
Cari amici,
queste ultime settimane del 2011 ci colgono in preda a sentimenti profondamente contraddittori e inquietanti, per via della crisi mondiale dell’economia e della finanza che sta mettendo in ginocchio l’Italia, l’Europa e in generale tutto l’Occidente.
In generale, appare ormai evidente che il nostro stile di vita, basato sulle comodità e sui consumi, dovrà essere profondamente modificato; le generazioni più giovani si dovranno rassegnare a una qualità dell’esistenza inferiore a quella dei loro genitori e nonni, che dopo le faticose ricostruzioni post-belliche avevano saputo far progredire la società fino al raggiungimento di sicurezze e garanzie del benessere, della salute e del futuro che sembravano irreversibili e irrinunciabili. Anche l’Oriente, sia quello mediterraneo, sia la Russia e i paesi dell’ex blocco socialista hanno intrapreso negli ultimi vent’anni, in modo convulso e ipertrofico, la via del capitalismo consumista, con tutte le sue spaventose disuguaglianze e tensioni sociali, per finire anch’esse nel calderone di questo inferno del terzo millennio. Le recenti elezioni parlamentari russe, ad esempio, dimostrano che anche la favola putiniana, quella della rinascita della Grande Russia, si sta ormai dissolvendo. Verrebbe da dire: stiamo tutti con l’acqua alla gola, pensiamo a salvare noi stessi che già è cosa ardua, altro che carità o ecumenismo. Tanto più che un numero impressionante di catastrofi naturali, aggravate dall’incoscienza degli uomini stessi, sta riducendo enormi masse di persone in tutto il mondo a condizioni disperate, e alla necessità di un soccorso urgente e globale. Noi invece osiamo affermare il contrario: quando si è chiamati al sacrificio e alle rinunce, è proprio quello il momento di mettere la solidarietà e il dialogo al primo posto. Il cambiamento che ci è chiesto per salvare le nostre famiglie e i nostri paesi comincia dall’esaltazione dei rapporti di attenzione reciproca e di mutuo sostegno materiale e spirituale. Chi ha saputo accompagnare una vita tranquilla e sicura con l’attenzione alle diversità e ai bisogni degli altri, è oggi più “allenato” e educato a testimoniare a tutti che è possibile un altro modo di vivere, che non ceda alla paura e al ricatto delle speculazioni, degli interessi contrapposti, dell’impotenza isterica della classe politica. Non si “taglia” l’investimento della carità e del dialogo per pagare i debiti sociali, al contrario proprio quella è l’unica spesa virtuosa che indica il cammino della rinascita. È la grande lezione che abbiamo imparato in questi anni, ed è pure l’insegnamento del Vangelo.
A day against the persecution of Christians, but especially against religious intolerance
Vatican City (AsiaNews) - An annual international day to remind the world of persecution of Christians: This is the idea that for some time now has been discussed within the OSCE (Organization for Security and Cooperation in Europe) and it has met with the appreciation of the Holy See, even if the Vatican seems to push more for a commitment against intolerance of all religions.
At the 18th OSCE Ministerial Council, held in Vilnius (Lithuania) on December 6, Msgr. Dominique Mamberti, Vatican Secretary for Relations with States, encouraged "the participating States to report hate crimes against Christians, I wish to express my hope that in the near future there is a sequel to the Rome Conference [held last September - ed], in particular in discussions with our partners for cooperation. The celebration of International Day against the persecution and discrimination of Christians could prove an important sign that governments are eager to tackle this serious issue. "
Referring to Benedict XVI's Message for World Day of Peace 2011, religious freedom, Msgr. Mamberti recalled that “Christians are now the religious group that suffers the highest number of persecution because of their faith .... There may be more than two hundred million Christians of different denominations, who are in difficulty because of legal and cultural structures that lead to their discrimination. "
The Vatican Secretary expressed appreciation for the OSCE efforts to support religious freedom. He recalled that "the Astana Summit Declaration [of 2010] clearly stated that ' greater efforts must be made to promote freedom of religion or belief and to combat intolerance and discrimination'. The right to religious freedom, despite being repeatedly proclaimed by the international community and in the constitutions of most states, continues today be widely violated".
"This commitment to combating religious intolerance is what motivates the Holy See," a Vatican official told AsiaNews. "This work which is of utmost important would be fitting for the OSCE."
The OSCE is an international organization that developed after the Helsinki Conference of 1973, for the promotion of peace, political dialogue, justice and cooperation in Europe. It currently has 56 member countries and is in fact the largest regional security organization. Among the member states and partners are the former Soviet republics and the countries of North Africa. In recent times in these two areas serious attacks against the religious freedom of Muslims and Christians have been registered.
© www.asianews.it - december 9th 2011

Speranze di democrazia
di GIUSEPPE M. PETRONENel 2011 le proteste iniziate in Tunisia - con la rivoluzione dei gelsomini - hanno avuto un effetto domino che si è propagato ad altri Paesi dell'universo arabo generando una svolta e iniziando il lungo e difficile cammino verso la democrazia, anche se è vero che ogni Paese ha compiuto un percorso diverso e particolare. Dalla primavera araba all'autunno elettorale: la grande affluenza alle urne in Tunisia, Marocco ed Egitto - dove le operazioni di voto si sono svolte sostanzialmente nella calma - ha dato il segno della grande voglia di partecipazione. E i risultati delle consultazioni che hanno registrato la vittoria dei partiti islamico moderati (il Partito Ennhadha, in Tunisia, il Partito giustizia e sviluppo in Marocco, e, dai primi dati della maratona elettorale, il Partito libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli musulmani, in Egitto) è comprensibile in quanto era inevitabile che leader religiosi islamici avessero un forte peso nelle elezioni in Paesi in cui la gente è abituata ad ascoltarli dopo tanti anni di regime.
Resta però alta la tensione in Egitto proprio nel fronte musulmano, dove il Partito libertà e giustizia ha assicurato di rappresentare un islam moderato, prendendo le distanze dai fondamentalisti salafiti di Al Nour che li seguono nello spoglio dei primi dati (il processo elettorale iniziato il 28 novembre si concluderà nel marzo del 2012). Il Consiglio supremo delle forze armate, pur esprimendo rispetto per i manifestanti di piazza Tahrir, ha detto che essi "non rappresentano il popolo egiziano".
"Le rivoluzioni democratiche come quelle in Tunisia, Egitto e Libia e quelle ancora in corso in Siria e nello Yemen, sono imbevute di spirito imprenditoriale" ha sostenuto il vice presidente statunitense, Joe Biden, in missione in Turchia. L'importanza della libertà che ha generato la primavera araba, attraverso le elezioni, sta ridisegnando la sponda sud del Mediterraneo. Ma al tempo stesso bisogna anche riflettere attentamente sulla nozione di democrazia, in quanto essa non può essere appiattita soltanto con il rito delle elezioni, che rappresentano solo un primo passo nella svolta liberale. È solo l'inizio di un cammino, molte cose restano da fare.
Anche nello Yemen si è registrata una svolta storica: il presidente Ali Abdullah Saleh, dopo 33 anni di potere, ha firmato, il 23 novembre a Riad, un accordo di transizione che - sulla base di una proposta dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo persico (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrein) - ha determinato il trasferimento dei poteri al suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi. Nominato premier il capo dell'opposizione parlamentare Mohamed Basindawa che ha raggiunto un accordo per formare un nuovo Governo. Dopo dieci mesi di proteste di piazza a San'a e in altre città dello Yemen è il momento della riconciliazione e bisogna evitare che gli episodi di violenza - che purtroppo continuano - mettano a rischio la transizione democratica. L'uscita di scena di Saleh è stata appoggiata dall'Occidente, timoroso per la prolungata situazione di instabilità in un Paese dove è forte la presenza di milizie terroristiche legate ad Al Qaeda.
Nel Bahrein, una commissione d'inchiesta, nominata in giugno dalle autorità del piccolo emirato insulare, ha dichiarato che l'esercito "in molti casi ha fatto uso in maniera eccessiva e superflua della forza". Il re Hamad bin Issa Al Khalifa ha però promesso le riforme: "Dobbiamo riformare le nostre leggi in modo tale che siano conformi agli standard internazionali, che il Bahrein è vincolato a rispettare in base ai Trattati sottoscritti".
Il Qatar - che ha dato un decisivo impulso in molti Paesi alla primavera araba - andrà alle urne nella seconda metà del 2013. In novembre, aprendo i lavori del Parlamento, l'emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, ha affermato: "Abbiamo rispettato la Costituzione e raggiunto molti obiettivi in essa indicati, come la creazione di una Corte costituzionale", ma è necessario "sviluppare ulteriormente l'economia del Paese" sottolineando come non sia possibile "sostenere la crescita senza investire nell'istruzione". Nel Kuwait, Jaber Al Mubarak ha ricevuto l'incarico di formare il nuovo Governo. Le tensioni politiche nell'emirato del Golfo persico hanno raggiunto il picco il 16 novembre, quando decine di manifestanti hanno fatto irruzione nel Parlamento di Kuwait City per chiedere le dimissioni dell'Esecutivo. L'emiro del Kuwait ha poi sciolto il Parlamento e ha indetto elezioni entro sessanta giorni. In Giordania si sono registrate proteste contro il voto di fiducia in Parlamento al nuovo Governo di Awn Khasawnet. In Siria, dove le violenze non danno tregua - sono almeno 4.000 le vittime accertate dallo scorso marzo a oggi secondo l'Onu -, sembra ancora lunga e complessa la strada che permetta una transizione pacifica. In Libia, dopo la fine delle ostilità, il nuovo Governo guidato dal premier Abdur Rahim El Keib, deve affrontare numerose sfide dalla sicurezza alla non proliferazione delle armi. Secondo le Nazioni Unite sono circa 7.000 i detenuti nelle carceri, molti dei quali senza aver avuto un regolare processo. La riconciliazione tra le diverse anime interne al Consiglio nazionale di transizione non sembra facile come l'avvio del processo che dovrebbe portare entro due anni a elezioni legislative in Libia attraverso la formazione di partiti politici.
La comunità internazionale può svolgere un ruolo fondamentale nel processo di riconciliazione e di democrazia nei vari Paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente a patto che i suoi membri agiscano secondo il principio della cooperazione, fornendo aiuti economici, e non quello della competizione. Nonostante molte preoccupazioni bisogna però guardare alle prospettive delle primavere arabe con la speranza di trovare Paesi basati sui diritti civili e l'eguaglianza di cittadinanza, senza nessuna discriminazione soprattutto religiosa, e nuove leadership capaci di instaurare un dialogo basato su moderazione ed equilibrio.
(©L'Osservatore Romano 9-10 dicembre 2011)

MEDIO ORIENTE: CHIESE CRISTIANE, “RISPETTO PER DIRITTI UMANI E LIBERTÀ RELIGIOSA”
“I cristiani sono pronti ed impegnati nella costruzione di un nuovo avvenire per il Medio Oriente dove sono radicati e di conseguenza rinunciano all’idea di emigrare nonostante le difficoltà cui devono fare fronte”. È quanto si legge nel comunicato finale, diffuso oggi, della X Assemblea generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Cemo) che si è svolto a Paphos (Cipro) lo scorso 29 e 30 novembre sul tema, “La moltitudine di quelli che avevano creduto era di un sol cuore”. I rappresentanti della chiesa ortodossa ed ortodossa orientale, cattolica ed evangelica, sottolineano che “l’unità dei cristiani resta l’obiettivo fondamentale del Cemo” ma nel contempo ribadiscono alcuni punti a cuore alle Chiese.
In particolare, nel comunicato, si chiede “ai politici e alla comunità internazionale” il rispetto dei diritti umani “sacri” come “la libertà di pensiero, religiosa e di azione politica”, “la protezione dei luoghi santi e di culto” e di mettere in atto ogni “misura necessaria a proteggere i cristiani in tutti i Paesi mediorientali e del mondo”. L’Assemblea, inoltre, conferma il suo appoggio “al diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, in conformità al diritto internazionale”. Davanti ai cambiamenti politici e costituzionali in atto in diversi Paesi della Regione il Cemo chiede che “i principi relativi all’uguaglianza dei cittadini siano incorporati nelle costituzioni emergenti e resi effettivi”. Il documento si chiude con l’appello all’“unità dell’isola di Cipro, al rispetto e alla protezione dei diritti umani dei suoi abitanti, in particolare della libertà religiosa e di culto, ed il mantenimento delle chiese e monasteri che sono stati distrutti e profanati”.
© www.agensir.it - 7 dicembre 2011
Conferenza a Mosca sulle discriminazioni anticristiane, mons. Pezzi: cattolici e ortodossi uniti a difesa dei fratelli perseguitati
Unire gli sforzi per contrastare le discriminazioni anticristiane nel mondo: è il pressante appello levato, in questi giorni, da Mosca dove si è tenuta una Conferenza internazionale, promossa dal Patriarcato di Mosca proprio sulla discriminazione e la persecuzione dei cristiani. Nel suo intervento per l’occasione, l’arcivescovo Erwin Josef Ender, rappresentante della Santa Sede alla Conferenza, ha messo l’accento sulla correlazione tra la negazione della libertà religiosa e i crimini generati dall’odio contro le minoranze religiose. All’evento, è intervenuto anche l’arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, mons. Paolo Pezzi, che al microfono di Alessandro Gisotti si sofferma sull’impegno comune di cattolici e ortodossi contro ogni forma di intolleranza anticristiana:
R. - Innanzitutto penso che occorra dire dell’importanza dell’evento: questa conferenza, promossa dal Patriarcato di Mosca, aveva come scopo porre l’attenzione sulla persecuzione dei cristiani in tutto il mondo e in particolare in quei luoghi dove questa persecuzione è cruenta. In secondo luogo, la Conferenza ha posto a tema qual è il contributo che le Chiese cristiane possono portare.
D. - E’ significativo che sia stata fatta a Mosca, significativa anche la partecipazione di un rappresentante della Santa Sede. Quali sono le tappe che si possono pensare dopo questo evento?
R. - La presenza della Chiesa cattolica, con l’arcivescovo Erwin Josef Ender, inviato dal Papa, la presenza del nunzio e anche la presenza della Chiesa cattolica locale ha permesso di dare un orizzonte universale alla preoccupazione relativa a questo problema. Nel suo intervento il prof. Massimo Introvigne ha ricordato che se non la si prende sul serio questa situazione, anche le nostre parole possono risultare abbastanza vuote. Che prospettive sono emerse dalla Conferenza? Anzitutto c’è stata una sottolineatura, che mi sembra importante, della possibilità di un costante monitoraggio di quello che avviene nel mondo: che ci sia cioè la possibilità e l’opportunità tra le Chiese di un’informazione. Questa informazione permette - da un lato - di comprendere l’importanza di pregare gli uni per gli altri e - in secondo luogo - permette di prendere coscienza che il fenomeno del martirio è legato alla necessità della testimonianza cristiana.
D. - Questo rinnovato impegno può essere anche un elemento di maggior unità tra cattolici ed ortodossi?
R. - Io penso senz’altro di sì! Nel mio breve intervento ho voluto sottolineare questo aspetto: non si tratta di mettere da parte le nostre differenze in vista di chissà quale altro scopo, ma la coscienza della persecuzione di nostri fratelli del mondo ci spinge veramente a guardare con più forza ciò che abbiamo già in comune e in forza di questo - cioè della fede in Cristo - portare assieme la nostra testimonianza, perché ci sia una difesa e una salvaguardia dei cristiani nel mondo. (mg)
© www.radiovaticana.org - 6 dicembre 2011

IRAQ: RITIRO USA. MONS. WARDUNI (BAGHDAD), “MISSIONE INCOMPIUTA”
“Gli Usa avrebbero dovuto pacificare il Paese e solo dopo lasciare l’Iraq invece...”. È il commento rilasciato al SIR (clicca qui) dal vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, sul ritiro definitivo dei soldati Usa dall’Iraq entro la fine dell’anno. Mons. Warduni si dice preoccupato per la sicurezza nel Paese e per le recenti violenze anticristiane a Zakho, in Kurdistan, regione ritenuta fino ad oggi tranquilla per i cristiani: “Il governo afferma che, dopo il ritiro, è pronto a prendere in mano la situazione e sinceramente non so come ciò sarà possibile – aggiunge il presule – se non finiranno gli attentati con kamikaze e autobombe. Come avere fiducia quando solo pochissimi giorni fa è stata fatta scoppiare un’autobomba al Parlamento, e a Zakho, venerdì scorso, sono stati distrutti locali e abitazioni dei cristiani? Fatti del genere danneggiano tutta la nazione”. “Il governo non è in grado di proteggere il suo popolo – denuncia il vescovo – la gente perde fiducia ed emigra. Serve allora un grande sforzo da parte del mondo politico per lavorare disinteressatamente a favore del bene comune, sacrificandosi con amore per questo. Quell’amore che sembra essere stato smarrito anche da molti cristiani e non solo in Iraq. Senza fede in Dio non si va da nessuna parte”.
© www.agensir.it - 6 dicembre 2011

Violenze in Iraq: bombe contro pellegrini sciiti e negozi cristiani
Baghdad (AsiaNews) – È di 30 morti il bilancio di una serie di attacchi avvenuto ieri nell’Iraq centrale. L’attentato più sanguinoso è avvenuto nell’area di al-Nil, a nord della città di Hilla: un’autobomba è esplosa mentre transitava una processione, provocando la morte di 16 persone fra cui donne e bambini. A seguire, un doppio attacco in due zone diverse della capitale Baghdad ha provocato almeno 11 vittime, ma il bilancio potrebbe aggravarsi. Le violenze contro la comunità sciita irakena nel mese sacro di Muharram-ul-Haram, che culminerà oggi nella festa dell’Ashura – il “lutto” per il martirio dell’imam Husayn nel 7mo secolo – seguono di pochi giorni gli attacchi contro negozi e attività di cristiani nel nord (cfr. AsiaNews 03/12/2011 Zakho, estremisti islamici irakeni assaltano negozi e proprietà dei cristiani), a conferma del clima di insicurezza e tensione che si respira nel Paese.
Da anni la festa dell’Ashura in Iraq è occasione di violenze interconfessionali fra la maggioranza sciita e la minoranza musulmana sunnita, al potere ai tempi del dittatore Saddam Hussein. La tensione si è acuita con l’invasione statunitense nel 2003 e la seguente caduta del regime. Da due anni il controllo della sicurezza è affidato alle sole forze irakene, in previsione del ritiro completo delle truppe Usa dal Paese (circa 10mila uomini, che partiranno entro fine anno). Testimoni oculari dell’attentato a Hilla raccontano che la bomba ha colpito quanti si trovavano in fondo alla processione: “si è trattato di un’esplosione terribile – riferisce un uomo – si sentivano le urla di donne, e a terra vedevo i corpi riversi di donne e bambini”.
Il 2 dicembre, invece, gli estremisti islamici hanno preso di mira negozi e attività dei cristiani nella regione del Kurdistan irakeno: a Zakho, 470 km da Baghdad, nei pressi del confine con la Turchia, un gruppo fondamentalista aizzato dal sermone dell’imam locale ha devastato decine di negozi di liquori, un albergo e centri massaggi, causando il ferimento di almeno 30 persone. Gli attacchi sono continuati anche nei giorni successivi a Dohok, dove sono stati bruciati tre negozi e un circolo appartenente ai cristiani caldei.
Fonti cristiane di AsiaNews, anonime per motivi di sicurezza, aggiungono inoltre che “anche a Baghdad negozi di liquori sono oggetto di minacce”; i gestori hanno ricevuto lettere minatorie, in cui si afferma che l’esercizio “verrà fatto saltare in aria”. Gli attacchi sono il frutto “di una campagna” che prende di mira “tutto ciò che è contrario alla shariah” promosso da islamisti che intendono radicalizzare tutto il Paese. Purtroppo, aggiunge la fonte, manca “un movimento moderato” capace di contenere la deriva fondamentalista. “Gli attacchi contro i cristiani nel nord – avverte la personalità cristiana – sono ben preparati e hanno uno scopo ben preciso: intimare ai curdi di non sostenere la resistenza siriana”. Anche questa volta la comunità cristiana, un “facile obiettivo”, è vittima di interessi superiori e “giochi per la conquista del potere”. (DS)
© www.asianews.it - 6 novembre 2011

Coptic Catholic leader warns against worrying too much about Islamists' election victory
Cairo (AsiaNews) – “Egyptians are not a people of extremists; they are moderate and against radical movements. The military council and parliament will not have the power to interfere in the new constitution, which will be drafted with the contribution of all political parties, and this despite the large number of votes that went to the Muslim Brotherhood and Salafists in this first round of elections,” said Kamal Zachar, a Coptic Catholic political leader. Speaking to AsiaNews, warned against worrying too much over the overwhelming vote for Islamist parties, which won 65 per cent of the vote, especially in the poorest neighbourhoods.
“Egypt’s political system is presidential and this is a counterbalance to parliament if it is dominated by radical parties,” he said. “We must wait the next rounds of elections in December and January and presidential elections in July to have final results,” he noted. “However, the 28 November election will help plan future strategies.”
The first round in Egypt’s election on 28 November saw the Muslim Brotherhood win 40 per cent of the vote, followed by the Salafist with 21 per cent. Liberal parties created in the wake of Tahrir Square demonstrations won about 25 per cent of the vote. Various seats have gone to a second round in Cairo and Alexandria.
Mohamed El-Baradei, Nobel prize laureate and presidential candidate for a liberal party, said he was concerned about the country’s drifting towards extremism and the defeat of pro-democracy parties, which were too disorganised to run against the Muslim Brotherhood.
“I worry of course about some of the extreme stuff coming out from some of the Salafis,” he said. “When you hear that literature of somebody like Mahfouz is equal to prostitution” or “if we are still discussing whether democracy is against Sharia," there are good reasons to worry. “In my view, it is all in the hands of SCAF (Supreme Council of the Armed Forces) right now," he added.
For Fr Rafik Greiche, spokesman for the Egyptian Catholic Church, pro-democracy groups despite the defeat can still reach 30 per cent in the next election rounds. “New parties were created only a few months ago and it was impossible to think that they could compete on equal terms with the Islamist parties.”
“Salafists worry the Muslim Brotherhood,” he said. “In the future, it is not impossible to exclude an alliance between pro-democracy parties and the Justice and Freedom Party (Muslim Brotherhood) to stop illiberal laws that threaten the Christian minority.”
At the same time, the election results should spur Christians to get more involved in politics and society, the clergyman said, and not towards isolation as Muslim radicals hope for. (S.C.)
© www.asianews.it - december 5th 2011

Un ponte artistico tra Chiesa cattolica e ortodossa
Alberto Melloni
Se c’è un limes che è sopravvissuto per l’intero secondo millennio, sottolineato dalla forza delle scomuniche e dalla determinazione a non comprendersi, è stato quello fra Oriente e Occidente: fra un mondo latino presto maculato dalle riforme del secolo XVI e un mondo ortodosso, dove dopo il XV secolo la “terza Roma” combatte con Costantinopoli non per un indiscutibile primato d’onore, ma per la realizzazione di quella “sinfonia” fra il nuovo cesare (czar ne è la pronunzia) e il nuovo patriarca di una fedeltà vigorosa.
Un confine così forte che nel maggio del 1917, prima cioè della rivoluzione bolscevica, un “segreto” sul futuro sarà affidato al papa: “la Russia si convertirà”, diranno più tardi le veggenti di Fatima, dove non si allude al ritorno dell’ateismo di Stato alla fede ortodossa, ma a quella conversione al cattolicesimo di cui alcuni autorevoli ecclesiastici romani credono perfino che la sanguinosa repressione leninista possa essere lo strumento.
Un confine di cui sarà interprete in Occidente l’ultimo papa del secolo XX, il polacco Wojtyła che sembra avere come sua agenda geopolitica un trattatello di Solov’ëv (composto a inizio Novecento e apparso in Italia per Guanda nel 1938), nel quale il filosofo russo immaginava che i polacchi dovessero fare la mediazione fra la perfetta autocrazia politica dello zar e la perfetta autocrazia religiosa del papa, solo dopo aver risolto il problema di un ebraismo chassidico, la cui forza messianica inquieta l’osservatore.
Il papa polacco è, nell’immaginario cattolico, il primo pontefice ad andare “ovunque”: ma oltre alla Cina, anche la Russia post-sovietica resterà preclusa al suo desiderio di una visita; la chiesa russa non gli perdonerà il modo e le persone con cui provvederà, dopo gli anni delle persecuzioni, ai fedeli cattolici di un paese dove l’ortodossia e il monachesimo sono i fili che tessono la vita pubblica e quella spirituale.
Quel pontificato finì poco dopo che una restituzione importante - quella della Madonna di Kazan - aveva mostrato quali potessero essere i gesti distensivi fra autorità ecclesiastiche. E prima che un lavoro molto specialistico come l’edizione critica dei concili della chiesa russa e l’inserimento di molti materiali in una edizione digitale di tutti i concili di tutte le chiese creasse l’occasione per uno sforzo corale di fiducia reciproca di cui lo scambio “In Christo/Bo Xrucme” è l’esito.
Dal 19 dicembre al 19 marzo, infatti la Galleria Tretyakov di Mosca, uno dei più straordinari musei della Federazione russa, presta tre opere senza pari che saranno esposte nel Battistero di Firenze: si tratta di una Odighitria del monastero di Pskov (dipinta alla fine del Duecento), della Crocefissione di Dionisj (primo Cinquencento) e soprattutto della Ascensione di Andrej Rublev, il pittore santo della chiesa ortodossa il cui fascino ha percorso tutta l’Europa del Novecento. A Mosca vengono invece esposte in una sala del museo riattrezzata per l’occasione il Polittico di Santa Reparata (attribuito ora a Giotto ora al Parente di Giotto) e la Maestà di San Giorgio alla Costa, imponente Madonna col Bambino che Giotto dipinse nel 1295.
Uno scambio che ha richiesto una molteplicità di impegni: quello delle autorità dei due Stati, delle diplomazie, delle due Chiese, delle strutture di vigilanza, delle competenze trasportistiche e analitiche, degli studiosi che hanno lavorato al catalogo Treccani, dei donors che si sono impegnati a sostenere una collaborazione di grande significato. Non sarà questo scambio a segnare una svolta nei rapporti fra Chiesa cattolica e ortodossa: di certo, però, non ha precedenti il gesto di amore dell’arcivescovo di Firenze mons. Giuseppe Betori, che presta un luogo come il Battistero perché quelle icone si offrano alla contemplazione del pubblico e per la prima volta dopo secoli alla preghiera. Così come non ha precedenti il fatto che - attraverso S.Em. Hilarion Alfeev, metropolita di Volokalamsk e presidente del dipartimento per le Relazioni esterne della chiesa russa - Kyril I, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, dia la sua benedizione alla visita di una Madonna latina nella quale, proprio superando il modello bizantino, si affaccia quel modo di intendere l’opera d’arte che segnerà l’Occidente.
L’unità delle chiese richiederà ben altro, anche solo per essere nuovamente desiderata: ma è certo che far crescere la consapevolezza delle differenze e dei legami che passano su quel limes, far sentire come la più rigorosa tutela delle opere possa sposarsi con un'ostensione parimenti rispettosa del loro significato, non è la cosa più piccola fra quelle che hanno segnato quest’anno di scambio fra Italia e Russia.
© http://temi.repubblica.it/limes/ - 5 dicembre 2011

Dialogo tra le religioni per vincere l’intolleranza e la discriminazione
Pubblichiamo una nostra traduzione dell’intervento pronunciato dall’a rc i v e - scovo Erwin Josef Ender, Rappresentante della Santa Sede alla Conferenza sulla discriminazione e persecuzione dei cristiani, organizzata dal Patriarcato russo (Mosca, 30 novembre – 1° dicembre 2011).
La discriminazione e la persecuzione dei cristiani costituiscono una preoccupazione particolare della Santa Sede, che considera questa Conferenza opportuna e importante. Rendiamo anche merito agli sforzi del Patriarcato di Mosca e del Governo russo, tra l’altro nell’ambito dell’Osce, di mettere in guardia altri organismi e Paesi contro la gravità della persecuzione dei cristiani in alcune regioni del mondo. Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2011 il Santo Padre ha sottolineato che i «cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Tanti subiscono quotidianamente offese e vivono spesso nella paura a causa della loro ricerca della verità, della loro fede in Gesù Cristo e del loro sincero appello perché sia riconosciuta la libertà religiosa. Tutto ciò non può essere accettato, perché costituisce un’offesa a Dio e alla dignità umana; inoltre, è una minaccia alla sicurezza e alla pace e impedisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale». È importante suscitare ovunque una consapevolezza globale del problema. La celebrazione di una Giornata internazionale contro la persecuzione e la discriminazione dei cristiani potrebbe essere un segnale importante che i Governi sono disposti ad affrontare questa grave questione. Occorre prestare particolare attenzione al fatto che anche in Europa stanno sempre più aumentando gli episodi contro i cristiani motivati dal pregiudizio. Pur non subendo una persecuzione violenta, anche in Europa i cristiani devono affrontare discriminazione, esclusione dalla vita pubblica e atti di vandalismo contro chiese e cimiteri. Questi atti d’intolleranza in un’area dove la libertà di religione viene generalmente garantita sono preoccupanti e ci dovrebbero far riflettere in maniera più approfondita sul rapporto tra questa libertà fondamentale e la discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni. Secondo una teoria tradizionale ancorché discutibile, nei Paesi e nelle regioni in cui esistono tensioni e disaccordi tra i membri di religioni diverse, la limitazione o la negazione della libertà di religione, per quanto spiacevoli, sono utili o perfino necessarie al fine di limitare la violenza religiosa. Anche la teoria dello scontro di civiltà del defunto professore Samuel P. Huntington (1927-2008) è stata interpretata, o forse mal interpretata, a sostegno di questa posizione. In tempi più recenti la teoria sociale ha sostenuto l’esatto contrario. In un recente libro, The Price of Freedom Denied (Cambridge, Cambridge University Press, 2011), i sociologhi statunitensi Brian J. Grim e Roger Finke hanno proposto un modello matematico che illustra una correlazione diretta tra la negazione della libertà di religione e i crimini generati dall’odio contro le minoranze religiose, o perfino contro le maggioranze religiose. Contrariamente a quanto sostenuto dalle teorie più antiche, un basso grado di libertà religiosa crea un clima in cui le tensioni vengono esacerbate e, invece di diminuire, di fatto la persecuzione e la violenza aumentano. Pertanto, al fine di evitare la violenza, è molto importante promuovere e consolidare la libertà di religione. Nel suo discorso del 10 gennaio 2011 ai membri del corpo diplomatico, il Santo Padre ha sostenuto che la libertà di religione «è il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore». Ha inoltre osservato che oggi in molte regioni del mondo la libertà di religione è un diritto «troppo spesso messo in discussione o violato» e che «la società, i suoi responsabili e l’opinione pubblica si [rendono] oggi maggiormente conto, anche se non sempre in modo esatto, di tale grave ferita inferta contro la dignità e la libertà dell’homo religiosus». Vorrei anche ricordare il Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2011 di Papa Benedetto XVI, il cui tema, «Libertà religiosa, via per la pace», incarna di per sé il seguente concetto fondamentale: massimizzare la libertà di religione al fine di prevenire discriminazione e violenza. Il documento parte dalla prospettiva della dignità umana universale e pertanto non interessa solo i cattolici. Come ha detto il Papa, la «libertà religiosa non è patrimonio esclusivo dei credenti, ma dell’intera famiglia dei popoli della terra». Un punto importante è quello di chiarire il concetto di libertà religiosa. Questa non può essere limitata solo alla libertà di culto, sebbene questo sia una sua parte importante. La libertà religiosa deve comprendere il diritto di predicare, educare, convertire e partecipare pienamente alla vita pubblica. Le restrizioni alla libertà religiosa, che ancora prevalgono in diversi Paesi, nascono da un approccio riduzionista che limita la libertà religiosa all’individuo e la nega alle comunità. Di fatto, però, come spiega il Messaggio, «la libertà religiosa non si esaurisce nella sola dimensione individuale, ma si attua nella propria comunità e nella società, coerentemente con l’essere relazionale della persona e con la natura pubblica della religione». Quando la libertà per principio viene limitata alla sola sfera individuale, spesso finisce con l’essere negata anche agli individui, se non per legge, quanto meno sotto forma di discriminazione e persecuzione privata. Dovremmo anche sottolineare che la libertà religiosa autentica non è sinonimo di relativismo o del pensiero moderno o postmoderno, secondo il quale la religione è irrilevante o un elemento marginale della vita pubblica. Papa Benedetto XVI insite sul fatto che la dottrina cattolica sulla libertà religiosa non deve essere fraintesa come se giustificasse il relativismo. Lo stesso vale per la libertà di coscienza, che non significa giustificazione morale di qualunque opinione privata. A tale riguardo, il beato John Henry Newman una volta osservò: «La coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri» (Lettera al duca di Norfolk). Questi doveri vengono rivelati all’uomo dalla sua stessa natura che — come ha affermato il Santo Padre nel suo discorso al Parlamento tedesco — deve essere rispettata: «Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana». Parlare di religione e di libertà di cercare la volontà di Dio, da soli e in comunità, non significa abbandonare la ragione, bensì aprirla alla dimensione trascendente dell’essere umano e ammettere che l’uomo è capace di conoscere la verità. Questo punto è davvero importante nelle relazioni internazionali, poiché nel mondo esistono culture che sono sospettose dinanzi all’intero concetto di libertà religiosa e temono che possa essere un tentativo di importare nei loro Paesi una certa comprensione occidentale del relativismo, che emargina la religione ed è davvero estranea alla loro identità e alle loro tradizioni. Quando si parla di negazione della libertà di religione e d’intolleranza, di solito si pensa subito a certi Paesi dell’Asia o dell’Africa. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che i problemi relativi alla libertà di religione esistono perfino in aree del mondo dove fortunatamente, come ho già detto, non c’è una persecuzione violenta dei cristiani. Nel discorso al corpo diplomatico dello scorso gennaio, il Papa ha detto che «spostando il nostro sguardo dall’Oriente all’Occidente, ci troviamo di fronte ad altri tipi di minacce contro il pieno esercizio della libertà religiosa. Penso, in primo luogo, a Paesi nei quali si accorda una grande importanza al pluralismo e alla tolleranza, ma dove la religione subisce una crescente emarginazione. Si tende a considerare la religione, ogni religione, come un fattore senza importanza, estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante, e si cerca con diversi mezzi di impedirne ogni influenza nella vita so ciale». Naturalmente nessuno vuole confondere tale marginalizzazione della religione con la persecuzione vera e propria e l’uccisione di cristiani in altre parti del mondo. Questa Conferenza, però, cerca di suscitare la consapevolezza riguardo alla discriminazione verso i cristiani anche in regioni in cui normalmente l’opinione pubblica internazionale non ne sospetta l’esistenza. Purtroppo, alla fine è dal suolo avvelenato della negazione della libertà religiosa e della discriminazione della religione che quasi sempre nasce la violenza. Come sostiene il messaggio per la Giornata mondiale della pace 2011, è importante che proseguiamo il nostro dialogo sulla sostanza della libertà religiosa, sul suo legame fondamentale con il concetto di verità e sulla differenza esistente tra di essa e una forma di relativismo che si limita a tollerare la religione, considerandola con una certa ostilità. «Pertanto — si legge nel Messaggio —, la libertà religiosa va intesa non solo come immunità dalla coercizione, ma prima ancora come capacità di ordinare le proprie scelte secondo la verità. Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro. Una volontà che si crede radicalmente incapace di ricercare la verità e il bene non ha ragioni oggettive né motivi per agire, se non quelli imposti dai suoi interessi momentanei e contingenti, non ha una “identità” da custodire e costruire attraverso scelte veramente libere e consapevoli. Non può dunque reclamare il rispetto da parte di altre “volontà”, anch’esse sganciate dal proprio essere più profondo, che quindi possono far valere altre “ragioni” o addirittura nessuna “ragione”. L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani». La Chiesa cattolica propone il dialogo interreligioso come uno dei modi per vincere l’intolleranza e la discriminazione. Il 19 novembre, durante la sua visita apostolica in Benin, il Papa ha ammesso che «il dialogo interreligioso non è facile» e ha avvertito che «il dialogo interreligioso mal compreso porta alla confusione o al sincretismo. Non è questo il dialogo che si cerca». Evitando il sincretismo e il relativismo, nel dialogo interreligioso possiamo trovare uno strumento potente contro la violenza e la discriminazione. La Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, celebrata ad Assisi il 27 ottobre 2011, ha testimoniato questa verità al mondo intero. Nel discorso del 19 novembre in Benin, il Papa ha aggiunto che oggi «ogni persona di buon senso comprende che bisogna sempre promuovere la cooperazione serena e rispettosa delle diversità culturali e religiose. Il vero dialogo interreligioso rigetta la verità umanamente egocentrica, perché la sola ed unica verità è in Dio. Dio è la Verità. Per questo fatto, nessuna religione, nessuna cultura può giustificare l’app ello o il ricorso all’intolleranza e alla violenza. L’aggressività è una forma relazionale piuttosto arcaica che fa appello ad istinti facili e poco nobili ». Alla fine, ha concluso il Papa, dobbiamo trovare la forza per combattere l’intolleranza e la violenza dentro di noi. «Non posso conoscere l’altro se non conosco me stesso. Non posso amarlo se non amo me stesso (cfr. Mt 22, 39). La conoscenza, l’approfondimento e la pratica della propria religione sono dunque essenziali al vero dialogo interreligioso. Questo non può cominciare che con la preghiera personale e sincera di colui che desidera dialogare. Che egli si ritiri nel segreto della sua camera interiore (cfr. Mt 6, 6) per domandare a Dio la purificazione del ragionamento e la benedizione per il desiderato incontro. Questa preghiera chiede anche a Dio il dono di vedere nell’altro un fratello da amare, e nella tradizione che egli vive un riflesso della verità che illumina tutti gli uomini». La Santa Sede è grata per questa importante Conferenza che, si spera, si dimostrerà un importante passo avanti nella difesa dei diritti civili e umani dei cristiani, specialmente in Europa, dove la negazione delle radici culturali che hanno formato questo continente mette a rischio la stabilità e la coesione sociale. La discriminazione nei confronti dei cristiani — anche laddove essi costituiscono una maggioranza — deve essere affrontata come una seria minaccia all’intera società, e pertanto deve essere combattuta, come viene fatto, giustamente, nel caso dell’antisemitismo e dell’islamofobia.
(© Osservatore Romano - 5 dicembre 2011)

Patriarch of Moscow: Russian elections, the beginning of a journey
Nina Achmatova
Moscow (AsiaNews) - The beginning of a long road for change in Russia. This is how the Patriarch of Moscow, Kirill commented on the results of legislative elections that yesterday marked Vladimir Putin's United Russia Party “semi” victory. The party, which since 2007 has held the constitutional majority in the Duma (the lower house of parliament) has experienced a sharp decline in support that has brought it down from 64% to a humiliating 50%. A result, which both the prime minister and President Dmitri Medvedev, however, have defined as "good", is in fact the end of an era: that of Putin’s absolute control of parliament. Now he will be forced to open to alliances with other three parties who have managed to enter the Duma. The last polls have strengthened the position of the Communists, who stood as the second largest party (24.7%), the centrist Fair Russia (12.8%) and Liberal Democrats (9.6%).
These elections - said Kirill - in a certain way "are the beginning of a journey, but our country has many things yet to do. the very survival of Russia will depend on if we succeed". "Russia can exist only as a large multi-ethnic state," added the head of the Russian Orthodox Church reiterating the concept of unity and solidarity among the peoples of the world's largest country, so dear to the Kremlin during the campaign.
But the Cold War and Soviet flavour rhetoric used by Putin has taken hold on voters. It has represented a sharp slap in the face for his personal image. The former KGB agent, the leading candidate for the presidency in March next year, remains the most popular leader in Russia, but no longer as a Tzar, and will have to deal with a country that is changing. The economic crisis, the inefficiency of public administration, widespread corruption, never really fought by the State, have helped spread a sense of dissatisfaction with the government that the internet - the only real tool for the free voices of opposition - is helping to amplify. For the moment it seems those in power not to want to listen.
The persecution unleashed against newspaper websites and NGOs engaged in denouncing electoral fraud and victims of serious hacking attacks goes to show that the authorities still believe they can maintain the status quo with the usual repressive methods. To remind them that the future has already crossed the threshold of the house now in Russia is what is now called the "Internet Party" which has called a large protest for tonight in Moscow. All through social networks.
© www.asianews.it - december 5th 2011

Cipro: "la scelta della pace" al Consiglio delle Chiese del Medio Oriente
“La scelta della pace è la scelta della Chiesa d’Oriente”: così si è espresso l’arcivescovo di Cipro Chrysostomos II, ospite della 10.ma Assemblea generale del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Cemo), che si è svolta martedì e mercoledì scorsi a Pafos, nell’isola di Cipro, proprio nella sua arcidiocesi, sul tema “La moltitudine dei credenti aveva un cuore solo”. Il presule, si legge sul portale del patriarcato latino di Gerusalemme www.lpj.org, ha sottolineato l’importanza dell’incontro, in un momento in cui il Medio Oriente e il Nord Africa sono scossi dalla violenza e dalla rivoluzione, ed ha evidenziato la necessità di rafforzare il dialogo tra cristiani, musulmani ed ebrei. All’Assemblea hanno preso parte, tra gli altri, il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, il patriarca di Antiochia Gregorios III Lahham, il patriarca siro-cattolico Joseph Younan III, rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dell’arcivescovo di Canterbury, del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Per la prima volta ha partecipato all’incontro il patriarca ortodosso d'Egitto Teodoro II. Unanimi i pareri dei partecipanti circa la collaborazione tra confessioni religiose diverse per sostenere la pace nel mondo. Il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente è stato fondato nel maggio del 1974, è composto da quattro presidenti (che rappresentano le quattro famiglie ecclesiali del Medio Oriente: cattolici, ortodossi orientali, ortodossi e protestanti), un comitato esecutivo e dai delegati delle Chiese membro; le assemblee generali si tengono ogni quattro anni. (T.C.)
© www.radiovaticana.org - 3 dicembre 2011

In Egitto è andata peggio che mai
Valentina Colombo
A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Ebbene, per quanto riguarda i risultati delle elezioni legislative egiziane la sottoscritta ho pensato male, ma non ha indovinato. Doveva pensare peggio.
Chi come me ha da sempre sostenuto che in Egitto le elezioni democratiche avrebbero portato a una vittoria schiacciante dei Fratelli Musulmani ha indovinato. Ma credo che nessuno di noi avrebbe pensato che ai Fratelli Musulmani, che hanno ottenuto il 40% circa, si sarebbero aggiunti i salafiti, ovvero lo zoccolo duro dell’estremismo islamico, con un impensabile 20%. In altre parole risulta vincente il Partito della Libertà e della Giustizia, in seno alla coalizione sibillinamente denominata Alleanza Democratica per l’Egitto, seguito dal Partito al-Nur, distaccatosi dall’Alleanza Democratica per entrare nell’Alleanza islamica. Ha ragione chi dice che siamo solo alla prima tornata e che i risultati finali li avremo solo il 13 gennaio prossimo, ma non illudiamoci. Il 28 e 29 novembre scorsi si è votato al Cairo, Alessandria e altre sette circoscrizioni. Il 14 e 15 dicembre si voterà a Giza, Assuan e Suez. Il 3 e 4 gennaio si voterà nel Sinai. Significa che i primi risultati sono quelli delle aree urbane principali, quelle più ricche e istruite, quindi teoricamente più vicine alle idee laiche. Quindi le prossime tornate potranno solo peggiorare la situazione.
A chi pensa a una frattura o a una concorrenza tra le tue tendenze islamiche consiglio di non illudersi. Emad ‘Abd al-Ghafur, leader del partito al-Nur, ha dichiarato che il successo del suo partito e di quello della Libertà e della Giustizia nella maggior parte delle circoscrizioni indica «il fallimento della politica del terrore nei confronti della corrente islamica, esercitata dal regime precedente e dalle altre correnti politiche negli ultimi dieci mesi». Ha anche aggiunto, ribadendo che l’uscita dall’Alleanza Democratica era stata causata da dissidi con gli elementi liberali non con la Fratellanza, che il suo partito «si alleerà con i Fratelli Musulmani».
Dal canto loro i Fratelli Musulmani hanno pubblicato sul loro sito Ikhwan Online un comunicato che si conclude dicendo che queste elezioni hanno dimostrato che «il popolo egiziano è in grado di proteggere e costruire un proprio Stato in modo legale; che il vento ha iniziato a spirare in una nuova direzione e che la rivoluzione ha iniziato ha raggiungere i propri obiettivi; che il popolo è maturo e può cacciare dall’agone politico quel che rimane del vecchio regime». Il popolo egiziano ha cacciato un dittatore, ma non ha cacciato il passato. Basti pensare che nelle elezioni del 2005 i Fratelli Musulmani si erano presentati con candidati indipendenti e avevano ottenuto 88 seggi, ovvero il 20%.
Il leader del partito al-Nur ha ragione quando dice che Mubarak ha fallito, ma non certo perché ha creato lo spettro islamista per restare al potere. Anzi, Mubarak ha sbagliato perché ha tollerato la presenza dei Fratelli musulmani ufficialmente messi al bando tanto da consentire la loro partecipazione “in incognito” alle elezioni del 2005, da far sì che la loro sede centrale fosse a due passi da piazza al-Tahrir, da consentire che la casa editrice filogovernativa Dar al-Shoruk pubblicasse tutte le opere del teologo dei Fratelli Musulmani Yusuf Qaradawi, nonostante quest’ultimo non potesse mettere piede in Egitto. Mubarak ha sbagliato in modo particolare a trascurare l’educazione delle nuove generazioni che onde evitare le aule superaffollate delle scuole pubbliche sono cresciute, soprattutto nelle zone rurali, all’ombra delle moschee gestite dall’estremismo islamico. Non si dimentichi che uno dei nodi cruciali e fondamentali della tattica dei Fratelli musulmani sin dal 1928, anno della loro fondazione, è l’educazione.
Se sommiamo gli errori di Mubarak, la disorganizzazione degli elementi liberali e laici della società egiziana e la perfetta macchina della Fratellanza, forte di esperienza e coesione, ecco il risultato odierno. Ma la sorpresa la vera sorpresa sono i salafiti. Costoro sono il risultato più aberrante di quello che l’intellettuale egiziano Tarek Heggy ama definire «il vento sabbioso che spira dal deserto saudita». Non a caso il partito al-Nur è quello che ha accettato di avere donne candidate, ma non solo non le ha ritratte nei manifesti elettorali, ma addirittura ha sostituito l’immagine della donna con quella del marito.
Padre Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, sembra fiducioso che nelle prossime tornate l’avanzata islamica possa essere arginata: «Le formazioni radicali islamiche non hanno ancora vinto del tutto. Questa è solo la prima fase delle elezioni. Occorre attendere i risultati delle altre due fasi, che avverranno a dicembre e a gennaio. Non è vero che da domani tutto l’Egitto diventerà musulmano radicale». La sua convinzione è che i liberali si possano organizzare meglio da qui a gennaio e che quindi la vittoria scontata degli islamici non sarà schiacciante. A sentire lo scrittore Gamal al-Ghitani si tratta di un wishful thinking: «L’Egitto entrerà nel suo periodo più buio se i Fratelli musulmani conquisteranno il Parlamento. Sarà la peggior epoca mai vista sino a quando costoro saranno la maggioranza».
Il pericolo che si corre è che l’Occidente che ha già sdoganato la Fratellanza ergendola a modello di islamismo “moderato”, con il contraltare salafita si convincerà ancora di più che si tratta di “moderati”. Si faccia attenzione perché, come dimostra la già annunciata alleanza tra gli elementi islamisti, si tratta solo di due facce della stessa medaglia, di due modalità diverse di porsi e presentarsi e di raggiungere il potere, ma il fine è lo stesso lo Stato islamico. E a chi spera e crede nella possibilità di una democrazia islamica ricordo le parole dell’intellettuale tunisina Raja Benslama: «Non possiamo considerare democratici quei mufti, quegli attivisti, quegli intellettuali islamici a meno che non pensiamo a una democrazia di tipo speciale […] una democrazia senza democrazia, qualcosa di perverso e detestabile come la propoaganda islamica riguardo ai diritti umani, come la riforma priva di riforma cui aspirano alcune associazioni arabe oggi».
© www.labussolaquotidiana.it - 2 dicembre 2011

Licinio Germini Egitto. I cristiani si preparano all’avvento del nuovo clima politico
Licinio Germini
IL CAIRO, EGITTO – Per i cristiani copti dell’Egitto la prima tornata delle elezioni rappresenta l’inizio della democrazia nel Paese, ma essi non celano il timore che la grande prevalenza prevista in parlamento per il partito Libertà e Giustizia della Fratellanza Musulmana possa introdurre la legge islamica.
Questo timore ha già avuto conseguenze sulla comunità cristiana. Naguib Gibrael, esponente della chiesa Copta, ha dichiarato al New York Times che da quando la rivolta popolare del gennaio scorso ha rovesciato il regime dell’ex-presidente Hosni Mubarak, 100 mila famiglie cristiane hanno lasciato l’Egitto.
Per contrastare l’avanzata della Fratellanza Musulmana la chiesa copta di San Marco al Cairo ha incoraggiato i suoi parrocchiani a votare per i laici del Blocco Egiziano, formato da candidati musulmani e cristiani. Il vescovo Danial, leader spirituale dei copti nel sobborgo cairota di Maadi, domenica ha pronunciato nella chiesa un discorso in cui, dopo aver esortato a respingere l’odio in favore della compassione, ha affrontato argomenti politici.
”Questa elezione è molto importante per noi, e forse la situazione non è stabile come avremmo voluto prima del voto, ma dobbiamo partecipare. Questa è libertà e democrazia”. Ha poi avvertito: ”D’altra parte, la Fratellanza Musulmana è molto organizzata”. Il vescovo ha proseguito dicendo che ”esponenti copti si sono incontrati con musulmani e cristiani moderati del Blocco Egiziano e noi lo appoggiamo”.
Il Blocco Egiziano è una nuova coalizione formata in prevalenza da tre partiti: il neo-liberale Free Egyptians, vicino al mondo degli affari, il partito Gathering, di tendenze socialiste, e i Social Democratici Egiziani. Tutti sono per la separazione del potere religioso da quello governativo, e contrari alla potenziale introduzione dell’islam in politica.
I copti, che sono la maggioranza dei cristiani nel Medio Oriente, sono cristiani egiziani i cui antenati risalgono al primo secolo. In Egitto, su una popolazione di 85 milioni sono 10 milioni. Sebbene i cristiani ed i membri di altre religioni di minoranza sono liberi di praticare i loro culti, la più severa interpretazione dell’islam avvenuta nel corso degli ultimi 30 anni li ha fortemente marginalizzati.
Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato sulla libertà religiosa in Egitto pubblicato a settembre, nella seconda metà del 2010 i cristiani avevano meno del 2 per cento dei seggi nelle due camere legislative. Nelle ultime elezioni parlamentari durante il regime di Mubarak, degli 839 candidati del suo Partito Nazionale Democratico, solo 10 erano copti.
Scontri tra musulmani e cristiani sono avvenuti con frequenza. I più recenti sono stati il 9 ottobre, quando centinaia di copti e gruppi di musulmani hanno marciato sul palazzo cairota che ospita radio e televisione di stato per protestare contro le autorità che non hanno indagato sull’incendio di una chiesa ad Aswan. La dimostrazione è degenerata quando i soldati di guardia al palazzo hanno sparato contro i protestari e li hanno travolti con i loro mezzi blindati. La protesta, che peraltro aveva ottenuto il permesso della giunta militare al governo, si è trasformata in un campo di battaglia con 28 morti e 325 feriti.
Ala messa di San Marco tutti gli intervistati hanno detto che rimarranno in Egitto anche se gli islamici vinceranno le elezioni, confidando in un sistema democratico che favorirà i musulmani ma che includerà anche i rappresentanti dei copti. ”Vinceranno gli islamici – ha dichiarato Ayman Fahmy un medico di 52 anni – ma noi vigiliremo per vedere se tenteranno di impadronirsi del parlamento e redigere la costituzione a modo loro”. Se ciò succedesse, ”la gente si riverserebbe di nuovo nelle strade per protestare, ma se si raggiungesse un consenso non ci saranno problemi”.
© http://www.blitzquotidiano.it/ - 1 dicembre 2011

La paura dei copti «Una deriva saudita con divieti e veli»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI IL CAIRO - La croce tatuata sul polso, sul corpo le cicatrici del 9 ottobre quando con altri copti fu brutalmente attaccato dai militari («Ne hanno uccisi 30, tre erano miei amici»), Mina Sabit si è alzato all' alba per votare. Poi in giro per i seggi del quartiere copto di Shubra, a vigilare. Continua sul Corriere

L' Onda Islamica e quel Modello Turco (quasi) Impossibile
Il segnale di quel che poi sarebbe accaduto con le primavere arabe si poteva cogliere già cinque anni fa, quando Hamas trionfò alle elezioni palestinesi. Elezioni che erano state fortemente volute dall’ Amministrazione americana di Bush, nella convinzione che i laici del Fatah le avrebbero vinte agevolmente. Invece accadde il contrario, con un corollario di sorprese aggiuntive, come quella dei molti arabi-cristiani di Palestina che preferirono le promesse dei fondamentalisti di Gaza alle dubbie certezze dell’ Anp di Abu Mazen. " border="0" />I l segnale di quel che poi sarebbe accaduto con le primavere arabe si poteva cogliere già cinque anni fa, quando Hamas trionfò alle elezioni palestinesi. Elezioni che erano state fortemente volute dall' Amministrazione americana di Bush, nella convinzione che i laici del Fatah le avrebbero vinte agevolmente. Invece accadde il contrario, con un corollario di sorprese aggiuntive, come quella dei molti arabi-cristiani di Palestina che preferirono le promesse dei fondamentalisti di Gaza alle dubbie certezze dell' Anp di Abu Mazen. Continua su Il Corriere

Primate of the Russian Orthodox Church meets with participants in the International Conference on Freedom of Faith
His Holiness Patriarch Kirill of Moscow and All Russia met with the participants in the International Conference on Freedom of Faith: the Problem of Discrimination and Persecution against Christians. The meeting took place at the Cathedral of Christ the Saviour on 1 December 2011.
Taking part in the meeting were Metropolitan Hilarion of Volokolamsk, chairman of the Moscow Patriarchate’s Department for External Church Relations (DECR); Mr. Massimo Introvigne, representative of the OSCE on combating racism, xenophobia and discrimination against Christians; archpriest Vsevolod Chaplin, chairman if the Synodal Department for Church-Society Relations; hegumen Philaret (Bulekov), DECR vice-chairman; representatives of the Patriarchates of Alexandria, Antioch, Jerusalem and Serbia, of the Orthodox Churches of Cyprus and Greece, of the Assyrian Church of the East, the Armenian Apostolic Church, the Roman Catholic Church, the Maronite Church, the World Council of Churches, Protestant denominations, public organizations combating Christianophobia, the Muslim and Jewish communities, and of the state authorities.
The Primate of the Russian Orthodox Church noted that the cases of persecution and discrimination against Christian have become systematic. His Holiness believes that this religious community, the biggest in number in the world, finds itself in a vulnerable position. Secularist tendencies are a threat. The notions of moral standards preserved in the spiritual tradition for centuries are fiercely attacked. ‘The absolutization of personal freedom to the detriment of moral responsibility makes Christians the enemies of political correctness which equates sin with virtue,’ His Holiness explained.
Mass exodus of Christians from the Middle East and North Africa is matter of primary concern. His Holiness quoted the appeal from the Statement on the growing manifestations of Christianophobia made by the Holy Synod of the Russian Orthodox Church on 30 May 2011: ‘to develop a comprehensive and effective mechanism for protecting Christians and Christian communities who are subjected to persecution or restrictions in their religious life and work.’
“Violation of the rights of Christians and of representatives of other religions and the growth of interreligious contradictions should prompt the states to ponder over the current mechanisms of ensuring human dignity and freedom,” Patriarch Kirill said.
He added that Christians have played an important part in the stability in the Middle East and North Africa from the earliest times, by their presence there proving peaceful nature of the Muslim majority.
His Holiness proposed to develop an effective mechanism for protecting the rights of Christians and Christian communities, reminding of the initiative of the Russian Orthodox Church launched on the basis of decisions taken at the Interreligious Summit in Moscow in 2006 to set up a consultative body at the UN consisting of representatives of the major religious communities, movements and groups with a mandate to provide an adequate and highly professional expertise in case of conflicts that involve religious problems. The experts’s opinions would be brought to the UN notice and then to the national governments.
Mr. Introvigne took note of an active position of the Russian Orthodox Church on Christianophobia and promised to consider a proposal of setting up a consultative body.
© http://www.mospat.ru/en/ - december 1st 2011
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Zakho, estremisti islamici irakeni assaltano negozi e proprietà dei cristiani
Baghdad (AsiaNews) – Un gruppo di manifestanti legati all’ala estremista islamica, composto in maggioranza da giovani, ha assaltato diversi negozi di proprietà dei cristiani, un albergo e centro massaggi. Le violenze sono esplose ieri pomeriggio nella
cittadina di Zakho, distante circa 470 km da Baghdad, situata nel Kurdistan irakeno a pochi chilometri dal confine con la Turchia, e hanno causato il ferimento di almeno 30 persone, fra cui 20 poliziotti. A scatenare l’ira dei fondamentalisti un sermone al vetriolo dell’imam della locale moschea, al termine del quale ha preso il via il raid punitivo in città. All’assalto dei gruppi estremisti hanno poi risposto le fazioni filo-governative curde, che hanno incendiato almeno sei sedi del Partito islamico del Kurdistan in città e nelle zone limitrofe.
In un video pubblicato su YouTube (clicca qui per vederlo), emergono le immagini dell’assalto contro negozi e proprietà cristiane. Fonti cristiane locali interpellate da AsiaNews – dietro anonimato per motivi di sicurezza – confermano che nel raid erano coinvolte “centinaia di persone, soprattutto giovani” sono andati distrutti “almeno 13 negozi dediti alla vendita di liquori, ma il numero potrebbe arrivare a 30. Testimoni aggiungono che “la polizia non ha reagito” ed è probabile che “l’assalto sia stato pianificato in precedenza”. La folla estremista, portato a termine l’attacco a Zakho, si è quindi diretta a Sumail – cittadina a 15 km da Dohuk, la terza più grande città curda – dove ha preso anche questa volta di mira esercizi di proprietà di cristiani e yazidi.
A Sumail, racconta la fonte di AsiaNews, vi sono almeno 200 famiglie cristiane che ora sono terrorizzate. Le violenze sono continuate nel villaggio cristiano di Shiuz, dove vivono 180 famiglie, e “solo due ore dopo è intervenuta la polizia curda per riportare la calma”. “La folla estremista – aggiunge – inneggiava al jihad, la guerra santa, e lanciava pesanti slogan anti-cristiani”.
La comunità cristiana della regione ha vissuto una giornata di panico e terrore, in balia degli estremisti e abbandonata a se stessa dalle autorità locali. “Sono eventi – avverte la fonte – che spingono i fedeli a fuggire dalle loro terre di origine. A Mosul, Kirkuk e Baghdad la polizia ha preso provvedimenti per difendere le chiese e luoghi di culto”.
Da tempo il Kurdistan irakeno è al centro di un aspro conflitto fra arabi, curdi e turcomanni per il controllo delle terre e dei giacimenti petroliferi che racchiudono; la disputa investe anche la minoranza cristiana, che è vittima di violenze e vendette incrociate. Personalità cristiane irakene confermano che l’islam fondamentalista – dopo gli auspici iniziali legati alla “primavera araba”, che avevano indotto a un cauto ottimismo – è diventato “molto più aggressivo e pericoloso per i non musulmani”.(DS)
© www.asianews.it - 3 dicembre 2011

Siria. La Santa Sede: siano rispettate le legittime aspirazioni della società civile, stop alle violenze
La Santa Sede rinnova la sua grande preoccupazione per quanto sta accadendo in Siria. Ieri, intervenendo alla Sessione speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, l’osservatore permanente vaticano presso l’Ufficio Onu nella città elvetica, mons. Silvano Maria Tomasi, ha auspicato che siano accolte le legittime aspirazioni della popolazione e la fine delle violenze. Oggi, purtroppo, altri civili sono morti negli scontri con l’esercito: si parla di almeno 18 vittime. L'Onu ha denunciato una carneficina in Siria dove dall'inizio delle proteste di marzo sono morte 4.000 persone, di cui 307 bambini. Ma ascoltiamo mons. Tomasi al microfono di Sergio Centofanti:
R. – Anzitutto, la preoccupazione è stata espressa da parte della Santa Sede per le vittime di questo conflitto che si è aperto ormai da molte settimane tra l’esercito e le autorità siriane ed i dimostranti. La violenza non porta bene a nessuno e la linea che abbiamo adottato è stata quella di insistere sulla necessità della riconciliazione ma nel rispetto dei diritti umani di ogni persona. Per il futuro del Paese, non si può semplicemente continuare su una linea violenta, ma bisogna dialogare in modo che i diritti legittimi degli individui e delle comunità minoritarie che di fatto costituiscono la Siria, possano essere rispettati e si possa aprire la porta per una partecipazione più larga di queste varie comunità nella gestione del Paese.
D. – Lei, dunque, ha parlato di legittime aspirazioni della società civile ...
R. – Certo: la società ha diritto di partecipare nella vita pubblica e di avere i suoi diritti fondamentali rispettati. Abbiamo detto anche una parola di condoglianze per le famiglie delle vittime, ripetendo quello che il Santo Padre Benedetto XVI ha già più volte sottolineato: che pregando assieme perché venga la pace ne verrebbe un bene per tutti, perché alla fine si tratta di rispettare la dignità e le libere scelte di ogni persona.
D. – Che cosa può fare, in questa situazione così drammatica, la comunità internazionale?
R. – La decisione presa dal Consiglio dei diritti umani, di votare una Risoluzione che impegni in qualche modo la comunità internazionale a fare il possibile perché i diritti umani delle persone siano rispettati, è un segnale di volontà politica di aiutare e di fare in modo che la situazione in Siria si stabilizzi. La Risoluzione è stata votata a larga maggioranza con 37 voti in favore e solo quattro contro. Quindi, il segno di una volontà politica di aiutare questo Paese, c’è. Secondo, direi che la comunità internazionale ha la responsabilità non solo di muoversi con delle sanzioni – come di fatto è avvenuto – ma di prendere in considerazione tutte le esigenze di tutte le persone, sia le minoranze, sia le persone al potere, e soprattutto di garantire per un dopo-crisi una partecipazione giusta di tutte le forze del Paese per una ricostruzione e una possibilità di convivenza serena e pacifica. (gf)
© www.radiovaticana.org - 3 dicembre 2011

Cattolici e ortodossi a Mosca contro le persecuzioni dei cristiani
Cattolici e ortodossi a Mosca contro le persecuzioni dei cristiani. Introvigne: "Si rischia un naufragio morale"
Si conclude oggi a Mosca con un messaggio al mondo perché denunci la persecuzione dei cristiani - un'emergenza mondiale che coinvolge un milione di vittime, con oltre centomila morti all'anno - la "Conferenza internazionale sulla discriminazione e persecuzione dei cristiani" organizzata dal Patriarcato di Mosca e chiusa da un intervento del patriarca Kirill. La più grande riunione ecclesiastica mai organizzata su questo tema - come l'ha definita il metropolita Hilarion di Volokolamsk, responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca - ha visto gli interventi tra gli altri degli arcivescovi cattolici Paolo Pezzi, arcivescovo della diocesi di Mosca, Ivan Jurkovic, nunzio apostolico in Russia, e Joseph Ender, rappresentante speciale della Santa Sede alla conferenza; del metropolita della Chiesa Assira irachena Mar Gewargis - che ha denunciato il clima di terrore nel suo Paese che costringe molti cristiani a emigrare, così che la comunità cristiana rischia ormai l'estinzione -; e di numerosi arcivescovi e patriarchi del mondo ortodosso.
La conferenza è stata aperta dal sociologo italiano Massimo Introvigne, rappresentante dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo e alla discriminazione contro i cristiani, il quale - prendendo spunto dalla mostra sulla pittura italiana dell'Ottocento in corso all'Hermitage di San Pietroburgo - ha ricordato come uno dei temi passati nel XIX secolo dalla pittura italiana a quella russa e documentati nella mostra è quello del naufragio. Se continua a tacere sulla persecuzione dei cristiani per paura di offendere i persecutori - "che magari, ha detto Introvigne, ci forniscono petrolio o acquistano i nostri buoni del tesoro" - l'Europa rischia un naufragio morale e spirituale che sarà perfino più dannoso della crisi economica.
© http://vaticaninsider.lastampa.it - 2 dicembre 2011

Un movimento ecumenico per la giustizia ecologica
di RICCARDO BURIGANA"Youth for Eco-Justice" è il titolo di un incontro per giovani cristiani organizzato dal World Council of Churches (Wcc) e dalla Lutheran World Federation (Lwf) a Durban, in Sudafrica, dal 26 novembre al 10 dicembre, in occasione della XVII conferenza internazionale sui cambiamenti climatici promossa dalle Nazioni Uniti. L'appuntamento è stato pensato soprattutto come un momento di formazione e di confronto tra giovani di tradizioni cristiane diverse, per una più attiva partecipazione all'azione delle Chiese e comunità ecclesiali a favore di un ripensamento delle politiche di sfruttamento delle risorse naturali.
Il programma, oltre alla partecipazione ad alcuni momenti significativi della conferenza internazionale, prevede degli incontri di approfondimento sulla Bibbia, in modo da rendere sempre più evidenti le radici dell'impegno ecumenico e delle iniziative delle singole Chiese.
I giovani avranno modo anche di confrontarsi con esperti, presenti a Durban per la conferenza dell'Onu, per un'informazione più diretta sulle difficoltà politiche che stanno accompagnando la definizione di un programma condiviso che metta un limite al progressivo inquinamento del pianeta, il quale determina nuove situazioni di povertà e di emarginazione. L'incontro sarà anche l'occasione per pensare a nuove iniziative ecumeniche, soprattutto nelle comunità locali, delle quali i giovani sono chiamati a farsi promotori. Particolare attenzione sarà inoltre rivolta ai conflitti che si stanno accendendo per il controllo delle risorse idriche nel pianeta, per cercare delle strade pacifiche alla soluzione delle controversie. E che siano in grado di rimuovere le profonde ingiustizie che tali conflitti hanno determinato, soprattutto nei Paesi più poveri. Si tratta quindi anche di promuovere una campagna di informazione capillare per una produzione e per un consumo dell'acqua a livello globale, nel quale la giustizia sia l'elemento fondamentale. Dal momento che la battaglia per l'acqua è strettamente connessa, così come è stato ricordato dalla Chiesa cattolica insieme a tanti altri cristiani in questi ultimi anni, alla distribuzione del cibo e della terra in tante comunità locali.
Ai giovani cristiani viene chiesto, in pratica, di partecipare sempre più attivamente a quanto il movimento ecumenico sta facendo da anni, offrendo un contributo peculiare in modo da creare reti e progetti nuovi per intervenire attivamente nel dibattito su come coniugare sviluppo sostenibile e green economy nell'ambito della lotta contro le violenze economiche e morali. I giovani cristiani devono contribuire alla promozione di una giustizia sociale ed ecologica in un tempo nel quale la crisi economica da una parte sembra sollecitare un ripensamento generale del sistema produttivo e dall'altra spingere sempre più verso un mercato che metta al centro solo il profitto, dimenticando i valori umani dei quali i cristiani sono determinati sostenitori. Il seminario di formazione, preceduto da un lungo lavoro preparatorio che ha già portato alla condivisione di esperienze e di speranze per un diverso sviluppo del mondo, si pone quindi in stretto contatto con i programmi che vedono coinvolti, da anni, le organizzazioni ecumeniche, le Chiese e le comunità ecclesiali nel tentativo di interrompere quella spirale di ingiustizia e di povertà che nasce dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, dall'acqua ai prodotti della terra. Si è venuta configurando un'azione ecumenica che ha coinvolto i cristiani in molti modi e in tanti luoghi. Oltre ai numerosi interventi della Chiesa cattolica a vario livello - dagli appelli del Pontefice alle iniziative continentali, alle giornate nazionali per la salvaguardia del creato - così come ai ripetuti messaggi del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, si devono ricordare i progetti del Wcc proprio su giustizia, pace e integrità della creazione, che hanno dato origine, tra l'altro, a una rete per una riflessione ecumenica sull'acqua, a una campagna per una giustizia del creato e a un progetto sul rapporto tra povertà, ricchezza ed ecologia. La Federazione mondiale luterana, da parte sua, ha lanciato un programma di scambio di informazioni tra movimenti giovanili impegnati su questi temi, raccogliendo così oltre cento gruppi da quarantacinque Paesi diversi.
In tale prospettiva, una parte fondamentale dell'incontro formativo per i giovani cristiani è la partecipazione ai momenti di carattere ecumenico, organizzati a margine della conferenza di Durban, proprio per ricordare quale sia l'importanza attribuita dai cristiani nella definizione di un politica nuova nei confronti delle risorse naturali nel mondo, tanto più in Africa. Il vescovo anglicano Geoff Davies, direttore del Southern Africa Faith Communities Environmental Institute, si è fatto portavoce di un appello, We have faith, con il quale i cristiani hanno chiesto a tutti i partecipanti alla conferenza di Durban un impegno concreto per un cambiamento nella politica nei confronti del creato, trovando anche l'appoggio di musulmani ed ebrei, con i quali si è raggiunta una profonda sintonia. "Questa è la sola casa che abbiamo", ha detto, in occasione dell'apertura della Conferenza di Durban, l'arcivescovo anglicano Desmond Tutu, da anni una delle voci più ascoltate nella campagna per una giustizia del creato.
(©L'Osservatore Romano 3 dicembre 2011)

P Greiche: Prematuro e fuorviante commentare i risultati elettorali
Il Cairo (AsiaNews) – “Le formazioni radicali islamiche non hanno ancora vinto del tutto. Questa è solo la prima fase delle elezioni. Occorre attendere i risultati delle altre due fasi, che avverranno a dicembre e a gennaio. Non è vero che da domani tutto l’Egitto diventerà musulmano radicale”. È quanto afferma p. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, all’indomani delle prime elezioni libere dell’era post-Mubarak. Lo scorso 28 novembre hanno votato solo 17 milioni di egiziani su 52 milioni di aventi diritto. Le prossime tornate elettorali si terranno il 14 dicembre e il 3 gennaio 2012.
Con numeri che cambiano a seconda dei leaders intervistati e dei giornalisti, Fratelli musulmani e salafiti hanno già proclamato la loro “vittoria parziale”, millantando percentuali fra il 40 e il 60%. Molti giornali, fra cui il New York Times, parlano di esodo dei cristiani dall’Egitto, di cambiamento radicale della vita della popolazione e di eventuali scenari futuri in un Medio oriente e in un Nord Africa dominati dalle formazioni islamiste.
Secondo il sacerdote una vittoria dei partiti islamici è scontata, ma occorre attendere per vedere se essa sarà schiacciante o no. “I Fratelli musulmani – fa notare p. Greiche - è da 80 anni che lavorano di nascosto per vincere queste elezioni e salire al potere. I gruppi democratici esistono da soli sei mesi, ma sembrano aver raggiunto una presenza significativa, senza utilizzare i metodi illegali degli islamisti che offrono soldi, cibo e beni di prima necessità a chi li vota”. “Se questa tendenza continuerà – continua - i Fratelli musulmani non avranno la maggioranza assoluta in parlamento. In questo modo i partiti liberali potranno bloccare una eventuale deriva islamista dell’Egitto”.
P. Greiche dice che l’Egitto non è l’Iran, dove la salita al potere degli ayatollah è stata possibile perché la popolazione è al 98% musulmana, fatta eccezione per piccole minoranze. “Il nostro Paese – afferma - è l’unico Stato arabo con una consistente e influente comunità cristiana (22 milioni)”. A ciò si aggiunge la presenza di una popolazione di musulmani moderati che hanno aderito alla proposta dei partiti liberali, veri fautori della Rivoluzione dei gelsomini e della caduta di Mubarak.
Oggi, diversi leader dei Fratelli musulmani e dei salafiti hanno chiesto la possibilità di formare subito un governo di unità nazionale, tenendo conto di questi primi risultati. Il Consiglio supremo dei militari ha però rifiutato e fa sapere che intende restare per garantire la stabilità del Paese finché non saranno terminate tutte le fasi elettorali. Nonostante il rischio dei militari al potere, per molti cristiani questa è per ora l’unica garanzia per evitare una svolta radicale antidemocratica basata solo su proiezioni e sull’onda psicologica della popolazione.
Per p. Greiche da quando gli egiziani hanno cacciato il regime per avere una vera democrazia hanno anche deciso di mettersi in gioco secondo le regole di questo sistema. “Quindi – afferma - i partiti democratici devono lavorare in questi mesi per organizzarsi, farsi conoscere fra la popolazione più lontana dalle loro idee. Solo così si riuscirà a confrontarsi con le formazioni islamiste e limitare il loro potere”. (S.C.)
© www.asianews.it - 1 dicembre 2011

Si profila la vittoria dei Fratelli musulmani
IL CAIRO, 1. In Egitto, il prossimo Governo verrà scelto dalla maggioranza parlamentare. Lo sostengono i leader del Partito libertà e giustizia, braccio politico del Fratelli musulmani, in testa nello spoglio della prima fase delle elezioni legislative. Dai primi exit poll, pubblicati dopo la chiusura delle urne al termine della prima consultazione elettorale che si è svolta in Egitto dalle dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak, i Fratelli musulmani sono infatti largamente primi. Secondo i risultati preliminari, che saranno ufficializzati solo il 13 gennaio, al termine delle tre fasi elettorali, a contendersi il secondo e il terzo posto nella maggior parte dei seggi sono i candidati del Partito Al Nour, di ispirazione islamico- salafita, e quelli del Blocco egiziano. Ma stando alle previsioni, potrebbero conquistare un certo numero di seggi anche alcuni indipendenti, mentre l’Al Wafd e l’Al Wasat stanno ottenendo buoni risultati. In questa prima fase, hanno votato nove province, ossia Il Cairo, Alessandria, Port Said, Damietta, Kafr al-Sheykh, Fayyoum, Assiut, Luxor e il Mar Rosso. Quanto al Partito nazionale, al Governo sotto Hosni Mubarak, i suoi candidati sono in testa solo ad Assiut. In una nota ufficiale, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, si è congratulato con il popolo egiziano per il pacifico e positivo inizio del processo elettorale, sottolineando la necessità che la transizione democratica continui in «modo giusto, trasparente ed inclusivo». «Il popolo americano — si legge ancora nella dichiarazione diffusa dal capo della diplomazia statunitense — continuerà a stare al fianco del popolo dell’Egitto, mentre si muove verso un governo civile democraticamente eletto che rispetti i diritti umani universali e accolga il desiderio di dignità, libertà e di una vita migliore».
(© Osservatore Romano - 2 dicembre 2011)

PERSECUTED CHRISTIANS: METROPOLITAN HILARION, APPEAL TO THE UNITED NATIONS
In the world, one Christian dies for his faith every five minutes, and 105,000 Christians die of violent death as result of religious conflicts every year. With those figures, the International Conference about "Religious freedom: the question of Christian discrimination and persecution" opened in Moscow yesterday; it was promoted by the Patriarchate of Moscow concluding today with the publication of a final document meant to let the international public focus on the fact that “Christians are the most persecuted religious community in the world”. In this sense, works were opened by President of the Department for External Ecclesiastic Relations of the Patriarchate of Moscow, Metropolitan Hilarion. Representatives of the Catholic Church, including Msgr. Paolo Pezzi, archbishop of the diocese of Moscow, and Archbishop Edwin Joseph Ender, special representative of the Holy See at the Conference spoke and took part in the works. Representatives of the Orthodox Churches of Alexandria, Antioch, Jerusalem, Armenia and Assyria were also present in the auditorium.
Metropolitan Hilarion has listed all “the countries where Christians are the most persecuted today”, and suggested to establish “a permanent centre for gathering and studying information on persecution for religious reasons”. And he added: “Every case of persecution of Christians should be the subject of legal proceedings". Moreover, the Orthodox Metropolitan asked the United Nations “to ask Member States for respect of the generally accepted rules of religious freedom", and he also stated that according to him, the Pan-Orthodox Council of all Orthodox Churches in the world should also include the question of persecution of Christians in several parts on the world in its agenda. In a video message to the participants in the Conference, President of the UN Council for Human Rights Laura Lasserre pointed out that conscience and religious freedoms are a fundamental human right, and that it is necessary to look for “ways to promote mutual understanding and tolerance, to prevent violence and discrimination against Christians”.
© www.agensir.it - dember 1st 2011

Prophet Muhammad's invitation to Christians to pray in mosques
Giorgio Bernardelli
"Even the prophet Muhammad invited Christians to pray in a mosque before meeting with them.” Among the many words spoken during the three days of the second Catholic Muslim Forum – gathered in recent days in Jordan at the Site of the Baptism of Jesus (a Christian holy site re-launched in these years by a Muslim government) – this phrase spoken by the Jordanian prince Ghazi bin Muhammad bin Talal, was probably the most surprising. The quote refers to an episode narrated by the Sunna which sees as protagonists the Christians of Najran, an oasis in the Arabian peninsula. The quotation was used in the context of an meeting that was also attended by representatives from countries in which a gesture of this kind today, would unleash real uproar.
F orty-eight individuals present – half of them Catholic, the other half Muslim – at the meeting in Jordan viewed as the continuance of the first gathering, held in Rome in November 2008. A Forum born on the threshold of the route undertaken a year earlier, by a letter on the theme of dialogue with the Christian world, entitled A Common Word and signed by 138 Islamic personalities. On the Catholic side, the delegation in Jordan was led by Cardinal Jean-Luis Tauran, President of the Pontifical Council for Interreligious Dialogue. The delegation also included representatives from some churches of the Middle East and North Africa (among them, the Patriarch of Jerusalem Fouad Twal, the Chaldean Bishop of Aleppo, Antoine Audo, the Bishop of Constantine in Algeria, Paul Desfarges, the Apostolic Vicar of Saudi Arabia, Paul Hinder) and a large group of Islamic scholars and Christian philosophers. For the Muslim side, too, the delegation – led by Prince Ghazi, the host – was of an international nature: other well known figures included the Grand Mufti of Egypt, Ali Guma'a, the Grand Mufti of Bosnia Mustafa Ceric, the Saudi sheikh Abdulla bin Bayyah, the Libyan intellectual Aref Ali al-Nayed and Professor Abdulaziz bin Uthaman Altwaijri, Director General of Isesco in Morocco.
The topic chosen for the second Muslim Catholic Forum, was “Reason, faith and the human person: Christian and Muslim perspectives”. A strictly philosophical theme, on which the declaration made at the end of the discussions was based. The brief text was split into five points, which affirmed that “God has given man reason in order to recognize the truth” and that he who is faithful to the Lord, has in his center a pure heart in which “faith, reason and compassion meet in the adoration of God and in love for his neighbor.” For this reason, “the dignity bestowed by God on human beings must be respected by all and protected by law” and the relationship among believers must be animated by “reciprocal compassion and respect.” While the dialogue between Christians and Muslims must continue as “a way to promote mutual understanding and to promote the common good of all humanity, especially its thirst for peace, justice and solidarity.”
These are high aims, which nevertheless address very concrete concerns in the Middle East today, shaken by the wind of the Arab spring, as the participants were also able to emphasize, in the encounter they had during discussions with the King of Jordan, Abdallah II. It is in this context that the words spoken by Prince Ghazi, referred to at the beginning of the article, are of particular interest. The words he used in relation to the question of places of Christian worship touched a raw nerve in some Muslim countries. Underlining the fact that the Site of Jesus' Baptism (where the Forum met in these past days) is “a holy place, developed, nourished and protected by Muslims for Christians,” the exact words used by the first of the letter's 138 signatories in his introductory greeting were: “perhaps our Christian colleagues are not aware of the fact that we Muslims have learned to behave in this way, from what we read in the Sunna about the prophet Muhammad, who invited the Christians of Najran to pray in his mosque before undertaking an interreligious dialogue with them.”
One might ask whether it is only their “Christian colleagues” who are not aware of this. And whether that precise reference to the Sunna – which for the Sunni Islamic world is the most important source after the Qur'an – was not perhaps addressed primarily to someone else. Because the historical precedent according to which the Prophet is supposed to have permitted some Christians to gather and pray inside a mosque, is unknown to the vast majority of Muslims. It must also be noted that the Christian community of Najran in Muhammad's time, was the most important Christian community in Arabia. And the mosque in which he invited them to pray, was the Medina Mosque. The historical episode in question, is therefore complex. It is true that immediately after the gesture recalled by Prince Ghazi, an agreement - the treaty of Najran - was signed. In this agreement, Muhammad said “the Christians are my citizens” and “their churches must be respected.” But it must also be recalled that it did not last long: since they had begun “resisting” the preaching of Islam by the time Caliph Omar rose to power, the Christians of Najran started to be expelled from the Arabian peninsula, in name of the holiness of Mecca and Medina.
The fact remains, however, that the recitation of Christian prayers in mosques – flanked by those to be said in five churches (Latin, Coptic, Armenian, Russian Orthodox and Anglican) currently under construction in Jordan, in the location where Jesus' Baptism took place, sounds like favouritism towards Christian places of worship, both in and outside Jordan. At this point, it would be very interesting to know what the Saudi wahhabites think.
© http://vaticaninsider.lastampa.it - november 29th 2011

Solo quattro minuti
È ripreso oggi, in Turchia, il processo per l’omicidio di mons. Luigi Padovese, avvenuto il 3 giugno del 2010 a Iskenderun. Sul banco degli imputati l’autista del vescovo, Murat Altun. La prima udienza, risale al 5 ottobre, e si concluse dopo 15 minuti con il rinvio al 30 novembre. In quell’occasione l’avvocato difensore aveva chiesto il trasferimento del suo assistito presso l’ospedale ad Adana per motivi di salute, richiesta respinta dal giudice.
Ancora un rinvio. “Oggi l’udienza è durata solo 4 minuti di orologio, quelli necessari per rinviarla a data da destinarsi, probabilmente a gennaio”. C’è “sconforto” nelle parole di John Farhad, che al SIR riferisce della seconda udienza del processo contro Murat Altun. “Il giudice – racconta Farhad, uno dei collaboratori più stretti dell’arcivescovo – si è rivolto all’imputato chiedendogli come stesse. ‘Non mi sento bene’ è stata la risposta. In pratica – aggiunge Farhad – la difesa contesta la perizia medica effettuata a Istanbul, richiesta dal procuratore, nella quale i medici, dieci, sono stati tutti concordi a definire Altun sano di mente. Risultato contestato dalla difesa che invece propende per la prima perizia, fatta ad Adana qualche giorno dopo l’omicidio, nella quale 4 medici su sette lo avevano dichiarato malato mentale. Va detto che la perizia di Istanbul è quella di grado più alto e definitiva, quindi la richiesta della Difesa è tesa solo a prendere tempo, ma non sappiamo con quale scopo”. “Nella seduta odierna – rivela Farhad - l’avvocato del Vicariato apostolico di Anatolia ha chiesto al giudice di poter riavere indietro gli oggetti personali di mons. Padovese, computer, cd ed altro ancora, sequestrati dagli inquirenti per effettuare le indagini. In settimana dovremmo avere una risposta”.
Nessuna vendetta. “La situazione è di stallo e temo che, alla fine, si concluderà con una lieve condanna. Temo questa conclusione. Ripeto: non vogliamo vendetta, tutt’altro, solo piena giustizia, anche perché sono circolate troppe voci ed insinuazioni sul conto di mons. Padovese”. È il primo commento del presidente della Conferenza episcopale turca (Cet), mons. Ruggero Franceschini, rilasciato al SIR al termine di questa seconda udienza. “Ci piacerebbe che tali chiacchiere fossero, una volta per tutte, smentite”, aggiunge il vescovo, che cita un libro, uscito solo una settimana fa in Turchia, “in cui si citano documenti della polizia ed esami autoptici che sgombrano il campo da ogni ambiguità”. Il testo (“Nefret”, Odio, del giornalista Ismail Saymaz, ndr.) che tratta degli attacchi alle minoranze religiose nel Paese e ricorda anche la strage di Malatya del 2007, e l’omicidio di don Andrea Santoro nel 2006, “serve a dire a tutti che i fatti non sono quelli che alcuni hanno insinuato sul conto di mons. Padovese”. “L’opinione generale in Turchia – dichiara il presidente della Cet - è in difesa di mons. Padovese, come credo lo sia anche quella del Governo. Nonostante ciò, potrebbe prendere il sopravvento chi potrebbe trarre vantaggio nel far condannare Altun per ‘futili motivi’, tanto per usare un’espressione elegante. Sono certo che il popolo si rifiuta di pensare a mons. Padovese come a una persona che ha mancato banalmente quando, invece, se ha mancato, lo ha fatto per eccesso di generosità, sostenendo tutti, compreso il suo omicida, del quale ha aiutato anche la famiglia facendo curare altri tre figli con operazioni al cuore e al cervello”. Al processo è presente, ma “senza possibilità di intervento” anche l’avvocato del Vicariato apostolico dell’ Anatolia, “insieme ad altre persone di nostra fiducia – dichiara il vescovo – e questo perché i familiari di mons. Padovese, gli unici che ne avevano la possibilità, hanno preferito non rilasciare la procura per la difesa del loro congiunto. Ma l’elemento di maggiore tristezza è ‘l’assenza’ dello Stato italiano, che avrebbe potuto intervenire al processo in quanto un suo cittadino è stato ucciso. E questo non è stato fatto! Purtroppo di ciò nessuno ha mai parlato e questo è davvero sorprendente”.
© www.agensir.it - 30 novembre 2011

Il Papa scrive al Patriarca Barolomeo I per Sant'Andrea
Una fede, testimoniata in modo concorde, che sia capace di unire un’umanità attraversata da gravi tensioni. È l’auspicio con il quale Benedetto XVI si rivolge al Patriarca ortodosso ecumenico, Bartolomeo I, nel suo Messaggio inviato oggi per la festa di Sant’Andrea Apostolo, venerato come fondatore e patrono della Chiesa di Costantinopoli. Come da tradizione, una delegazione vaticana ha partecipato oggi a Istanbul alle celebrazioni solenni, coincidenti quest’anno con il 20.mo anniversario dell’elezione di Bartolomeo I alla guida del Patriarcato. Il servizio di Alessandro De Carolis:
“Continuo ad avere ben vivo nel cuore il ricordo nel nostro ultimo incontro, quando ci siamo radunati insieme come pellegrini di pace nella città di Assisi, per riflettere sul profondo rapporto che unisce la sincera ricerca di Dio e della verità e quello della pace e della giustizia nel mondo”. Sono le parole introduttive di Benedetto XVI nel messaggio a Sua Santità Bartolomeo I per la solennità di Sant’Andrea. Un testo ricco di attestazioni di amicizia fraterna, ma anche di riflessioni di stretta attualità. “Le circostanze attuali, siano esse culturali, sociali, economiche, politiche o ecologiche pongono di fronte cattolici ed ortodossi esattamente alla stessa sfida” e cioè – rileva il Papa – quella di annunciare con forza rinnovata il Vangelo “in molte delle zone che, per prime, hanno ricevuto la luce e che oggi soffrono gli effetti di una secolarizzazione che impoverisce l'uomo nella sua dimensione più profonda”. E data “l’urgenza di questo compito”, soggiunge Benedetto XVI, “abbiamo il dovere di offrire a tutta l’umanità l’immagine di persone che hanno acquisito una maturità della fede capace di unire, nonostante le tensioni umane, attraverso la ricerca comune della verità, nella consapevolezza che il futuro dell'evangelizzazione dipende dalla testimonianza di unità data dalla Chiesa e dalla qualità della carità”.
Queste parole del Pontefice sono state lette al termine della Divina Liturgia presieduta da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale del Fanar. A leggerle – e a consegnarle al Patriarca ecumenico in un messaggio autografo del Papa – è stato il capo della delegazione vaticana presente alla cerimonia, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, il quale ha avuto un incontro con lo stesso Bartolomeo I oltre che conversazioni con la Commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica. La visita della delegazione vaticana è omologa di quella che ogni anno, il 29 giugno, una rappresentanza del Patriarcato ecumenico rende al Papa in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo. Inoltre, informa una nota ufficiale, il cardinale Koch ha incontrato i rappresentanti della comunità cattolica locale e si è intrattenuto su temi ecumenici con i religiosi e le religiose del posto. Quest’anno, poi, le celebrazioni al Fanar hanno avuto un carattere particolarmente festivo, poiché esattamente 20 anni fa il Patriarca ecumenico Bartolomeo I veniva eletto alla cattedra di Costantinopoli. “Mi dà grande conforto”, scrive in proposito il Papa nel Messaggio, constatare come “la Santità Vostra” abbia in questi 20 anni “sempre avuto a cuore la questione della testimonianza del Chiesa e della sua santità nel mondo contemporaneo”. “Le mie preghiere e quelle di tutti i fratelli e sorelle cattolici – scrive ancora Benedetto XVI – accompagnano le vostre nell’invocare da Dio (…) la pace nel mondo, la prosperità per la Chiesa e l'unità di tutti i credenti in Cristo”. E conclude: che il Signore “ci doni di progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.
© www.radiovaticana.org - 30 novembre 2011
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A SUA SANTITÀ BARTOLOMEO I, PATRIARCA ECUMENICO, PER LA FESTA DI S. ANDREA

An interview with Lebanese Prime Minister Najib Mikati
Lebanon’s Prime Minister Prime Minister Najib Mikati spoke with Vatican Radio ahead of his private audience with Pope Benedict XVI on Monday. He commented on the Lebanese desire to preserve Lebanon as this kind of model of coexistence between peoples. “We have to keep it forever,” he said. The Lebanese Premier expressed interest in discussing with Pope Benedict the current events in the region and the role that Christians can play there.
Addressing the concern that Christians have been emigrating from the Middle East due to conflict and economic hardship, Mr. Mikati said:
All the statistics are saying that maybe the other religions, they have relatively more immigration in the communities than the Christians but this doesn’t mean it’s a healthy signal, even if it’s other than Christians. But we care to preserve and to keep the Christians. It is their land (too)…I believe myself the key issue here, the key issue, is peace in the Middle East. This is very important. We have to find a way how we can live in the peace time with Israel where …we will not be under any threat anymore, neither Christians or Muslims. For this reason, we have all together to work for peace and we have to preserve our community from further (immigration to the West).
Regarding the situation in Syria and possible repercussions in his country, the Lebanese Prime Minister said:
What is happening in Syria, definitely has a direct effect on Lebanon. For this reason, what I am trying to do myself as Prime Minister of Lebanon, is to shy away from anything going on in Syria as much as I can. I am trying really to isolate Lebanon from this issue. Our position at the Security Council was to disassociate ourselves from anything related to Syria. We are following this (line of action) in the Arab League. And I will tell you frankly yes, we will think about it. We are worried, but I am sure (of) and I am betting on the wisdom of the Lebanese to try to avoid any consequences on the Lebanese scene.
Mr. Mikati has come to Rome at a delicate time for his government. The Prime Minister has said he would resign if the Cabinet fails to approve funding of the Special Tribunal for Lebanon investigating the 2005 murder of the former Premier, Rafic Hariri. But several big Cabinet players vigorously oppose funding. That vote is expected November 30th, just days after Mr. Mikati returns to Beirut from Rome.
“My objective,” Prime Minister Mikati told Vatican Radio’s Tracey McClure, “is to obtain justice and that Lebanon will not be selective in choosing the international resolution. The international resolution should be completely honoured. We have few resolutions related to Lebanon and we respect all resolutions and we have to keep respecting this. This will be to the interest and benefit of Lebanon.”
© www.radiovaticana.org - november 27th 2011

فرنسا: نجاح الفوروم الإسلامي-المسيحي الأول
الحوار هو "ضرورة"
بقلم أنيتا بوردان
روما، الثلاثاء 29 نوفمبر 2011 (ZENIT.org). – لاقى الفوروم الإسلامي المسيحي الأول الذي نظم في فرنسا نجاحًا باهرًا عبّر عنه البيان المشترك الذي أصدره عز الدين غاسي، إمام جامع أوتمان في منطقة الرون، وفينسان فيرولدي، الممثل الأسقفي للعلاقات مع الأديان لأبرشية ليون.
عقد هذا الفوروم في 26 و 27 من الشهر الجاري في ليون وضم نحو 50 ممثلاً عن الدينين المسيحي والإسلامي من مختلف أنحاء فرنسا.
وشدد الأطراف على أن الحوار "في مجتمع متعدد الثقافات مثل المجتمع الفرنسي، ليس خيارًا بل هو ضرورة".
وأشار البيان إلى أن اللقاء قد تميز بـ "مناخ أخوي حر، واثق وصادق". وعالج المشاركون مواضيع مختلفة ذات أهمية خاصة بالنسبة لليوم منها الزواج، كابيلات الثكنات العسكرية، السجون، العلمانية، موقع الواقع الروحي في المجتمع...".
وأدرك المشاركون أهمية التعاون سوية، مسيحيين ومسلمين "في المواقع المشتركة حيث يتشارك الدينان القيم ومعنى حياة الكائن البشري".
ونظرًا للنتيجة الإيجابية للقاء، قرر الطرفان الاجتماع مرة ثانية في فوروم آخر في عام 2012
©
www.zenit.org - november 29th 2011

Lussemburgo: chiuso l'incontro del Consiglio d'Europa su religioni, dialogo e culture
Prosegue la conferenza sulla “dimensione religiosa del dialogo interculturale” voluta dal Consiglio d'Europa, che ha riunito ieri e oggi a Lussemburgo esponenti di diverse religioni insieme con esperti di scambi culturali e rappresentanti di media. La nostra inviata, Fausta Speranza, ha parlato con padre Laurent Mazas, delegato del Pontificio Consiglio per la Cultura alla cConferenza, circa il cammino che ha portato a una consapevolezza nuova dell'importanza delle religioni per il dialogo:
R. – Sì, questo è un lungo processo. Mi ricordo quando ho cominciato ad andare al Consiglio d’Europa, al Comitato del Direttivo della cultura, per la Santa Sede, e si parlava dell’urgenza del dialogo interculturale, interreligioso, della pace a rischio e così via. Dopo, abbiamo seguito un cammino per far capire che i religiosi possono nella società dialogare tra di loro, proprio per aiutare la società stessa a essere più giusta, nella pace e nella fratellanza. Un lungo processo, dunque, e adesso questo tipo di tavola rotonda manifesta la presa di coscienza che la religione non è una cosa a parte nella società, ma aiuta a sviluppare la coscienza del diritto, dei diritti umani e così via.
D. – In particolare, in questo momento, il dicastero per la cultura è impegnato con il cardinale Gianfranco Ravasi nel Cortile dei Gentili. Come si può inserire o, comunque, come possiamo riflettere su questa esperienza, alla luce della dimensione religiosa del dialogo interculturale?
R. – Noi vogliamo nel Cortile dei Gentili – contrariamente per esempio a quello che succede nei Paesi laici come la Francia, dove ognuno tace le sue convinzioni – che l’ateo sia veramente un ateo quando discute con un credente, che deve invece esserlo molto, e che il confronto fra questi due discorsi sia concepito in modo che tutti si incontrino, si prendano per la mano per affrontare le grandi sfide di oggi.
D. – C’è stato un momento in cui, in Europa, abbiamo sentito parlare molto di questo sforzo alla neutralità, sembrava anzi si potesse parlare solo mettendo da parte le questioni religiose. Invece, se non si ha identità, non si può parlare davvero con l’altro. Questo sta maturando anche nella coscienza generale?
R. – Sicuramente, oggi c’è la presa di coscienza che quando si incontra l’altro, si scopre l’altro nella sua ricchezza e se non siamo capaci di riconoscere una ricchezza non c’è un incontro con l’altro. Se noi cerchiamo soltanto il simile nell’altro, questo non fa crescere la pace.
D. – Uno slogan del Consiglio d’Europa è "Vivere insieme nella diversità“. Dal punto di vista della Chiesa cattolica, come proporremmo questo slogan?
R. – Nella creazione ci sono Adamo ed Eva: fin dall’inizio, quindi, esiste la diversità. Poi, subentra l’amore, che è capace di unire la gente nella diversità.
D. – E’ questo dunque, l'amore, il di più che la religione cattolica porta in questo discorso di vivere insieme nella diversità?
R. – L’amore e, profondamente, la questione del rispetto. Per esempio in questa tavola rotonda si parla del lavoro dei media ed è vero che si parla sempre della libertà di espressione. Se non c’è il rispetto dell’altro, dove andiamo? Si pensa non possa essere una cosa assoluta, invece lo è, perchè nell’altro c’è qualcosa che ci supera, una dimensione trascendente. Qualcuno qui ha parlato della presa di coscienza della responsabilità del giornalista. (ap)
© www.radiovaticana.org - 29 novembre 2011

His Holiness Patriarch Kirill begins his visit to Armenia
On 28 November 2011, His Holiness Patriarch Kirill of Moscow and All Russia arrived in Yerevan. He is accompanied by Metropolitan Hilarion of Volokolamsk, chairman of the Moscow Patriarchate’s Department for External Church Relations; Bishop Sergiy of Solnechnogorsk, head of the Moscow Patriarchate’s Administrative Secretariat; archpriest Vsevolod Chaplin, chairman of the Synodal Department for Church-Society Relations; Mr. Vladimir Legoida, chairman of the Synodal Information Department; and Mr. M. Kuksov, acting head of the Patriarch’s personal secretariat.
Meeting the Primate of the Russian Orthodox Church at “Zvartnots’ airport were His Holiness Garegin II, Supreme Patriarch and Catholicos of All Armenians; Bishop Arshak Khachatrian, Chancellor of the Mother See of Etchamiadzin; Patriarchal Vicar Archbishop Navasard Kchoian of the Ararat Diocese; Bishop Ezras Nersisian of the Novo-Nakhichevan and Russian Diocese of the Armenian Apostolic Church; Mr. Shavarsh Kocharian, Deputy Minister of Foreign Affairs of the Republic of Armenia; and Mr. Vyacheslav Kovalenko, Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary of the Russian Federation to the Republic of Armenia.
During his stay in Armenia, His Holiness Patriarch Kirill of Moscow and All Russia will take part in the meeting of the Presidium of the Interreligious Council of the Commonwealth of Independent States. The programme of the Patriarch’s visit also includes his participation in the trilateral meeting of religious leaders of Russia and Transcaucasia and visit to the Church of the Intercession and the Church of the Exaltation of the Cross under construction in Yerevan.
© http://www.mospat.ru/en/ - november 28th 2011

رئيس الوزراء اللبناني: جزء أساسي من زيارتي للفاتيكان هو توجيه دعوة للبابا لزيارة لبنان في أقرب وقت
يقوم رئيس الوزراء اللبناني نجيب ميقاتي بزيارة رسمية للفاتيكان يلتقي خلالها يوم غد الاثنين قداسة البابا بندكتس السادس عشر. وقد تنسى لنا لقاء الضيف اللبناني وأجرينا معه الحديث التالي
© www.radiovaticana.org - november 27th 2011

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a cura di P. Stefano Caprio
Vd anche la sezione dedicata alla liturgia curata dal
Prof. Stefano Parenti
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