseguire per la prima volta in Russia la musica di don Lorenzo Perosi. Così è giunto dall’Italia il maestro Arturo Sacchetti, cultore e grande interprete di Perosi, per dirigere l’O rchestra sinfonica di Mosca e il Coro di musica sacra Blagovest. Alla presenza del nunzio apostolico in Ucraina, l’a rc i v e s c o v o Ivan Jurkovič, e dell’a rc i v e s c o v o metropolita della Madre di Dio di Mosca, Paolo Pezzi, nella cattedrale cattolica di Mosca stracolma di pubblico, l’oratorio di Perosi ha raggiunto i cuori, compiendo misteriosamente il desiderio dell’autore, come ha ricordato nel suo messaggio il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone: «Lorenzo Perosi avrebbe desiderato ardentemente eseguire l’oratorio di Natale in Russia, e una volta, trovandosi a Częstochowa per dirigere i suoi oratori, volse lo sguardo con speranza agli spazi immensi di quel Paese. Desiderando che si adempisse questo progetto tanto caro al suo cuore, si mise volonterosamente a studiare il russo. Ma non era ancora venuto il momento di realizzarlo. Oggi, invece, le attese del compositore si compiono, vengono sparsi i semi della musica sacra che può diventare vero alimento per la fede e per la speranza nella venuta del Regno dei Cieli».
© Osservatore Romano - 12 gennaio 2012

Bruxelles preme per la fine delle violenze in Siria

DAMASCO, 12. «Il regime ha promesso riforme che non sono mai state realizzate. Pertanto Assad ha perso qualsiasi credibilità e deve lasciare il potere per consentire una transizione reale in Siria». Questa in sintesi la posizione dell’Unione europea sulla crisi siriana, espressa ieri da un portavoce di Bruxelles. Il recente discorso del presidente Assad alla Nazione «è una negazione di tutte le preoccupazioni espresse dalla comunità internazionale, che chiede la fine delle violenze, il rilascio dei prigionieri politici, il ritiro delle truppe e l’accesso nel Paese agli osservatori indipendenti, ai media e agli esperti umanitari» ha detto il portavoce di Catherine Ashton, Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune. L’Unione europea manterrà «la sua politica di misure sempre più restrittive e sanzioni contro il regime, non contro la popolazione civile». Intanto ieri un raduno di sostenitori del presidente Assad è stato colpito da colpi di mortaio. Un giornalista francese, Gilles Jacquier, e altri sette civili siriani sono stati uccisi, mentre un altro reporter, un fotografo olandese, Steven Wassenaar, è rimasto leggermente ferito. Il Governo francese e l’Unione europea hanno chiesto l’avvio di un’inchiesta su quanto accaduto. Lo scontro è avvenuto poche ore dopo un discorso di Assad, tenuto a piazza degli Omayyadi, nel centro moderno di Damasco. Il presidente ha voluto rassicurare l’opinione pubblica interna: «Siamo alla fase finale e la Siria sconfiggerà il complotto» ha detto dal palco Assad. Le autorità di Damasco attribuiscono la responsabilità delle proteste e dei disordini a «gruppi armati» di matrice terroristica infiltrati dall’esterno. Gli attivisti dei Comitati di coordinamento locali hanno intanto riferito dell’uccisione di 16 persone (13 civili e tre disertori) tra Homs, Idlib, Hama e Latakia. La Lega Araba dal Cairo ha annunciato la sospensione dell’invio in Siria di nuovi delegati che avrebbero dovuto rafforzare la missione di 67 osservatori operativi dal 26 dicembre. Due giorni fa uno dei partecipanti alla missione della Lega Araba ha dichiarato che Homs dev’essere definita «zona colpita da disastro umanitario », denunciando numerose violazioni dei diritti umani. Nel frattempo, il personale dell’ambasciata statunitense a Damasco è stato ridotto per motivi di sicurezza: lo ha riferito il dipartimento di Stato americano. «Il dipartimento — si legge in un comunicato — ha deciso di ridurre ulteriormente il numero dei dipendenti a Damasco e ha ordinato che un certo numero di loro lascino la capitale della Siria non appena possibile ». Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha nuovamente criticato l’azione del presidente Assad a causa del suo «agghiacciante cinismo». Centinaia di attivisti — secondo fonti della stampa locale — si stanno radunando al confine turco con la Siria per domandare la fine delle violenze e portare aiuti umanitari. Un portavoce dell’iniziativa «Freedom convoy» ha riferito che oggi gli attivisti tenteranno di attraversare il confine con carichi di cibo, medicine e altri aiuti. Il gruppo — comp osto per lo più da siriani provenienti da Bulgaria, Olanda, Francia e Stati Uniti — si accamperà vicino al confine per un sit-in di protesta di tre giorni se le autorità siriane non li faranno entrare.
© Osservatore Romano - 12 gennaio 2012

Spari contro l'arcivescovado di Kirkuk. Mons Sako: "Non abbiamo paura"
Scontro a fuoco, nella tarda mattinata di oggi, nei pressi dell’arcivescovado caldeo di Kirkuk, in Iraq. Due persone hanno sparato da un’auto contro le guardie che stazionavano a protezione della struttura. Le guardie, spalleggiate dalla polizia, hanno risposto al fuoco uccidendo due degli aggressori e arrestandone uno. Illeso il vescovo, mons. Louis Sako, che commenta così l’accaduto al telefono con Amedeo Lomonaco:
R. – E’ passata una macchina con tre persone all’interno: l’autista ed altri due passeggeri. Davanti all’arcivescovado, nell’area dove c’è il muro e proprio davanti alla facciata, ci sono stati degli spari. Le guardie hanno risposto. Nella zona abita anche una donna, membro del parlamento iracheno. Anche la sua guardia ha sparato. Due persone sono rimaste uccise, mentre l’altra è stata arrestata. Era anche presente una macchina della polizia e tre o quattro poliziotti sono stati feriti. Questi due criminali venivano da Baghdad e credo che il loro obiettivo non fosse l’arcivescovado. Non lo sappiamo con certezza, ma credo abbiano sbagliato bersaglio.
D. – Questo è un fatto che purtroppo testimonia, ancora una volta, quanto sia grave e drammatica la situazione in Iraq…
R. – L’arcivescovado si trova su una strada centrale dove, tra l’altro, ci sono tanti poliziotti e soldati. Queste persone provenivano da Baghdad e, quindi, non sapevano bene dove andare. Si sono trovati di fronte la nostra guardia e hanno sparato, senza sapere contro chi stessero sparando. E’ anche vero che la situazione è un po’ tesa, non c’è né ordine e né controllo nel Paese. Noi, però, non abbiamo avuto paura, almeno nell’immediato. Io rientravo proprio in quel momento da una visita in una parrocchia. Mi sono recato immediatamente sul posto, a incoraggiare le guardie e le altre persone presenti. Non abbiamo paura. Oggi la celebrazione eucaristica del pomeriggio sarà una Messa di ringraziamento. (vv)
© www.radiovaticana.org - 12 gennaio 2012

Sei milioni di fiammiferi per un monastero
di RAFFAELE ALESSANDRINISei milioni di fiammiferi bruciacchiati per costruire in 17 anni un modello del monastero stavropigiale di Rila, il più importante e famoso di tutta la Bulgaria: è questa solo una delle tante attrazioni della mostra di modellismo architettonico "Tolleranza: faro per la fede e la vita" inaugurata a Sofia martedì 10, e che resterà aperta fino al 30 gennaio, presso il Museo archeologico nazionale. L'esposizione si tiene sotto l'alto patronato del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Bulgaria con l'appoggio del Sindaco di Sofia, ed è sostenuta dalle massime autorità religiose locali cristiane, ebraiche e islamiche. Ne parliamo con l'ambasciatore d'Italia in Bulgaria Stefano Benazzo, ideatore e organizzatore della mostra alla quale ha personalmente contribuito nella sua qualità di modellista architettonico insieme ad altri tre modellisti bulgari.
Dimensione artistica e dialogo fra le religioni e le culture sono i motivi profondi sui quali s'impernia la mostra. Come è maturata questa idea? Un giorno ho incontrato tre modellisti bulgari e abbiamo in un primo tempo deciso di esporre le nostre opere: case e chiese situate in Paesi diversi e in varie epoche. Poi mi sono chiesto: perché non dare spazio anche a luoghi di culto di altre confessioni monoteiste? In tal senso Sofia è una città unica. Si pensi che l'Editto generale di Tolleranza del 30 aprile 311 emanato dall'imperatore Galerio poco prima di morire a Serdica (l'attuale Sofia) anticipò di poco l'Editto di Milano del 313. Lo stesso Costantino scelse nel 331 di stabilirsi a Serdica, che elesse sua Seconda Roma. Troppe coincidenze in una sola volta per non realizzare una mostra di questo genere proprio qui a Sofia, città che oltretutto, fin dal I secolo era attraversata dalla via Diagonalis: dall'attuale Belgrado fino a Costantinopoli.
Ma perché una mostra proprio sul tema della "tolleranza"? È presto detto. Qui la tolleranza, sia etnica che religiosa che linguistica, non è un concetto teorico o attuato per editto. È un fatto reale, sentito. Appartiene al Dna della società civile, dotata com'è di un'antica e solida tradizione che tiene conto delle complessità della storia E riguarda cattolici, ortodossi, ebrei, musulmani, rom, armeni, pomatzi e così via. Non sono mancati certo anche qui, e perfino di recente, episodi negativi; fatti però che non cambiano il quadro generale. E la Bulgaria è fiera della sua tolleranza e di tutte le sue tradizionali capacità di dialogo interculturale e interreligioso che la mostra esprime. Possiamo allora parlare di un stimolo eloquente rivolto al resto d'Europa. Posso senz'altro affermare che l'attuazione nei fatti del principio di tolleranza sarà probabilmente uno degli argomenti più validi per la candidatura di Sofia a "Capitale europea della cultura 2019". Riconoscimento a cui la Capitale ambisce con argomenti non meno validi di tante altre città - anche italiane - in competizione per l'importante riconoscimento.
Che cosa si può dire di più specifico sulla tipologia particolare della mostra e sugli autori dei modelli che saranno proposti all'attenzione dei visitatori? Siamo cittadini di Paesi diversi e abbiamo età, professioni, convinzioni religiose e storie diverse. Non abbiamo la formazione decennale che per esempio hanno gli iconografi; e diverse sono anche le motivazioni che ci hanno condotto a costruire modelli di case ed edifici di culto. La cosa che ci accomuna è il gusto per i sogni. Poi un giorno abbiamo scoperto che alcuni sogni possono realizzarsi anche dedicandosi al modello su scala. Questo naturalmente impone un limite. Quello di costruire un prodotto che sia trasportabile, ma non di dimensioni eccessivamente ridotte. E abbiamo visto quanto il criterio della tolleranza ci abbia guidato anche nel definire in tal senso le caratteristiche dell'esposizione. Quanto alla scelta dei modelli essa è stata in parte casuale e in parte ragionata. Alcuni modelli erano già disponibili, altri pezzi però sono stati via via inseriti nel progetto: penso per esempio alla riproduzione in miniatura dell'Arco di Costantino che da quasi duemila anni si erge a Roma accanto al Colosseo: un omaggio doveroso all'ideatore del concetto di tolleranza. Ma vi sono anche sinagoghe e moschee. L'unico modello che non sia opera dei quattro artisti che hanno contribuito all'esposizione è per l'appunto una moschea di fantasia, prestito generoso dell'Imam della moschea Banya Bashi di Sofia.
E quel modello del monastero di Rila fatto tutto di fiammiferi?
È uno dei mie preferiti ed è opera di Plamen Ignatov. L'uso dei fiammiferi in parte bruciati infonde all'opera un colore quasi reale. Ma sono presenti anche luoghi di culto cattolici di rito orientale e anche latino. Non manca neppure l'aspetto ludico della vita romana precristiana; alludo alla parziale raffigurazione che Vihren Mihaylov ha realizzato del teatro antico di Plovdiv.
I materiali scelti dagli artisti da quanto è dato capire sono piuttosto poveri. Legno, cartone; ceramica come nel caso di Virhen. Di alcuni miei modelli è possibile vedere gli interni fedelmente rappresentati negli elementi e nei particolari strutturali. Naturalmente le epoche variano molto: si va dall'Impero Romano al XX secolo e i modelli esposti sono relativi a opere esistenti in sei diversi Paesi. Todor Nanchev nel realizzare alcune antiche case bulgare ha proposto dei modelli che rasentano la perfezione. Ma non voglio dimenticare la sinagoga di Vidin, attualmente molto degradata; tra l'altro si nutrono serie preoccupazioni circa la possibilità di reperire fondi per il restauro. La ricostruzione di Todor in tal senso, non è solo una testimonianza del passato, ma vuole essere un atto di speranza politico. Quanto ai miei modelli in legno e cartone posso solo dire che la medesima emozione mi ha sempre accompagnato nella costruzione di ogni singolo soggetto, fosse chiesa, moschea o sinagoga.
(©L'Osservatore Romano 12 gennaio 2012)

TERRA SANTA: SABELLA (SOCIOLOGO PALESTINESE), FRAGILITÀ DELLA PRIMAVERA ARABA

(Gerusalemme) - “La primavera araba è un fenomeno che riflette circa 5 decadi di fallimento di regimi arabi e di politiche occidentali nel trattare la realtà intricata del Medio Oriente. Politiche, anche economiche, che hanno condotto alla corruzione e all’arricchimento di alcune famiglie e all’impoverimento e alla disoccupazione di milioni di giovani e famiglie”. Si è parlato anche di “primavera araba” all’incontro dei vescovi Usa e Ue per la Terra Santa dell’Holy Land coordination (Hlc), in corso in questi giorni (fino al 12) a Gerusalemme. Il sociologo e docente universitario palestinese, Bernard Sabella, ha tratteggiato, infatti, il possibile impatto della primavera araba sulla società israeliana e palestinese. “Quanto sta avvenendo nei paesi della regione e gli sviluppi politici che si stanno determinando in Tunisia, Egitto e Marocco – ha affermato – impone a palestinesi ed israeliani di rivedere alcune posizioni. Israele dovrebbe aprire una via di comunicazione con i partiti islamisti, inclusi i salafiti. Mantenere il trattato di pace con l’Egitto è, infatti, vitale per i due Paesi”.
Allo stesso modo Israele e Palestina “dovrebbero guardare ad altri partner, come il re di Giordania, Abdullah, che ad Amman ha ospitato i negoziati israelo-palestinesi alla presenza del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu). I palestinesi – ha proseguito Sabella – non possono permettersi il lusso di altri 20 anni di trattative inutili con Israele”. La loro situazione interna “è esacerbata dalla occupazione israeliana che mette a repentaglio il futuro della stessa Autorità palestinese. Tuttavia – ha avvertito il sociologo – i palestinesi non possono sedersi al tavolo dei negoziati mentre sul terreno la situazione è in continuo cambiamento”. Chiaro il riferimento all’espansione degli insediamenti israeliani nei Territori. “Oggi più che mai i destini di Israele e Palestina sono collegati – ha ribadito il sociologo – lo stallo negoziale, la disoccupazione tra i palestinesi, la forza di Hamas, la politica di occupazione israeliana, sono fattori che avranno un peso presso i nuovi governi che stanno emergendo nella Regione. La situazione che si prospetta – è stata la conclusione – non è facile per Israele e Palestina chiamati a scelte coraggiose se vogliono veramente vivere in pace”.
© www.agensir.it - - 10 gennaio 2012

HOLY LAND: TWAL TO USA-UE BISHOPS, “DON’T LET’S JUST STOP AND STARE, LET’S WORK TO UNITE”

(Jerusalem) Faced with the “dramatic change” that is taking place in the Middle Eastern region, “the religious leaders cannot just stop and stare, but must work to build bridges and unite what the walls divide”. This was said by the Latin Patriarch of Jerusalem, Fouad Twal, to the bishops of the Holy Land coordination (Hlc), which brings together the bishops of North America and the EU for the Holy Land, that, in Jerusalem today (until 12th), have officially opened their pastoral visit, which has been held every year, in this period, since 1998. “Challenges, conflicts, tensions take place every day – the Patriarch stated –, the prospect of a political solution to the Israeli-Palestinian crisis seems to be distant as do the two parties concerned. On our part – he added –, in a joint statement the leaders of the Christian Churches of the Holy Land have reiterated the position, which is shared by the Vatican, of seeing two States for two populations”. Then, Twal spoke of the rise in the number of Christians in the Holy Land, despite their migration. A number that has been increased by Catholic migrant workers and asylum seekers.
Figures are significant: “in Israel there are at least 220 thousand Filipinos, Thais, Indians, Sri Lankans, Latin Americans and Eastern Europeans and 30 thousand asylum seekers”, most of whom are from Africa. Add to them about one million Russian emigrants, with 315 thousand of them officially defined as non-Jewish, with 10% Christians”. For them, and especially for women, the Patriarch pointed out, the Church of the Holy Land “is committed to provide spiritual and material support”. “Concern” has been expressed for migrants’ children as well: “we are committed to make them retain their Catholic identity, since they are part of Israeli society through schooling”. Another emergency drawn by the Patriarch to the attention of the bishops of Hlc, who come from Canada, Usa, France, Spain, Italy, Great Britain, the Scandinavian countries and Germany, was “the housing crisis. The lack of houses in the Holy Land is the first reason why our young Christians have to migrate”. A response to this housing crisis is the ‘housing’ project in Beit Safafal, where 40 new flats will be delivered to as many families in March. Finally, in Gaza, “a similar house renovation and restoration project has been started. The houses have already been renovated, another 65 have been planned and will be allocated to Christian families”.
© www.agensir.it - jenuary 9th 2012

Messaggio di Natale di Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie
Ai membri dell’episcopato, del clero, ai monaci e alle monachee a tutti i fedeli figli e figlie della Chiesa Ortodossa Russa.Eminenze e Eccellenze Reverendissime, reverendi padri, venerabili monaci e monache, cari fratelli e sorelle,nella festa luminosa e gioiosa della Nascita secondo la carne del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo saluto di cuore tutti voi. In questa notte portatrice di luce ripetiamo insieme in preghiera il canto degli angeli che ci annuncia “una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore” (Lc 2, 10-11).
L’umanità, che aveva rinnegato Dio col peccato, ritrova la possibilità di unità col suo Creatore. L’entrata del Figlio di Dio nel mondo ha significato la sua auto-umiliazione con la quale Egli fu pronto a abbassarsi fino alla terribile e infamante “morte, e alla morte di croce” (Fil 2, 8). Dio nasce nella carne per manifestare il suo amore per l’umanità ed aiutare ogni uomo e ogni donna che ascolta la sua voce a giungere alla pienezza della vita e dell’essere.
E’ per questo che la festa del Natale ci dona una salda fiducia nel soccorso celeste anche nelle più difficili circostanze della vita. Dio, che non ha abbandonato le sue creature ed ha aperto per esse la via dell’eternità, ci si manifesta nel Bimbo divino, piccolo e fragile, che come ogni altro bambino ha bisogno dell’attenzione e della cura degli altri.
E’ importante che tutti noi custodiamo nel cuore questa immagine biblica. Pensando al Bambino divino che giace nella mangiatoia, acquisiamo una fede inscalfibile e una speranza indistruttibile nella Provvidenza che guida al bene ogni persona umana. E anche quando nella vita non ci resta alcun appoggio e il cammino ci appare infido, non dobbiamo dimenticare che il Signore con la forza della sua grazia può
trasformare ogni dolore, sofferenza e povertà del nostro mondo in beatitudine, gioia, abbondanza di doni spirituali.
Nella festa della venuta al mondo del Salvatore lo sguardo interiore dei credenti non può non rivolgersi alla culla del cristianesimo, alla Terra Santa, che ha avuto il privilegio di essere il paese della nascita, della vita e del ministero terreno del Signore. Oggi nei paesi in cui si sono svolti gli avvenimenti della storia sacra, i discepoli di Cristo devono affrontare dure prove, l’esistenza stessa della loro plurisecolare tradizione spirituale si trova minacciata. Eleviamo nei giorni luminosi del Natale la nostra intensa preghiera a Dio per i nostri fratelli e sorelle nella fede, custodi delle inestimabili reliquie dei luoghi santi e primi eredi della tradizione cristiana delle origini.
“Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (cf 1 Cor 12, 26). Queste parole dell’apostolo Paolo non riguardano solo i membri di una stessa parrocchia o comunità ecclesiale; esse, certamente, abbracciano tutti i figli della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica, della Chiesa Ortodossa, diffusa su tutta la terra. La sua unità non sta solo nell’unica fede dei padri e nella comunione dei sacramenti, ma anche nella condivisione delle difficoltà, nel servizio disinteressato degli uni agli altri, nella preghiera reciproca.
L’anno trascorso è stato assai difficile per diversi paesi e popoli, compresi quelli che vivono nello spazio storico dell’antica Rus’. Diversi avvenimenti tragici e sconvolgimenti hanno provato la nostra fede e costanza.
Oggi, tuttavia, le prove più difficili riguardano non la sfera materiale, ma quella spirituale. I pericoli dell’ambito fisico recano danno al benessere e all’agiatezza; ma, pur rendendo più difficile il lato materiale della vita, essi non possono causare danni notevoli alla vita spirituale. Proprio la dimensione spirituale sa cogliere l’importantissima e serissima minaccia della visione del mondo del nostro tempo. Tale minaccia consiste nel tentativo di annientare il sentimento morale, posto nell’animo umano da Dio. Oggi alcuni cercano di convincere l’uomo del nostro tempo che lui, e solo lui, è l’unico criterio della verità, che ogni individuo ha la sua verità e ognuno stabilisce per se stesso che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Si cerca di sostituire la verità divina e la differenza tra il bene e il male che deriva da questa verità, con un’indifferenza morale e una permissività che distruggono l’animo delle persone e le allontanano dalla vita eterna. Se le catastrofi naturali e le azioni belliche riducono in rovine la vita esteriore, il relativismo morale corrode la coscienza dell’uomo, lede il suo spirito, deforma le leggi divine dell’essere e distrugge il legame del mondo creato col Creatore.
A questa minaccia dobbiamo opporci, prima di tutto invocando l’aiuto della Purissima Vergine e le schiere dei santi a Dio graditi, affinché essi, intercedendo per noi presso il trono del “Sovrano Santo e Verace” (Ap. 6, 10), che oggi adoriamo nel divino Neonato, ci ottengano le forze di lottare col peccato, lottare “contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 12). E’ importante imparare a riconoscere gli inganni e i miraggi della prosperità terrena nelle nostre funeste passioni, negli impulsi della cupidigia, nelle seduzioni della pubblicità, in tanti testi politici o di divertimento. Dobbiamo sempre ascoltare la voce della coscienza che ci mette in guardia circa la pericolosità del peccato, dobbiamo imparare a conciliare il nostro agire con gli insegnamenti evangelici.
Anche oggi, come in ogni tempo, ogni cristiano è chiamato a mostrare nelle sue azioni di tutti i giorni il valore di uno stile di vita conforme alla rettitudine, ad opporsi coscientemente al relativismo morale e al culto della facile ricchezza. Attorno a noi si trovano molte persone deboli, malate, abbandonate; non pochi sono quelli che per via di grandi difficoltà economiche hanno dovuto abbandonare i propri luoghi natali in cerca di lavoro e, ritrovandosi a volte in un ambiente ostile, hanno bisogno del nostro sostegno. Ogni pastore e ogni laico dovrebbe partecipare all’impegno sociale, missionario e caritatevole della Chiesa. Sant’Innocenzo di Chersoneso diceva che “Solo alla luce di Cristo si può avere una visione obiettiva di Dio, se stessi e del mondo; solo su indicazione celeste si può trovare il sentiero che porta alla vita eterna”.
Cerchiamo di condividere con quanti confidano nella consolazione di Cristo il calore e la gioia della festa di oggi. Ognuno di noi può portare la luce della stella di Betlemme a vicini e lontani: a colleghi, amici, parenti, vicini.
Nell’anno appena trascorso, in collaborazione con le autorità statali, le organizzazioni sociali e i rappresentanti del mondo degli affari, la nostra Chiesa ha dato il via a numerose iniziative che possono unire le persone e favorire la ricostituzione di solide basi spirituali e morali per la vita sociale.
Allo sviluppo di questa collaborazione e alla testimonianza della preziosa unità della nostra Chiesa sono servite le visite che ho realizzato in Russia, Ucraina e Moldavia. Esse hanno arricchito la mia esperienza di preghiera e di rapporto con tutti i fedeli e, lo spero, hanno rinsaldato i nostri legami spirituali. Nei servizi liturgici che abbiamo celebrato con la partecipazione di un gran numero di fedeli si è manifestata in modo straordinario la forza della fede e della preghiera, il che costituisce la bellezza dell’Ortodossia, la bellezza e la forza dell’ “unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4, 3).
Porgo a tutti voi i miei migliori auguri per il Natale di Cristo e in Nuovo Anno e prego che possiate permanere nella gioia del Signore che si è incarnato affinché noi, “giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna” (Tit 3, 7).
“Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rom 15, 13). Amen.
+ Kirill
Patriarca di Mosca e di tutte le Russie
Natale di Cristo 2011/2012
Christmas Message of His Holiness Patriarch KIRILL of Moscow and All Russia
Christmas Message of His HolinessPatriarch KIRILL of Moscow and All Russiato the Archpastors, Pastors, Monastics and All the Faithful Childrenof the Russian Orthodox ChurchYour Eminences the archpastors, honourable fathers,God-loving monks and nuns, dear brothers and sisters!On this radiant and joyful feast of the Nativity in the flesh of our Lord and God and Saviour Jesus Christ I cordially greet you all, my dear ones. On this light-bearing night together we prayerfully echo the doxology of the angels, proclaiming ‘great joy to all the people: to you is born this day in the city of David a Saviour’ (Lk 2:10-11).
Humanity, which rejected God in the fall, discovers anew the chance to be united with its Creator and Provider. The coming of the Son of God into the world is his voluntary self-abnegation, ready to descend to a tortuous and shameful ‘death – even death on the cross’ (Phil 2:8). God is born in the flesh so that he may manifest his love to people and help every person willing to listen to his call to find the fullness of life.
That is why today’s feast grants to us the immutable hope of help from above in the most complex situations of our life. God, who has not abandoned his creation and has revealed to it the way to eternity, is revealed to us in the Infant Christ, a defenseless child in need of care and love.
All of us must retain in our hearts this Biblical image. In recalling the Divine Infant lying in a manger, we acquire a firm faith and indestructible hope in Divine Providence leading to the good of every human person. And even if in our life no support remains, if all seems to be unsure and unreliable, we are to realize clearly that the Lord can transform through his gracious power the pain, suffering and poverty of our world into happiness, joy and an abundance of spiritual gifts.
On the feast of the coming of the Saviour the mental gaze of the faithful is turned towards the cradle of Christianity, the Holy Land, which was deemed worthy to be the place of the birth, abode and earthly ministry of the Lord. Today Christ’s followers in the countries where the events of sacred history took place are experiencing difficult trials, encounter new threats to the existence of centuries-old spiritual traditions. During these radiant days of the Nativity let us offer up ardent prayers for our brothers in the faith, the guardians of precious holy sites, the inheritors of the tradition of ancient Christianity.
‘If one member suffers, all suffer together with it’ (1 Cor 12:26). These words of the apostle concern not only the members of a single parish, a single church community. Indeed, they embrace all of the children of the One, Holy, Catholic and Apostolic Church, the Orthodox Church spread throughout the world. Her unity abides not only in a single patristic faith and communion in the sacraments but also in the sharing of hardships together, in sacrificial ministry towards each other, in mutual prayer.
The past year has been difficult in the life of many countries and nations, including those who live in the expanse of historical Russia: many tragic events and cataclysms have proved to be a trial of our faith and steadfastness.
However, today the worst tribulations occur not in the material but in the spiritual realm. The dangers which abide on the physical plane have a negative impact on our physical well-being and comfort. And while making the material aspect of life more complex, they nevertheless cannot do essential harm to the life of the spirit. Yet it is precisely the spiritual dimension which sheds light on the most important and grave challenge to our view of the modern world. This challenge is aimed at the destruction of the sense of morality embedded in our souls by God. Today we are told that the human person is the measure – and sole measure – of truth, that each individual has his own truth and that each individual decides for himself what is good and what is evil. The divine truth, and this means the distinction between good and evil that is founded on this Truth, is being substituted by a moral indifference and permissiveness which destroys peoples’ souls and denies them eternal life. If natural disasters and wars ruin the external structure of life, then moral relativism corrodes one’s conscience, making us spiritual invalids, distorts the divine laws of being and breaks the connection between creation and Creator.
We are to resist this danger in the first instance by calling to our help the Most Pure Virgin and the host of God’s saints so that through their intercession before the Throne of the ‘Sovereign Lord, holy and true’ (Rev 6:10), now venerated in the image of the new born Infant, they may beseech for us the strength to combat sin and fight ‘against the cosmic powers of this present darkness, against the spiritual forces of evil in the heavenly places’ (Eph 6:12). It is important to learn how to recognize the deceits and illusions of earthly well-being in our destructive addictions, in our greedy strivings, in the temptations of advertisements, in the entertainment industry and political propaganda. It is important at all times to listen to the voice of our conscience warning us of the danger of sin, to be able to make our actions fit the commandments of the Gospel.
Now, as always, each Christian is called upon to assert through his everyday actions the dignity of a righteous way of life, to resist consciously moral relativism and the cult of getting rich quick. We are surrounded by a great number of infirm, sick and lonely people. There are also many who out of economic necessity have left their homes in search of a wage and need our care, often finding themselves in a hostile environment. Every pastor and layman is to participate in the social, missionary and public life of the Church. As St. Innocent of Chersonese says: ‘It is only in the light of Christ that we can see God, see ourselves and see the world in its true aspect; it is only through the guidance of heavenly Revelation that we can find the path leading to life eternal’.
With those who hope for the consolation of Christ we are to share warmly the joy of today’s feast. Each of us can bring the light of the star of Bethlehem to those close to us and far from us – to our colleagues, friends, relatives and neighbours.
In the past year, working with the state authorities, public organizations and the representatives of the business community, many initiatives have been undertaken that can unite people and revive the strong spiritual and moral foundations of public life.
The development of this co-operation, as well as witness to the precious unity of our Church, was aided by my trips throughout Russia, Ukraine and Moldova. These visits enriched my experience of prayer and communion with the faithful and, I hope, helped to strengthen our spiritual ties. In divine worship attended by a huge number of people the strength of faith and prayer which is the beauty of Orthodoxy, the beauty and power of ‘the unity of the spirit in the bond of peace’ (Eph 4:3), manifested itself in a special way.
In congratulating all of you on the Nativity of Christ and the New Year, I prayerfully wish that you abide unfailingly in the joy of the Lord who was incarnate so that ‘we might become heirs according to the hope of eternal life’ (Titus 3:7). ‘May the God of hope fill you with all joy and peace in believing, so that you may abound in hope by the power of the Holy Spirit’ (Rom 15:13). Amen.
+ KIRILL
PATRIARCH OF MOSCOW AND ALL RUSSIA
The Nativity of Christ
Moscow
2011/2012