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Ground Zero, una ferita profonda dieci anni
NEW YORK, 12. Il cuore di un'America commossa batteva forte, ieri, a Ground Zero, a dieci anni dagli attacchi terroristici dell'11 settembre, che provocarono circa tremila vittime. Nell'occasione, il messaggio che il presidente Barack Obama ha voluto lanciare ai connazionali, e al mondo intero, è stato chiaro: gli Stati Uniti non hanno più paura. E, al riguardo, ha citato un passo dal Salmo 46: "Dio è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce. Perciò non temiamo se trema la terra".
Il messaggio di speranza da consegnare alla Nazione è stato poi rilanciato dal capo della Casa Bianca nel discorso ufficiale pronunciato, ieri sera, al Kennedy Center di Washington. "Dopo la notte del pianto spunta l'alba del giorno" ha dichiarato Obama, il quale si è recato anche al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania, per rendere omaggio alle vittime.
Alla commemorazione, a New York, era presente, tra gli altri, l'ex presidente George W. Bush, che ha citato una lettera di Abramo Lincoln a una donna che durante la guerra civile perse cinque figli. Obama e Bush hanno inaugurato il Memorial Pool dell'11 settembre, dove sono incisi i nomi delle 2983 persone che quel giorno persero la vita. In un composto e dignitoso silenzio la folla dei parenti delle vittime ha seguito la cerimonia: ognuno aveva appuntato sugli abiti un piccolo fiocco celeste, ognuno teneva strette al petto le foto dei propri cari. Prima di cominciare la lettura dei nomi delle vittime, il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha citato Shakesperare per invitare una città tragicamente colpita dieci anni fa a "non misurare il dolore con la gravità di ciò che è accaduto, perché altrimenti la sofferenza non avrà mai fine". Poi, dopo l'inno statunitense e dopo aver dispiegato la bandiera a stelle e strisce, strappata e in gran parte bruciata - recuperata tra le rovine delle Torri Gemelle - i parenti hanno cominciato a leggere i nomi delle vittime. Non solo gli Stati Uniti si sono stretti nel ricordo: anche in altre parti del mondo, con messe di suffragio e osservando un minuto di silenzio, è stata fatta memoria di quel tragico giorno.
Nello stesso momento in cui il ricordo degli avvenimenti dell'11 settembre è valso a ribadire l'impegno nella lotta contro il terrorismo, si è registrato l'ennesimo attacco dei talebani in Afghanistan, i quali, nel rivendicare l'attentato, hanno dichiarato che la guerra all'Occidente non avrà tregua: un camion bomba, deflagrato in una base dell'Isaf, situata nella provincia centrale di Midan Wardak, ha provocato cinque morti e oltre cento feriti. Un'altra azione compiuta dai miliziani per destabilizzare un territorio già da tempo segnato dalle continue, sanguinose violenze. Dunque, nel giorno in cui gli Stati Uniti hanno suggellato l'impegno a far nascere, dalla macerie di Ground Zero, una nuova alba, la lunga sfida lanciata dai talebani ha conosciuto un nuovo capitolo: e la guerra al terrorismo, anche nella memoria di chi ne è stato vittima, continua.
(©L'Osservatore Romano 12-13 settembre 2011)
Il legame essenziale tra religione e pace
"La religione, che è incentrata sull'incontro dell'uomo con il mistero divino, è legata in modo essenziale alla questione della pace". È quanto ricorda Benedetto XVI in un messaggio indirizzato al cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, Reinhard Marx, in occasione dell'incontro internazionale di preghiera per la pace che dall'11 al 13 settembre si tiene a Monaco di Baviera su iniziativa della Comunità di Sant'Egidio. Ne pubblichiamo il testo in una nostra traduzione.
Al mio venerabile fratello
Reinhard Cardinale Marx
Arcivescovo di Monaco e FrisingaTra poche settimane cadrà l'anniversario dei venticinque anni dall'invito rivolto dal beato Giovanni Paolo II ai rappresentanti delle diverse religioni del mondo a riunirsi ad Assisi per un incontro internazionale di preghiera per la pace. A partire da quel memorabile evento, anno dopo anno, la Comunità di Sant'Egidio realizza un incontro per la pace, per approfondire lo spirito di pace e di riconciliazione e affinché Dio, nella preghiera, ci trasformi in uomini di pace. Sono lieto che l'incontro di quest'anno si svolga a Monaco, città di cui sono stato Vescovo, alla vigilia del mio viaggio in Germania e in preparazione alla cerimonia di commemorazione del venticinquesimo anniversario della preghiera mondiale per la pace di Assisi, che avrà luogo nel prossimo mese di ottobre. Volentieri assicuro agli organizzatori e ai partecipanti dell'incontro di Monaco la mia vicinanza spirituale e rivolgo loro di cuore tutti i miei voti perché sia benedetto.
Il titolo dell'incontro per la pace "Bound to live together"/ "Convivere - il nostro destino" ci ricorda che noi esseri umani siamo legati gli uni agli altri. Questo vivere insieme è in fondo una semplice predisposizione, che deriva direttamente dalla nostra condizione umana. È dunque nostro compito darle un contenuto positivo. Il vivere insieme può trasformarsi in un vivere gli uni contro gli altri, può diventare un inferno, se non impariamo ad accoglierci gli uni gli altri, se ognuno non vuole essere altro che se stesso. Ma aprirsi agli altri, offrirsi agli altri può essere anche un dono. Così tutto dipende dall'intendere la predisposizione a vivere insieme come impegno e come dono, dal trovare la vera via del convivere. Tale vivere insieme, che un tempo poteva rimanere confinato ad una regione, oggi non può che essere vissuto a livello universale. Il soggetto del convivere è oggi l'umanità tutta intera. Incontri come quello che ebbe luogo ad Assisi e quello che si tiene oggi a Monaco sono occasioni nelle quali le religioni possono interrogare se stesse e chiedersi come diventare forze del convivere.
Quando ci riuniamo tra cristiani, ricordiamo che per la fede biblica Dio è il creatore di tutti gli uomini, sì, Dio desidera che noi formiamo un'unica famiglia, in cui tutti siamo fratelli e sorelle. Ricordiamo che Cristo ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (Ef 2, 16 ss). Dobbiamo apprenderlo continuamente. Il senso fondamentale di tali incontri è che noi dobbiamo rivolgerci ai vicini e ai lontani nello stesso spirito di pace che Cristo ci ha mostrato. Dobbiamo imparare a vivere non gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri, ovvero dobbiamo imparare ad aprire il cuore agli altri, a permettere che i nostri simili condividano le nostre gioie, speranze e preoccupazion. Il cuore è il luogo in cui il Signore ci si fa vicino. Per questo, la religione, che è incentrata sull'incontro dell'uomo con il mistero divino, è legata in modo essenziale alla questione della pace. Se la religione fallisce l'incontro con Dio, se abbassa Dio al nostro livello invece di elevare noi verso di Lui, se Lo rende, in un certo senso, una nostra proprietà, allora in tal modo può contribuire alla dissoluzione della pace. Se essa invece conduce al divino, al creatore e redentore di tutti gli uomini, allora diventa una forza di pace. Sappiamo che anche nel cristianesimo ci sono state distorsioni pratiche dell'immagine di Dio, che hanno portato alla distruzione della pace. A maggior ragione siamo tutti chiamati a lasciare che il Dio divino ci purifichi, per diventare uomini di pace. Non dobbiamo mai venire meno ai nostri comuni sforzi per la pace. Per questo le molteplici iniziative in tutto il mondo, come l'incontro annuale di preghiera per la pace della Comunità di Sant'Egidio, e altre simili, hanno un così grande valore. Il campo in cui deve prosperare il frutto della pace deve sempre essere coltivato. Spesso non possiamo fare altro che preparare incessantemente e con tanti piccoli passi il terreno per la pace in noi e intorno a noi, anche pensando alle grandi sfide con cui si confronta non il singolo, ma l'intera umanità, come le migrazioni, la globalizzazione, le crisi economiche e la tutela del creato. Infine, sappiamo però che la pace non può semplicemente essere "fatta", ma che sempre è anche "donata". "La pace è un dono di Dio e al tempo stesso un progetto da realizzare, mai totalmente compiuto" (Messaggio per la giornata mondiale della pace 2011, 15). Proprio per questo è necessaria la testimonianza comune di tutti coloro che cercano Dio con cuore puro, per realizzare sempre più l'idea di una convivenza pacifica tra tutti gli uomini. Dal primo incontro di Assisi, 25 anni fa, si sono svolte e si svolgono molte iniziative per la riconciliazione e per la pace, che riempiono di speranza. Purtroppo, però, ci sono state anche molte occasioni perdute, molti passi indietro. Terribili atti di violenza e terrorismo hanno ripetutamente soffocato la speranza della convivenza pacifica della famiglia umana agli albori del terzo millennio, vecchi conflitti covano sotto la cenere o scoppiano nuovamente e ad essi si aggiungono nuovi scontri e nuovi problemi. Tutto ciò ci mostra chiaramente che la pace è un mandato permanente a noi affidato e contemporaneamente un dono da invocare. In tal senso, che l'incontro per la pace di Monaco e i colloqui che vi avranno luogo possano contribuire a promuovere la reciproca comprensione e il convivere, preparando così alla pace una via sempre nuova nel nostro tempo! Per questo invoco su tutti i partecipanti all'incontro per la pace di quest'anno a Monaco la benedizione di Dio onnipotente.
Da Castel Gandolfo, 1° settembre 2011
(©L'Osservatore Romano 12-13 settembre 2011)
Nella nuova Libia c’è un vecchio amico del Vaticano
Alessandro Speciale
C'e' un vecchio amico del Vaticano tra gli uomini chiave della nuova Libia, quelli chiamati a ricostruire il Paese dopo la fine del regime di Muammar Gheddafi. Si chiama Aref Ali Nayed ed e' stato uno degli autori e ideatori della “Lettera dei 138”.
Il testo, firmato da alcuni trai principali leader religiosi e intellettuali musulmani, diede una svolta al dialogo dei cristiani (e non solo) con l’Islam dopo la crisi seguita alle interpretazioni del famoso discorso di papa Benedetto XVI a Ratisbona, nel 2006.
Nayed è stato nominato dal Consiglio Nazionale di Transizione – ormai riconosciuto dai principali governi del mondo come il legittimo rappresentante della Libia – ambasciatore ad Abu Dhabi e da lí guida il team incaricato di progettare la stabilizzazione e ricostruzione del Paese dopo la guerra civile degli ultimi mesi.
Negli ultimi anni, Nayed – manager delle società di informatica di famiglia, con alle spalle studi di ingegneria, filosofia della scienza e ermeneutica e un passato anche di docente presso il Pisai, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica – e' stato spesso in Vaticano per gli incontri interreligiosi seguiti alla “Lettera dei 138”.
E' stato tra i protagonisti della nascita del Forum cattolico-musulmano che si è riunito per la prima volta a Roma nel novembre del 2008, pubblicando un documento comune forte all'insegna della libertà religiosa e della dignità della donna. Il Forum doveva riunirsi nuovamente due anni dopo ma l'appuntamento e' stato ritardato di un anno e si terrà nel novembre prossimo in Giordania.
“Ha una religiosità molto intensa, quasi mistica”, racconta il gesuita Christian W. Troll, che ha avuto modo di incontrarlo più volte in quelle occasioni. “Colpiva come un uomo non solo di grande fede , ma dalle convinzioni profonde”. Troll sottolinea però che in quegli incontri non si erano mai affrontate questioni politiche.
Nayed porta la sua esperienza religiosa nel suo nuovo incarico. Intervistato dalla Reuters durante la recente conferenza degli 'amici della Libia', a Parigi, ha sottolineato che “non si puó ricostruire un Paese senza la riconciliazione e il perdono”, un messaggio ripetuto costantemente dalla leadership del Cnt.
Questo non significa passare una spugna sui 42 anni di Gheddafi: la riconciliazione non può “essere a buon mercato”. Nè si può trascurare la comprensibile rabbia della gente: di qui l'invito a focalizzare questa rabbia sul Colonnello e sui suoi più' stretti collaboratori, piuttosto che sull'intero apparato del regime.
In questi mesi, la Santa Sede ha seguito con prudenza le vicende della ribellione contro Gheddafi. Il suo uomo a Tripoli, il vicario apostolico della capitale libica, il francescano Giovanni Innocenzo Martinelli non ha mai nascosto i suoi sospetti verso gli insorti della Cirenaica e la sua contrarietà all'intervento internazionale per difenderli. Il papa e il Vaticano, dopo qualche tentennamento, hanno seguito il suo input, invocando a più riprese la fine delle ostilitá e la riconciliazione.
Più in generale, di fronte ai movimenti della 'primavera araba', la leadership della Chiesa ha alternato simpatia e condivisione per le richieste di democrazia e trasparenza al timore di veder gli islamisti al potere al posto dei dittatori, con un drastico peggioramento delle condizioni delle gia' fragili comunità' cristiane del Medio Oriente. In alcuni casi, come quello siriano, parti della gerarchia cattolica hanno apertamente appoggiato il governo incarico contro le proteste popolari.
Eppure, il ruolo prominente di un uomo ben noto in Vaticano come Nayed in quella che finora è stata la più cruenta e controversa delle rivoluzioni arabe potrebbe calmare alcune di questi preoccupazioni.
Anche di fronte alla nomina del teologo, l'atteggiamento della Segreteria di Stato rimane improntato alla massima prudenza. Il dialogo con l'islam, d'altra parte, sta attraversando una momento “molto delicato”, si sottolinea. Lo scorso inverno il più' prestigioso centro di ricerca dell'islam sunnita, l'università' di Al Azhar al Cairo, ha sospeso il dialogo con il Vaticano dopo un discorso di papa Ratinzger interpretato come un'ingerenza.
Recentemente, Nayed ha fondato a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, Kalam Research & Media un think-tank islamico che vuole lavorare per il rinnovamento del pensiero musulmano e la costruzione della pace attraverso il dialogo interreligioso.
Uno dei principali sponsor della “Lettera”, il principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal, sarà ad Assisi il prossimo 27 ottobre per l'incontro di preghiera per la pace voluto da papa Benedetto XVI. Accanto a lui, potrebbe esserci anche un ambasciatore della nuova Libia del dopo-Gheddafi.
© http://vaticaninsider.lastampa.it/ - 9 settembre 2011
11 SEPTEMBER: ST.EGIDIO. CARD. POUPARD, ARAB SPRING “A PLACE ALSO FOR CHRISTIANS”
(From our correspondents in Munich, Bavaria) – The so-called Arab Spring “fills us with joy. We were impressed to see that the peoples have mobilised, despite the apparent freezing. This fact gives us hope”, Card. Paul Poupard, president Emeritus of the Pontifical Council for Culture, told SIR, on the margins of the meeting “Arab Spring” which took place in the framework of the interreligious meeting “Bound to live together” organised by the Sant’Egidio Community in Munich, Bavaria, Germany. “It is called ‘Arab’ – the cardinal explained – but this does not mean that everything is alright. In fact, there are different components and we call on them to know their orientations. We as Christians cannot but pray that all components may behave as hoped for since the beginning of this spring, with a true sense of respect for all, and that Christians too, like all others, may find a place”.
© www.agensir.it - sept 12th 2011
11 SETTEMBRE: S.EGIDIO. CARD. POUPARD, PRIMAVERA ARABA “POSTO ANCHE PER I CRISTIANI”
(Monaco di Baviera, dai nostri inviati) - La cosiddetta Primavera araba “ci riempie di gioia. Siamo rimasti colpiti nel vedere che, nonostante l’apparente ghiacciazione, i popoli si sono messi in movimento. Un fatto, questo, che ci dona speranza”. Lo ha dichiarato al SIR il card. Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la cultura, a margine dell’incontro sulla “Primavera araba” in programma al meeting interreligioso, “Bound to live together. Religioni e culture in dialogo”, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e in corso a Monaco di Baviera. “Viene definita araba – ha avvertito il cardinale – ma ciò non vuol dire che tutto vada bene. Ci sono, infatti, diverse componenti alle quali si chiede di conoscere i propri orientamenti. Noi, come cristiani, non possiamo che pregare affinché tutte le componenti si comportino come si è sperato dall’inizio di questa primavera con vero senso di rispetto per tutti e che anche i cristiani, come gli altri, possano trovare posto”.
© www.agensir.it - 10 settembre 2011
TURKEY: I.HALEVE (CHIEF RABBI), “A FURTHER STEP” TOWARDS THE EU
(From our correspondents in Munich) “A further step towards Europe”: Isak Haleve, Chief Rabbi of Turkey, described in these terms in an interview with SIR the law announced by the Turkish Prime Minister Tayyip Erdogan and published on the Official Journal on 27 August, about the return of the properties confiscated from religious Foundations by the Turkish Government after 1936. This law, however, only applies to minority communities (Greek, Armenian, Jewish) that have their properties registered in the name of Foundations. Such communities – of Turkish nationality – have a legal status through their Foundations.
© www.agensir.it - sept 10th 2011
Il Congresso Eucaristico coniuga famiglia ed ecumenismo
Simone Baroncia - © www.korazym.org - 10 settembre 2011
Il Convegno Eucaristico Nazionale, in attesa dell’arrivo di papa Benedetto XVI, ha meditato nella penultima giornata sul mistero di Emmaus, mettendosi in cammino accompagnato da Gesù eucaristico. La Chiesa ha intrapreso questo cammino insieme ad ebrei e ortodossi, mentre le famiglie hanno fatto alcuni chilometri a piedi per testimoniare, con la fatica del sole battente, la gioia di vivere l’Eucarestia. Il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ha sottolineato: “Il Congresso eucaristico è la gente che si raccoglie attorno a Gesù Eucaristia, cuore della comunità cristiana, per dirgli grazie e fare festa. Queste famiglie testimoniano che il Vangelo del matrimonio è assolutamente bello, possibile e necessario per l'umanità”.
L’arcivescovo emerito di Palermo, mons. Salvatore De Giorgi, meditando sul passo evangelico dei discepoli di Emmaus, ha sottolineato la sfiducia dei discepoli in quello che Gesù aveva loro detto, con la conseguente scelta di abbandonare Gerusalemme: “Ma il risorto non può tollerare che la sfiducia abbia il sopravvento su quanti lo hanno conosciuto e seguito. Prende, come sempre, l’iniziativa per primo. Va alla ricerca dei delusi. Si avvicina a loro. Si mette sul loro cammino come un compagno di viaggio. Ha compassione del loro volto triste. Si interessa alla loro discussione. Si coinvolge nei loro problemi. La fede dei due però è così spenta che i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo. Lo ritengono addirittura un forestiero, ignaro degli eventi. Di tanto è capace il pregiudizio. A dissiparlo ci pensa Lui, il Risorto, con la pedagogia del cammino: ossia del dialogo e dell’attesa…".
Dalla ‘tiepidezza’ di molti cattolici ad accogliere l’Eucaristia, secondo mons. De Giorgi deriva la crisi della famiglia: “Di conseguenza non c’è amaramente di meravigliarsi se oggi la famiglia, che dovrebbe essere al centro di tutta l’azione politica come di ogni manovra finanziaria a concreto servizio dell’uomo, di fatto venga relegata agli ultimi posti, trascurata, se non dimenticata, a danno di tutta la società e in particolare delle nuove generazioni. L’Eucarestia, per il suo intimo e speciale rapporto con la famiglia, che da essa nasce e di essa si nutre, costituisce la luce e la forza per rispondere a queste sfide, senza soccombervi, come purtroppo accade per non poche famiglie cristiane, oggi al centro di più intensa preghiera… L’Eucarestia è il massimo segno dell’amore divino, dell’agape, che è amore di donazione, fedele, misericordioso, creatore di vita e fonte di educazione e di redenzione”.
Mentre il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, mons. Ennio Antonelli, ha letto prima il telegramma del segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, che ha inviato un saluto alle famiglie che hanno partecipato al pellegrinaggio organizzato dal Rinnovamento nello Spirito Santo; poi ha ribadito: “Quanto all’Eucarestia, essa è la più grande presenza di Cristo; è la ripresentazione del suo sacrificio pasquale. In ogni celebrazione, nel segno del pane, dato a mangiare, e del vino, dato a bere, il Signore Gesù rende presente e in qualche modo visibile il dono totale di sé, fatto sulla croce una volta per sempre...
Quanto alla famiglia cristiana, nella misura in cui essa si alimenta con la Parola e con l’Eucarestia, diventa, secondo la bella espressione di Giovanni Paolo II, ‘piccola chiesa missionaria’, esperienza concreta di comunione e di missione. Sappiamo infatti che con il sacramento il Signore Gesù perfeziona l’amore coniugale perché possa diventare segno della nuova ed eterna alleanza di Dio con gli uomini e possa rappresentare, cioè riprodurre e manifestare, il rapporto di Cristo stesso con la Chiesa”.
Nel pomeriggio circa 30.000 famiglie hanno partecipato al pellegrinaggio sotto un sole abbastanza inclemente, proposto dal Rinnovamento nello Spirito Santo, conclusosi in una festa con le testimonianze di molte ‘famiglie numerose’, che hanno ribadito che i figli servono per far progredire l’Italia: “E’ una questione fondamentale, hanno detto Anna e Mario provenienti da Roma con quattro figli, perché senza i figli l’Italia sta diventando un Paese per vecchi. I figli sono una risorsa ed i governi lo debbono capire. Ormai sono molti anni che in Italia non c’è una politica attenta alla famiglia”. Una mamma di Cattolica, Silvia, ha affermato: “Per noi questo pellegrinaggio è un’occasione anche per incontrare nuove famiglie e formare una comunione allargata con la Chiesa. È una gioia immensa ritrovarsi qui con persone provenienti da tutt’Italia, perché sembra di conoscersi da sempre grazie alla condivisione dello stesso pane spezzato”.Poi prima dell’avvio dell’happening con la diretta televisiva, l’arcivescovo di Ancona, mons. Edoardo Menichelli, ha guidato un momento di preghiera con l’ ‘affidamento a Maria’ delle famiglie e dei bambini, seguito dal lancio di migliaia di palloncini ai quali erano legate le intenzioni di preghiera.
In questa giornata il Congresso Eucaristico ha allargato i suoi confini nazionali ed ha ascoltato la testimonianza dei cristiani in Terra Santa attraverso le parole del custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: “La prima testimonianza che i cristiani in Terra Santa sono chiamati a dare è quella dell’Eucaristia. L’unica cosa che non possiamo permetterci è di tralasciare l’Eucaristia, che non è solo una celebrazione, ma anche uno stile di vita. Siamo chiamati a testimoniare il perdono, la riconciliazione, la consegna, la solidarietà all’umanità. Noi cristiani di Terra Santa siamo una realtà ferita. La divisione è una ferita molto aperta, in qualche modo è una ‘contro testimonianza’: è molto difficile testimoniare l’Eucaristia, l’unità, lavarsi i piedi l’uno con l’altro quando si è divisi”.
Pizzaballa ha concluso affermando che “potremmo anche lasciare tante attività, ma ciò che come cristiani di Terra Santa non possiamo lasciare è la testimonianza dell’Eucaristia: in Terra Santa noi cristiani siamo feriti, perché ci sono le divisioni storiche. Siamo e restiamo lì a fare eucaristia, a dare una testimonianza”. Anche Agostino Borromeo, appartenente all’Ordine equestre, ha presentato gli sforzi caritativi assunti da questo Ordine verso la Terra Santa: il mantenimento di scuole alle spese del seminario di Betjalla, il sostegno alla vita del patriarcato e ad attività pastorali. Tra gli impegni straordinari, il contributo all’Università cattolica di Betlemme (fondata da Paolo VI), dove due terzi degli studenti sono musulmani e la metà sono donne: “Da lì sta uscendo tutta l’intellighentia palestinese che sarà istruita a tolleranza e pace. La Terra Santa non deve tramutarsi in un museo; le ‘pietre vive’ di quei luoghi sono i discendenti dei primi cristiani”.
Inoltre questa giornata ha offerto anche un importante momento ecumenico, perché il ‘banchetto’ eucaristico deve essere una mensa a cui tutti i ‘fratelli’ possano partecipare e risanare le ferite. Infatti l’arcivescovo di Ancona, mons. Edoardo Menichelli, visitando la sinagoga di Ancona, dove era riunita la comunità ebraica dorica, che ha una storia di mille anni, per un incontro in cui erano presenti il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, il card. Giovanni Battista Re, legato pontificio per il Cen, oltre che rappresentanti delle Chiese ortodosse ed evangeliche, ha affermato che ‘non si può vivere senza Dio’: tale messaggio deve essere lanciato insieme da cristiani ed ebrei.
La comunità ebraica è radicata ad Ancona da più di mille anni e c’è sempre stata una convivenza pacifica tra i due popoli, che nei momenti più difficili della città hanno collaborato insieme per il bene della città: “l’amicizia ebraico-cristiana ha avuto un grande sviluppo e questo è un incontro che abbiamo molto voluto desiderato, appena saputo che avremmo ospitato il Congresso eucaristico”. Ugualmente il rabbino capo di Ancona, Giuseppe Laras, che è anche presidente dell’assemblea dei rabbini d’Italia, ha sottolineato che “tra ebrei e cristiani i rapporti nella storia non sono sempre stati facili, ma è passato il tempo e la Shoah ci ha insegnato una lezione fondamentale, mai più... Oggi tra i discendenti di Abramo devono scorrere sentimenti di vita di amore, di bontà, di accoglienza ed il compito che ci attende è di impegnarsi nelle opere oneste e nella giustizia e testimoniare l’importanza dell’aspetto spirituale, indispensabile per una società più sana, altruista e più giusta”.
Infatti durante l’incontro ecumenico, svoltosi nell’ultima giornata del Congresso Eucaristico, a testimonianza del gesto compiuto ad Assisi da papa Giovanni Paolo II ed in attesa dell’ugual gesto che compirà il 25 ottobre papa Benedetto XVI, il presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, mons. Mansueto Bianchi, ha ricordato che nella città secolare l’eucaristia è un ‘alfabeto’: nella città in cui ‘cristiani, non cristiani, credenti e non, convivono e collaborano’, questa ‘grammatica’ è utile per “sillabare il senso e la qualità della città che noi siamo, che noi costruiamo, e per decodificare il codice complesso dei valori o della loro parodia”. Di fronte al rischio di una chiusura all’altro della città, il cristiano deve testimoniare lo ‘stile della commensalità’,in quanto il banchetto eucaristico chiama il cristiano ad essere ‘ponte’ e non ‘muro’.
E cresce l'attesa per la messa conclusiva del Congresso Eucaristico, a cui parteciperanno anche le suore di clausura del monastero di Urbino, delle Clarisse e Benedettine di Fermo, delle Benedettine del monastero di S. Onofrio di Ascoli e di San Marco di Offida, grazie ad una speciale dispensa da parte dello stesso pontefice Benedetto XVI. Alla messa conclusiva del Congresso Eucaristico parteciperanno anche i quasi settanta giovani partecipanti alla decima edizione dell’ ‘Agorà del Mediterraneo’, in svolgimento a Loreto, che provengono da 25 diversi Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche dall’Europa centrale e da Pakistan e Filippine ed hanno animato anche qualche giornata dello ‘Spazio Giovani’ del CEN.
Don Francesco Pierpaoli, responsabile del Centro Giovanni Paolo II di Loreto, ha detto loro di tessere “la pace con il filo d’oro della giustizia, della libertà e del perdono nella quotidianità, dentro la storia… Questo non è solo il decimo anniversario dell’Agorà ma anche il 25° anniversario dell’incontro interreligioso di preghiera voluto da papa Giovanni Paolo II da Assisi. Assisi e Loreto sono un mondo nuovo, portate questo spirito nelle vostre comunità. Oggi non si conclude l’Agorà perché questo vive laddove abbiamo accolto lo spirito di questi giorni. Non saremo più in questa casa, ma lo spirito percepito qui deve continuare a vivere in tutti noi…
Domani ricorreranno i 10 anni dall’attentato delle Torri Gemelle a New York. Spesso si dice che il mondo dopo quel fatto non è più come prima. Non sono d’accordo. Il mondo non è più quello di prima dopo la preghiera di Assisi, 25 anni fa, dopo l’Agorà dei giovani del Mediterraneo, dopo la Gmg, non è più quello di prima dalla venuta di Cristo, perché non la guerra ma solo l’amore, il perdono e la pace sono la novità del mondo. Ricordatelo anche se i mass-media non ci hanno fatto vedere, non hanno indugiato per giorni sulle immagini dei tanti giovani convenuti a Loreto o sui 2 milioni riuniti a Madrid per la Gmg, come invece fecero e stanno facendo con le immagini devastanti dell’11 settembre. Se l’11 settembre è stato violenza, morte d’innocenti, rivelatore d’ingiustizia, dove sta la novità? In questa linea lo spirito di Loreto, lo spirito di Assisi sono la novità, perché solo la pace è santa, mai la guerra. La preghiera di Assisi, come quella dell’Agorà di Loreto, sono, invece, una nuova creazione, la novità di un cammino capace di generare ciò che l’uomo da solo non può generare: il perdono e la pace”.
Papa: nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo
No alla violenza in nome di Dio: è quanto ribadisce il Papa in una lettera inviata all’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, in occasione del decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre. Ce ne parla Sergio Centofanti:
“Ancora una volta, deve essere inequivocabilmente affermato che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo”. Il Papa ribadisce con forza quanto aveva già detto in altre circostanze: “non si può usare la violenza in nome di Dio”. “La tragedia di quel giorno – scrive infatti Benedetto XVI - è aggravata dalla pretesa degli attentatori di agire in nome di Dio”. Ma “ogni vita umana – prosegue il messaggio - è preziosa agli occhi di Dio” e dunque “non va risparmiato alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un genuino rispetto per i diritti inalienabili e la dignità delle persone e dei popoli ovunque essi siano”.
Il Papa, rivolgendo il suo pensiero alle “tante vite innocenti” perse in quel “brutale attacco”, le affida “alla misericordia infinita di Dio” invocando la consolazione su quanti sono stati colpiti dalla perdita dei propri cari.
Loda quindi il popolo americano “per il coraggio e la generosità che ha dimostrato nelle operazioni di soccorso e per la sua prontezza nell’andare avanti con speranza e fiducia”. Infine, eleva la sua “fervente preghiera” affinché “un fermo impegno per la giustizia e una cultura globale di solidarietà contribuisca a liberare il mondo dalle rivendicazioni che così spesso danno luogo ad atti di violenza”, creando nello stesso tempo “le condizioni per una maggiore pace e prosperità” nella prospettiva di “un futuro più luminoso e più sicuro”.
Nel 2001, poco dopo gli attentati, l’allora cardinale Ratzinger così si era espresso in una intervista alla Radio Vaticana: “Questi attentati si realizzano anche in nome di Dio, in nome quindi di una religione abusata per i propri scopi, una religione politicizzata e così sottomessa al potere, che diventa un fattore del potere. D'altra parte … se vediamo il volto di Cristo, di un Dio che soffre per noi e che anche si fa uccidere per noi, abbiamo anche la visione di un Dio che esclude ogni tipo di violenza. Il volto di Cristo mi sembra quindi la risposta più adeguata all’abuso ideologico di un’immagine di Dio che verrebbe sfruttata solo quale strumento del nostro potere”.
Per il Papa questi attacchi hanno oscurato l’alba del terzo millennio. Anche Giovanni Paolo II, durante l’udienza generale del 12 settembre 2001, parlò di “un giorno buio nella storia dell’umanità”:
“Come possono verificarsi episodi di così selvaggia efferatezza? Il cuore dell'uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia, capaci in un attimo di sconvolgere la vita serena e operosa di un popolo. Ma la fede ci viene incontro in questi momenti in cui ogni commento appare inadeguato. La parola di Cristo è la sola che possa dare una risposta agli interrogativi che si agitano nel nostro animo. Se anche la forza delle tenebre sembra prevalere, il credente sa che il male e la morte non hanno l'ultima parola. Qui poggia la speranza cristiana …Imploriamo il Signore perché non prevalga la spirale dell'odio e della violenza”.
Il 20 aprile 2008, durante la sua visita negli Stati Uniti, Benedetto XVI si reca a Ground Zero per un intenso momento di preghiera immerso nel silenzio, rotto solo dal mesto suono di un violoncello:
“God of peace, bring your peace to our violent world… Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento: pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne e pace tra le Nazioni della terra. Volgi verso il Tuo cammino di amorecoloro che hanno il cuore e la mente consumati dall’odio”. (violoncello)
© www.radiovaticana.org
- 10 settembre 2011
Qui il messaggio del Santo Padre
Il cardinale Tauran: “non si può uccidere in nome di Dio”
“Non si può uccidere in nome di Dio”: lo afferma il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, in un’intervista rilasciata al quotidiano cattolico francese “La Croix”, in occasione del decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre. Il servizio di Isabella Piro:
Era segretario per i Rapporti con gli Stati il cardinale Tauran, nel 2001, e ricorda con queste parole gli attacchi ideati da Osama Bin Laden e che costarono la vita a circa 3mila persone: “Naturalmente, rimanemmo tutti colpiti dalla mostruosità di tale azione. Ma subito dopo, paradossalmente, ha prevalso in noi una consapevolezza e una convinzione: non si può uccidere in nome di Dio. Da allora, i leader religiosi sono divenuti più coscienti dell’urgenza di una pedagogia dell’incontro”. Quindi, il cardinale Tauran ribadisce: “L’11 settembre non ha mai rimesso in discussione il dialogo interreligioso. Anzi, al contrario, sono nati nuovi partenariati. E così, nel 2008, il re dell’Arabia Saudita, Abdallah, ha realizzato a Madrid una grande conferenza sul dialogo interreligioso”. Non solo: dopo gli attacchi di dieci anni fa, “molti musulmani hanno espresso il desiderio di far conoscere il vero islam e molti hanno manifestato solidarietà nei confronti delle vittime, soprattutto cristiane”.
Rispondendo, poi, alla domanda sull’incompatibilità tra la violenza e la religione, il cardinale Tauran richiama il discorso di Benedetto XVI al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, pronunciato nel gennaio 2006: in esso, il Papa afferma che “nessuna circostanza vale a giustificare l’attività criminosa del terrorismo, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale”. Parole che il porporato definisce come “la condanna più vigorosa e più completa mai sentita. Nessun capo religioso, nessuna causa può portare ad una simile mostruosità”. Di qui, l’invito a puntare ad una “pedagogia del dialogo”, per far capire ai giovani “l’esistenza del bene e del male, che la coscienza è un santuario da rispettare, che coltivare la dimensione spirituale rende più responsabili, più solidali, più disponibili al dialogo”.
Per questo, il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ricorda l’importanza dell’educazione in famiglia, nelle scuole, nelle università, affinché le giovani generazioni possano “apprendere il rispetto dell’altro e comprendere che la differenza è una ricchezza”. Infine, alla domanda sulle conseguenze dell’11 settembre, il porporato risponde: “Il mondo è divenuto più precario. Il sospetto e la paura dell’altro sono aumentati. Se abbiamo evitato lo shock delle culture, ora dobbiamo evitare lo shock dell’ignoranza. Perché la paura dell’altro è spesso motivata dall’ignoranza”. In questo ambito, afferma ancora il cardinale Tauran, “il ruolo delle religioni è essenziale, perché, come ha detto Benedetto XVI, chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace. E chi costruisce la pace non può non avvicinarsi a Dio”.
L’intervista si chiude con un auspicio per l’incontro interreligioso che si terrà ad Assisi il prossimo 27 ottobre, su volontà del Papa. “Grazie alla preghiera e alla meditazione, cammineremo insieme – conclude il porporato – Sarà un momento di maturazione. Pellegrini di verità, pellegrini di pace, siamo tutti in cammino sulla stessa strada”.
© www.radiovaticana.org - 10 settembre 2011
Studenti musulmani indonesiani in Vaticano in occasione dell’anniversario dell’11 settembre
Un gruppo di giovani indonesiani rappresentanti della Associazione degli Studenti Musulmani (Himpunan Mahasiswa Islam, Hmi), sono stati ricevuti oggi in Vaticano dal cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Lo riferisce l’Agenzia Fides. Fondata nel 1947, la Hmi è la più antica e la più estesa associazione studentesca musulmana in Indonesia (oltre un milione di aderenti). I leader degli studenti islamici si trovano Vaticano in occasione del 10° anniversario degli attentati negli Stati Uniti. Dieci anni fa l’Hmi protestò vivacemente per l’intervento militare e i bombardamenti Usa in Afghanistan, rigettando le accuse sui legami di Al Qaeda con l’islam radicale indonesiano. L’allora leader della Hmi, Ahmad Muzakir, fu perfino arrestato per l’incendio di bandiere americane. Oggi gli studenti musulmani dell’Hmi hanno nuovamente imboccato la strada del dialogo e del pluralismo, e intendono operare accanto a organizzazioni cristiane e di altre religioni, per costruire l’armonia interreligiosa e contrastare l’estremismo e l’integralismo in Indonesia.
© www.radiovaticana.org - 10 settembre 2011
XXV CEN-RETINOPERA: P. PIZZABALLA, PALESTINESI VERSO LA “LOTTA NON VIOLENTA”
(Ancona, dai nostri inviati) - “La grande novità in tutti i Paesi del Medio Oriente è rappresentata da un fermento civile e sociale che fa da contraltare a una debolezza delle leadership non solo politica ma anche religiosa. In Terra Santa sta emergendo una capacità dei palestinesi di passare – ad eccezione di cellule violente fuori controllo – a una forma di lotta non violenta sempre più presente”. Lo ha dichiarato questa mattina il custode di Terra Santa, p. Pierbattista Pizzaballa, intervenendo al seminario nazionale di Retinopera in corso da Ancora nell’ambito del Congresso eucaristico nazionale. “La crisi di molti regimi – ha continuato – rappresenta senza dubbio un punto interrogativo per la presenza dei cristiani che non devono chiudersi a ghetto, ma ritrovare l’unità così da poter riacquistare visibilità. Questa è la sfida principale che attende soprattutto il laicato”. Una presenza, quella cristiana in Medio Oriente, che sta “progressivamente cambiando con l’arrivo d’immigrati cristiani da altri Paesi. Basti pensare agli Emirati Arabi, dove gli immigrati cristiani sono già tre milioni”. Guardando al futuro, di fronte alla primavera araba, p. Pizzaballa ha concluso: “Il futuro è tutto da costruire, questa è una fase di grande incertezza ma anche di fascino”.
© www.agensir.it - 8 settembre 2011
11 SETTEMBRE: MOKRANI (TEOLOGO MUSULMANO) LA “RISPOSTA” DELLA PRIMAVERA ARABA
Le rivoluzioni democratiche popolari nei paesi arabi a maggioranza musulmana sono una risposta collettiva e pacifica che ha saputo dire di no al progetto di fondamentalismo islamico messo in atto dieci anni fa da Bin Laden e Al Qaeda. E’ questa l’analisi di Adnane Mokrani, teologo musulmano docente alla Pontificia Università Gregoriana. “Con queste rivoluzioni popolari condotte in nome della democrazia e dei diritti umani – dice Mokrani in un intervista al Sir (clicca qui) -, il mondo arabo musulmano ha saputo dire di no a quel progetto terroristico di Bin Landen e di Al Qaeda che mirava a creare un conflitto globale e manicheo tra il Bene e il Male, tra l’Occidente e l’Oriente, tra cristianesimo e islam. Quel progetto mirava anche a chiamare i giovani ad aderire a quella ondata di violenza terroristica. E invece i giovani hanno risposto scegliendo una strada totalmente diversa: hanno scelto la strada della lotta pacifica, civile e umana per la democrazia, i diritti umani, la dignità della persona, l’uguaglianza”. Principi che “rappresentano una base valoriale comune ai giovani di tutto il mondo”. “Sono contro un certo pessimismo che dice che c’è una contraddizione intrinseca tra islam e democrazia. Questo tipo di pensiero crea un ostacolo esistenziale ed essenziale tra fede e ragione, tra islam e politica mentre abbiamo bisogno di un atteggiamento più moderato e realistico che considera la parte positiva della cultura islamica e cerca di svilupparla”.
© www.agensir.it - 8 settembre 2011
Un ex sacerdote ortodosso tra gli sfidanti di Putin e Medvedev al Cremlino
Mosca (AsiaNews) - Mentre il tandem Putin-Medvedev continua a tacere su chi sarà il candidato forte alle presidenziali del 2012, negli ultimi giorni sono usciti allo scoperto i primi sfidanti ufficiali per la corsa al Cremlino. Quello che ha fatto più scalpore è il regista e sacerdote ortodosso, temporaneamente sospeso, Ioann Okhlobystin, diventato nel giro di mezza giornata il protagonista di discussioni su forum, blog e social network in cirillico. Oggi direttore artistico della società Euroset, Okhlobystin ha annunciato il 5 settembre la sua candidatura come indipendente.
L’iniziativa ha suscitato sorpresa e sorrisi in Russia: lo stravagante personaggio, sacerdote dal 2001 e sospeso nel 2010 per sua richiesta, propone di dare al Paese una “strategia ideologico-filosofica, di cui la Russia ha bisogno per diventare una nazione”.
Chi sosterrà il candidato economicamente e politicamente non è ancora dato sapere. Okhlobystin, 45 anni, contava sull’appoggio della Chiesa russo-ortodossa, che però ha subito preso le distanze. “Perché io possa partecipare seriamente alla corsa presidenziale – ha detto in conferenza stampa – ho bisogno almeno del tacito consenso della Chiesa. Se questo non avverrà, sarebbe strano, visto che la Chiesa per decenni ha promosso i valori di cui mi faccio portatore”. Ma tranne la necessità di un mandato presidenziale ancora più lungo di quello esistente (sei anni) e di un rafforzamento dell’esercito, il ‘candidato nuovo’ della politica russa appare molto confuso, tanto che lui stesso dichiara di non sapere per chi votare alle prossime elezioni per il rinnovo della Duma, previste per il 4 dicembre, definendo “inutile” la stessa istituzione del Parlamento. Dal canto suo il Patriarcato di Mosca ha ricordato che ai sacerdoti è vietato ricoprire cariche politiche a ogni livello, tranne casi eccezionali in cui la loro candidatura non risulti necessaria per il bene della Chiesa stessa. Il Patriarca Kirill aveva già avvertito Okhlobystin che la sua sospensione dal servizio religioso poteva essere revocata qualora avesse scelto in modo esclusivo il lavoro da sacerdote, facendo capire che i vertici spirituali non gradiscono il protagonismo del sacerdote.
Ma Okhlobystin è solo l’ultimo ad aver annunciato di voler sfidare il tandem al potere. Il primo a scendere in campo già ad aprile è stato l’eterno presidente mancato, Gennady Zyuganov, popolare leader dei comunisti, deciso anche alla partita più difficile: quella che potrebbe vedere schierati uno contro l'altro sia il presidente Dmitri Medvedev, che il suo premier Vladimir Putin. Non è la prima volta che Zyuganov punta alla poltrona più alta della Federazione: negli ultimi 15 anni ci ha già provato tre volte. La prima, nel 1996 contro Boris Eltsin, su cui riuscì a ottenere un 40,3% di preferenze. I consensi sono poi iniziati a calare: contro Putin nel 2000 aveva portato a casa un 29,1% e nel 2008 Medvedev lo aveva stracciato 70,2% a 17,7%. Secondo gli analisti, l'annuncio di Zyuganov è legato non tanto alla sfida per le presidenziali, quanto a quella per le parlamentari di dicembre.
Dopo di lui è stata la volta di Vladimir Zhirinovsky, a capo del Partito liberal-democratico di Russia (Lpdr). Considerato una sorta di clown della politica per via dei suoi atteggiamenti sopra le righe, si è dichiarato convinto di arrivare al ballottaggio o comunque terzo, dopo il candidato governativo e quello dei Comunisti.
Infine, pochi giorni fa, è stata la volta dell’oligarca Mikhail Prokhorov. Il chiacchierato miliardario con la passione per il basket ha annunciato che potrebbe correre per il Cremlino se il suo partito, Causa Giusta, ottenesse buoni risultati alle legislative del 4 dicembre. Attualmente Causa Giusta non ha seggi in parlamento. Ma Prokhorov ha già annunciato che vuole strappare il secondo posto alle parlamentari, dietro al partito putiniano Russia Unita e davanti ai Comunisti.
A questo punto gli analisti politici contano i giorni al momento dell’annuncio del candidato governativo. Secondo alcuni, potrebbe arrivare già alla fine del mese, durante il congresso di Russia Unita il 23-24 settembre a Mosca. Per altri, invece, il tandem scioglierà l’enigma solo dopo le elezioni di dicembre. A soli tre mesi dall’appuntamento alle urne per le presidenziali.
© www.asianews.it - 7 settembre 2011
ECUMENISM: BARTHOLOMEW I, “LET THE WORD OF GOD CHANGE OUR LIVES”
Meeting “the living Word of God, so as to let it change our lives into living cells of the Body of Christ, line after line, drop after drop”. It is the hope by the ecumenical Patriarch of Constantinople, Bartholomew I, addressed to the participants in the International Ecumenical Meeting of Orthodox Spiritualism, opened this morning in Bose with the theme “The Word of God in spiritual life”. “The Word of God – wrote Bartholomew I – is not just something inspiring or authoritative. It is definitive and ruling for spiritual life, and will be ‘the lamp for our steps and the light on our path’. It is a living word which we are asked to listen to and to obey, which we must join and follow”. The works were also opened by a message to participants from Patriarch Kirill of Moscow and All Russia. “The problems chosen for debate this year – wrote the Russian Patriarch – generate reflection on the very foundations of being a Christian: on the substance feeding the human soul, strengthening faith and paving the way to the knowledge of God”. He writes that the lives of saints “show us how listening to and accomplishing the Word of God changed their lives, leading them to the acquisition of holiness. I hope this Meeting will help us rediscover this subject, which is so important and topical”.
© www.agensir.it - sept 7th 2011
ECUMENSIMO: BARTOLOMEO I, “LA PAROLA DI DIO TRASFORMI LE NOSTRE VITE”
Incontrare “la Parola vivente di Dio, così che essa, verso dopo verso e goccia dopo goccia, possa trasformare interamente le nostre vite in cellule viventi del Corpo di Cristo”. E’ l’augurio che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha rivolto ai partecipanti al convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che sul tema “La Parola di Dio nelal vita spirituale” si è aperto questa mattina a Bose. “La Parola di Dio – scrive Bartolomeo I - non è soltanto qualcosa di ispiratore o di autorevole. Essa è definitiva e normativa per la vita spirituale, e serve da ‘lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino’. È una parola vivente, cui siamo chiamati a prestare ascolto e obbedienza, cui dobbiamo aderire e conformarci”. Ad aprire i lavori è stato anche un messaggio ai partecipanti del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia. “I problemi scelti per essere discussi quest’anno – scrive il Patriarca russo - ci chiedono di riflettere sui fondamenti stessi dell’essere cristiano: su ciò che nutre l’anima umana, rinsalda nella fede e apre la via alla conoscenza di Dio”. Ed aggiunge come le vite dei santi “testimoniano come l’ascolto della Parola di Dio e la sua messa in pratica trasfigurarono le loro esistenze conducendoli all’acquisizione della santità. Spero che questo convegno aiuti una sempre più piena riscoperta di questo tema così importante e attuale”.
© www.agensir.it - 7 settembre 2011
Il saluto del Papa al Convegno di Bose sul tema della Parola di Dio nella vita spirituale
Il Papa ha inviato il suo saluto a quanti stanno partecipando al Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa, organizzato dal Monastero di Bose in collaborazione con le Chiese Ortodosse, sul tema “La Parola di Dio nella vita spirituale”. Tale incontro – auspica Benedetto XVI in un telegramma inviato a suo nome dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone - possa suscitare “un rinnovato impegno di comunione spirituale e testimonianza evangelica”, “attingendo alla ricchezza della Sacra Scrittura, amata tanto in Oriente quanto in Occidente”. Obiettivo dell’incontro – che si svolge da oggi fino al 10 settembre presso lo stesso Monastero di Bose, in provincia di Biella - è quello di porre in luce l’essenziale unità tra Sacra Scrittura, esegesi e vita spirituale, unità che attraversa tutta la tradizione delle Chiese d’Oriente, anche se in forme diverse rispetto all’Occidente, ma con una accentuata condivisione della realtà pneumatica della Scrittura, come anche rilevato dal Vaticano II.
Al Convegno hanno inviato il loro messaggio augurale anche il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo i e il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill I. “La Parola di Dio – sottolinea Bartolomeo I - è davvero cruciale nella lotta spirituale, nella misura il cui spiana il cammino per l’intenerimento e il pentimento del cuore. Nel deserto egiziano, abba Poemen disse: ‘La natura dell’acqua è molle, quella della pietra dura. Ma un vaso appeso sopra la pietra, stillando acqua goccia a goccia, finisce per perforare la pietra. Così anche la Parola di Dio è tenera, ma il nostro cuore è duro. Tuttavia, chi ascolta spesso la Parola di Dio, apre il suo cuore a temere il Signore’. La nostra ardente preghiera per voi come partecipanti al Convegno e per tutti i fedeli – conclude il Patriarca di Costantinopoli - è che incontriamo la Parola vivente di Dio, così che essa – verso dopo verso e goccia dopo goccia – possa trasformare interamente le nostre vite in cellule viventi del Corpo di Cristo”.
“La Chiesa – afferma nel suo messaggio Kirill I - vive e respira della Parola di Dio non solo perché la lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento sono elementi essenziali della celebrazione liturgica, ma anche perché la stessa preghiera ecclesiale è intrisa della Parola divina, la quale istruisce per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù (cf. 2Tim 3,15)”, Ma “solo nella potenza dello Spirito Santo – conclude il Patriarca di Mosca - la Scrittura apre la nostra mente alla comprensione delle leggi celesti, medica l’anima e rinnova il cuore dell’uomo”.
© www.radiovaticana.org - 7 settembre 2011
Oggi la sterile partorisce il nido del Signore
di MANUEL NINLa Natività della Madre di Dio è una delle feste mariane più arcaiche, di origine gerosolimitana, testimoniata già nel IV secolo e introdotta a Costantinopoli nel VI secolo e a Roma nel VII. I testi dell'ufficiatura nella tradizione bizantina della festa - che riprendono autori di Gerusalemme (Stefano, VI secolo) o costantinopolitani (Sergio e Germano, secoli VII-VIII) - sottolineano la preghiera di Gioacchino e Anna nell'angoscia per la mancanza di discendenza e la grande gioia per la nascita di Maria.
Romano il Melodo (VI secolo) ha un kontàkion per la festa della Natività della Madre di Dio. Nella strofa introduttiva l'autore riassume i temi svolti nel testo e soprattutto il mistero che la festa celebra e contempla: Maria stessa, cantata con i titoli di "Madre di Dio, immacolata, nutrice del genere umano", e la sua nascita, fonte di gioia per due coppie, quella di Gioacchino e Anna, liberati dalla vergogna della sterilità, e quella di Adamo ed Eva, liberati dalla morte.
Le due prime strofe sottolineano la mancanza di discendenza di Gioacchino e Anna e la loro preghiera fervente per ottenere il dono e la benedizione di Dio: la preghiera di Gioacchino avviene sul monte, quella di Anna nel giardino (in greco, "paradiso"); con queste due immagini Romano sembra evocare luoghi dove poi Cristo stesso pregherà: "La preghiera e il lamento di Gioacchino e Anna per la mancanza di figli trovarono accoglienza, giunsero all'orecchio del Signore e fecero germogliare un frutto portatore di vita per il mondo. L'uno sul monte recitava la sua preghiera, l'altra nel giardino sopportava la sua umiliazione".
Tre altre strofe contemplano e riassumono la nascita di Maria e il suo ingresso nel tempio, due misteri celebrati dalle Chiese cristiane appunto l'8 settembre e il 21 novembre. Gioacchino e Anna offrono nel tempio i doni prescritti dopo la nascita di Maria: "Gioacchino aveva già recato doni al tempio, ma non erano stati graditi: era privo di discendenza. Ma nel tempo opportuno egli presenta la Vergine con i doni di ringraziamento insieme ad Anna. Gioacchino invitò alla preghiera sacerdoti e leviti e condusse Maria in mezzo a loro".
La quinta strofa del poema riassume il mistero dell'ingresso e la vita di Maria nel tempio, dove lei vive nutrita dalle mani di un angelo ed entra accompagnata da dieci vergini con le lampade accese tra le mani. Quindi, servendosi dell'immagine del ruscello che sgorga dal tempio (in Ezechiele, 47, 1-12), Romano sottolinea come, grazie alla presenza di Maria il tempio stesso diventa luogo da dove sgorga la vita: "Un flusso di vita hai fatto sgorgare per noi, tu che avesti il dono di essere nutrita nel santuario da un angelo, tu che sei santa fra i santi, e tempio e nido del Signore. Le vergini condussero la Vergine con lampade prefigurando il Sole che ella diede ai credenti". Oltre all'immagine del "tempio", Romano applica a Maria quella di "nido del Signore".
Segue la preghiera di ringraziamento di Anna. Il dono di Dio per la nascita di Maria la fa simile all'altra Anna per la nascita di Samuele il profeta; costui nel servizio diventa sacerdote del Signore, Maria diventa Madre del Signore: "Tu hai dato ascolto a me, o Signore, come a quella Anna. Ella offrì il figlio Samuele affinché servisse come sacerdote il Signore, e tu anche a me hai fatto un dono. Grande è la mia ventura perché ho generato una figlia che genererà il Signore Dio prima dei secoli, Colui che dopo il parto conserverà la madre vergine come è. Sarà lei, o misericordioso, la tua porta per la discesa dall'alto dei cieli". Il poeta descrive quindi l'incontro e il fidanzamento di Maria e Giuseppe: "Maria ora risplende al volgere delle stagioni e rimane nel tempio dei santi. Vedendola nel fiore della giovinezza, Zaccaria per indicazione della sorte la pone sotto l'autorità del fidanzato Giuseppe, suo promesso sposo per volere divino. Ella è donata a lui mediante un bastone mosso dallo Spirito Santo".
Alla fine Romano elenca una serie di titoli che collegano Maria col mistero della salvezza operato da Cristo: "Il tuo parto, o Anna veneranda, è benedetto perché hai partorito la gloria del mondo, l'agognata mediatrice per il genere umano. Ella è muraglia, fortezza e rifugio di quanti in lei confidano. Ogni cristiano ha in lei protezione, riparo e speranza di salvezza". Chiude il poema una preghiera a Dio, l'unico amico degli uomini.
(©L'Osservatore Romano 8 settembre 2011)
LOURDES: IL PATRIARCA MARONITA DI ANTIOCHIA IN PELLEGRINAGGIO L’8 SETTEMBRE
Il patriarca maronita di Antiochia e di tutto l’Oriente, Sua Beatitudine Bechara Raï, andrà in pellegrinaggio a Lourdes, in occasione della festa della Natività della Vergine Maria. L’8 settembre, il patriarca arriverà all’aeroporto di Tarbes e Lourdes dove sarà accolto dalle autorità religiose e civili; quindi, alle ore 11.15, celebrerà la Messa, secondo il rito maronita, nella basilica di “Notre-Dame du Rosario”. Nel pomeriggio, S. B. Bechara Raï sarà ricevuto presso il Comune di Lourdes e qui esporrà, ai rappresentanti politici locali, la realtà del dialogo interreligioso, in particolare quella del Libano, suo Paese d’origine. Di seguito, il patriarca si recherà presso la chiesa parrocchiale del Sacro Cuore e concluderà la giornata partecipando alla processione mariana “aux flambeaux”, insieme ai rappresentanti della comunità libanese locale. Il giorno seguente, venerdì 9 settembre, il patriarca visiterà il Centro accoglienza “Notre-Dame”, all’interno dell’omonimo santuario, in cui sono ospitati numerosi malati, e quindi ripartirà da Lourdes.
© www.agensir.it - 7 settembre 2011
ECUMENISMO PER USCIRE DALLA CRISI
Nel mese di settembre 2011, nel pieno della crisi dell’Occidente, sembra che le tradizionali assisi ecumeniche, che da decenni chiamano i cristiani a confrontarsi su temi globali, possano fornire nuovi motivi di speranza in un mondo sempre più disorientato. Dopo un ventennio di crisi dell’ecumenismo, in cui sembrava che il dialogo tra i cristiani e le religioni non riuscisse a progredire dopo le grandi promesse della seconda metà del XX secolo, ora le condizioni stesse della società internazionale offrono ai cristiani e ai loro fratelli di altra fede una nuova opportunità.
A dieci anni dal tragico evento delle Torri Gemelle di New York, che sembrava porre il nuovo millennio sotto il segno di una nuova guerra tra le religioni, il desiderio di riconciliazione e dialogo sembra ormai superare le paure e le ostilità tra i popoli e le culture. Un’importante incontro si è svolto a Salonicco dal 30 agosto al 2 settembre tra cattolici e ortodossi greci, sulla “testimonianza della Chiesa nel mondo contemporaneo”. In esso è emersa la chiara coscienza dell’unità oggettiva delle Chiese di fronte all’impoverimento delle società in cui viviamo, in cui non solo i valori morali e spirituali sono da tempo messi in discussione, da secoli di secolarismo e dal generale relativismo delle idee e dei progetti, ma anche i meccanismi sociali, economici e politici mostrano di essere talmente indeboliti da non poter garantire una qualità della vita degna dell’uomo a tutte le latitudini. Come ogni anno da quasi un ventennio, nel monastero ecumenico di Bose si tiene un corposo convegno di spiritualità ortodossa a cui partecipano eminentissimi esponenti delle Chiese orientali insieme a cardinali, vescovi, teologi e monaci oltre a specialisti anche delle comunità evangeliche.
Il tema prettamente monastico, “la Parola di Dio nella vita spirituale”, esalta la sensazione di un’unità profonda ed efficace, capace di rispondere alle aspettative di tanti credenti e non credenti di Oriente e Occidente, ansiosi di ricevere il dono di una Parola capace di orientare l’esistenza ai valori eterni. Numerosi altri incontri e convegni accompagnano questo periodo (che coincide con l’inizio dell’anno liturgico ortodosso) dedicato anche alla riflessione e alla preghiera per la salvaguardia del creato, una preoccupazione che accomuna tutte le confessioni cristiane in grande sintonia con le altre religioni e tutti gli uomini di buona volontà. Il tema di quest’anno sottolinea la necessità dell’accoglienza per rendere il mondo “una terra ospitale”. L’unità dei cristiani, condizione indispensabile per attrarre alla verità rivelata da Cristo anche chi non si riconosce nel Vangelo, è una necessità primaria degli uomini, molto più che delle strutture ecclesiastiche. Anzi, in un certo senso la via “ufficiale” e “diplomatica” dell’ecumenismo, come dimostrato da tutti i tentativi del secolo scorso, porta solo a dei compromessi incapaci di oltrepassare la soglia della correttezza e del fair play nelle relazioni istituzionali. È il mondo che ha bisogno di una testimonianza credibile e accessibile, che porti l’amore evangelico a diventare contenuto della vita quotidiana di chi si trova a dover incontrare sempre più spesso la diversità etnica, culturale e religiosa nelle nostre città e nei nostri paesi, soprattutto nei loro quartieri più poveri e dimenticati.
L’ecumenismo reale è lontano dai palazzi e dalle disquisizioni teologiche, è nelle case degli anziani ormai popolate di badanti ortodosse, intorno alle stazioni ferroviarie, dove la lingua cinese, indiana e araba risuona assai più dell’italiano, del francese o del tedesco, è nei campi di raccolta di pomodori e di vendemmia, dove i giovani africani, asiatici e balcanici vivono con fatica e dolore la comunione con una terra così trascurata e disprezzata dai suoi abitanti ufficiali. È l’ecumenismo della gente che vive e lavora, forma famiglie e genera figli anche nelle condizioni più precarie, prepara un futuro ai nostri paesi stanchi e disperati. È questa gente, è ognuno di noi che ha bisogno della Parola di Dio, della Sua Grazia e della meravigliosa unità nell’amore che solo l’unico Dio ci può donare.
S.C.
APERTO A BOSE IL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLA “PAROLA DI DIO”
“Come un granello di senape che, nonostante la sua piccolezza, se coltivato è capace di abbracciare il significato di tutti gli esseri: così è la Parola di Dio”. Ha richiamato una similitudine di Massimo il confessore, Enzo Bianchi, priore di Bose in apertura del XIX convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa “La Parola di Dio nella vita spirituale” iniziato oggi nel monastero piemontese (fino al 10) con la partecipazione di 220 teologi, biblisti, presbiteri, monaci e vescovi provenienti da 30 paesi del mondo. “È con questa convinzione – ha proseguito Bianchi - che la Chiesa indivisa di Oriente e Occidente ha saputo cogliere nella Parola di Dio contenuta nelle Scritture sante la fonte viva della vita spirituale del credente”. Non è sufficiente, tuttavia, l’approccio alla Scrittura del singolo battezzato: “vi è anche una indispensabile dimensione ecclesiale della Parola di Dio”. Del resto è proprio “nell’assemblea liturgica e non altrove che la Parola di Dio risuona e giunge alle orecchie e al cuore dei credenti”. “È lì, dove la Chiesa si ritrova convocata dall’unico Signore – ha sottolineato Bianchi - che la Parola stessa edifica la comunità”
In questo senso, secondo Bianchi “la Scrittura è sottratta alla ‘privata spiegazione’” e trova “nella liturgia e nella concreta vita cristiana due luoghi esegetici fra loro complementari”. “La frequentazione assidua delle Scritture – ha aggiunto Bianchi -, l’immersione quotidiana in esse diviene così per ogni battezzato occasione di consolidamento della propria vocazione cristiana”. Così come apertura all’ecumenismo: “se le nostre comunità cristiane sapranno riconoscere il primato della Parola – ha concluso Bianchi -, anche il faticoso cammino verso l’unità dei cristiani conoscerà nuovo slancio”. Allo stesso tempo “la nostra comune testimonianza ecclesiale sarà il più eloquente e credibile annuncio del Vangelo per gli uomini e le donne del nostro tempo”.
© www.agensir.it - 7 settembre 2011
Testimoni a Salonicco
Salonicco, la città in cui si è svolto il XII Simposio intercristiano, dal 29 agosto al 2 settembre scorsi, sul tema "La testimonianza della Chiesa nel mondo contemporaneo", è un Vicariato Apostolico retto dall'amministratore apostolico monsignor Ioannis Spiteris, arcivescovo di Corfù, Zante e Cefalonia. La presenza del presule all'incontro - di cui è stato uno dei promotori negli anni '90 del secolo scorso - ha offerto l'occasione di raccogliere alcune informazioni sulla storia del territorio a lui affidato.
Il Vicariato Apostolico di Salonicco - Thessaloniki - secondo quanto ha spiegato il presule, è il primo, vero Vicariato Apostolico della storia della Chiesa, chiamato così prima che il termine avesse nel diritto canonico il significato che ha oggi, cioè una diocesi in formazione. Il motivo sta nel fatto che anticamente vescovo di Salonicco era il Papa. La città era la seconda capitale dell'impero bizantino, posta al centro dell'Illiria, che in quel tempo comprendeva l'area dell'attuale ex Jugoslavia, una buona metà della Grecia odierna, le isole dell'Egeo fino a Corfù. Il Papa vi aveva messo un vicario che lo rappresentasse per indicare l'importanza della sede.
Oggi Salonicco è un Vicariato Apostolico secondo il senso voluto dal Diritto Canonico, e nella sua giurisdizione rientra l'intera Grecia del Nord, dove ci sono centinaia di cattolici che si trovano in condizioni di isolamento e senza nessuna assistenza religiosa. Il Vicariato è carente di clero e può garantire solo la visita di un sacerdote ogni quindici-venti giorni. Complessivamente ospita circa 40.000 cattolici greci, cioè lo stesso numero di quanti ce n'erano in tutta la nazione trent'anni anni fa. L'emigrazione, in aggiunta, ha fatto salire il numero complessivo dei cattolici a 350.000, ma è difficile trovarli perché dispersi non solo nelle città, ma anche nelle isole più piccole e nei villaggi più lontani. Molti vengono dall'Albania e chiedono quasi subito il battesimo, che però viene conferito dopo un periodo di formazione di almeno due anni, affidata a un sacerdote della loro lingua. "Comunque - afferma monsignor Spiteris - ogni due anni io amministro i sacramenti dell'iniziazione cristiana a una trentina tra albanesi e africani. Ma sono certo che sarebbero molti di più se ci fossero più sacerdoti disposti a lavorare con loro e per loro". A Salonicco, aggiunge, "abbiamo anche alcune missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta che hanno aperto una casa di accoglienza per donne abbandonate o maltrattate in famiglia". La casa è così utile che la stessa polizia vi accompagna donne e bambini bisognosi di aiuto. La casa vive esclusivamente della carità della gente e di qualche sussidio che viene dal Vicariato o dalla parrocchia. "Fino a qualche tempo fa - osserva l'arcivescovo - avevamo anche una bella scuola diretta dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Inoltre abbiamo anche una comunità delle Piccole sorelle di Gesù di Charles de Foucauld, impegnate a Giannizà, una cittadina a 150 chilometri da Salonicco, con un gruppo di cattolici di rito greco". Un aiuto decisivo, puntualizza il presule, viene anche dai laici. Il coordinatore della catechesi e responsabile dei giovani, ad esempio, è un professore della Giordania che insegna architettura all'università; mentre i ragazzi del ginnasio sono affidati alle premure di una psicologa polacca. Tutto questo non cancella, tuttavia, le difficoltà, ma monsignor Spiteris conclude che "non rinunceremo mai alla nostra attività assistenziale, fiduciosi nell'aiuto della Provvidenza".
(©L'Osservatore Romano 7 settembre 2011)
Gli antichi patriarcati ortodossi vicini ai cristiani in Medio Oriente
ISTANBUL, 5. Si è parlato soprattutto della situazione dei cristiani in Medio Oriente, e del loro futuro in questa regione, alla sinassi dei primati delle antiche Chiese ortodosse territoriali tenutasi nei giorni scorsi nella sede del Fanar, a Istanbul. Con il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, hanno preso parte ai lavori il Patriarca di Alessandria, Teodoro, il Patriarca di Gerusalemme, Teofilo, l'arcivescovo di Cipro, Crisostomo, e il vescovo di Apamea, Isacco, in rappresentanza del Patriarca di Antiochia, Ignazio IV, trattenuto in Siria a causa della drammatica situazione nel Paese. Quest'ultimo ha fatto giungere un messaggio nel quale invita a pregare "affinché si arresti lo spargimento di sangue di innocenti e la pace regni nella nostra regione". Bartolomeo, a sua volta, ha espresso l'auspicio di un pronto ritorno alla calma in Siria, "dove convivono, come figli di una stessa patria, cristiani e musulmani".
I lavori - come si legge nel sito internet dell'Assemblea dei vescovi ortodossi di Francia (Aeof) - si sono svolti nella chiesa di San Giorgio al Fanar e sono stati aperti da una preghiera alla quale hanno partecipato, fra gli altri, il metropolita di Pergamo, Giovanni (Zizioulas), e il metropolita di Francia, Emanuele (Adamakis), presidente dell'Aeof. Nella sua allocuzione, il Patriarca ecumenico ha manifestato inquietudine per gli avvenimenti politici in Medio Oriente e per il loro impatto sulla vita dei cristiani residenti in questa regione. Ha inoltre affrontato brevemente la questione dei preparativi del grande concilio panortodosso, augurandosi una sua sollecita convocazione.
Teodoro ha ringraziato Bartolomeo per la continua attenzione prestata alle vicende relative alla Chiesa di Alessandria, fondata dall'apostolo Marco, come all'insieme dei problemi riguardanti le Chiese ortodosse locali. Ha infine reso omaggio all'arcivescovo di Costantinopoli - che quest'anno festeggia i cinquant'anni di diaconia e i vent'anni alla guida del trono ecumenico - donandogli un enkolpion, il tipico medaglione che i gerarchi ortodossi sono soliti portare al collo. Anche il Patriarca di Gerusalemme, Teofilo, ha evocato le difficoltà dei cristiani in Medio Oriente (in particolare di quelli che risiedono in Terra Santa), assieme all'annosa questione palestinese e a problemi locali, come la manutenzione del tetto della basilica della Natività o la crisi recente con il Patriarcato di Romania.
L'arcivescovo di Cipro, Crisostomo, ha invece espresso la sua preoccupazione per i rischi legati all'aumento dei gruppi estremistici in Medio Oriente, invitando i primati delle Chiese ortodosse della regione a prendersi le loro responsabilità per rispondere alle nuove sfide.
La sinassi si è svolta in coincidenza con l'inizio dell'anno liturgico (secondo il calendario ecclesiastico ortodosso) e con la commemorazione della festa di san Simeone Stilita il Vecchio, vissuto in Siria fra il 388 e il 459. All'assemblea, oltre ai primati dei patriarcati ortodossi più antichi, ha partecipato il rappresentante della Chiesa autocefala di Cipro perché essa - nonostante occupi solo il decimo posto nei dittici (elenchi) ecclesiastici - deve la sua autocefalia a un concilio ecumenico, alla stregua dei patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Bartolomeo lo ha definito "il tronco comune della struttura e dell'articolazione della Chiesa ortodossa".
(©L'Osservatore Romano 5-6 settembre 2011)
On the first working day of the V session of the UGCC Patriarchal Sobor
The first day of the V session of the UGCC Patriarchal Sobor on religious life, which is being held in Prudentopolis, Brazil, started with Matins celebrated by Rev. Makariy Leniv, OSBM. Afterwards Rev. Taras Barshchevskyi shared his reflections on the Gospel passage on two commandments of love. In his conviction, religious life stems from hearing God’s Word.
“God’s vocation” is the theme of the first day of the Sobor. In the first presentation, His Excellency Venedykt (Aleksiychuk), Auxiliary Bishop of Lviv Archeparchy, talked about “Why God calls to religious life?” The Bishop stressed out that God’s call “always remains a mystery”, because God chooses and guides a person in order to make him/her His icon. And consecrated communities are “a place where God’s kingdom is actualized and where occurs Theophany”.
In the first co-presentation “Traditional monastic life,” hieromonk Leonid (Tumovskyi), a studite monk, said that the restoration of a traditional monastic life in the UGCC concentrated within monasteries of the Studite Order. Deacon Bohdan Piatnochko, OSBM, delivered a second co-presentation entitled “Monastic life in the history and tradition of the UGCC”. He noted that in the after war period, monks were “the only strength which resisted all kinds of liquidation processes.”
Sister Natalia Melnyk, from the Congregation of Sisters of the Holy Family, opened afternoon working session with a presentation “Identity of religious people in the UGCC”. The Sister underlined that a “deep unity with God is a cornerstone of identity of religious people”, reminding that a monk/nun is a Christ’s disciple, a witness of His presence in the world. Afterwards, the delegates listened to the co-presentations of Sister Dia Stasiuk, OSBM, Rev. Luis Hlynka and Filomena Protsyk on different male and female religious communities, monastic orders, congregations and communities of consecrated lay people.
The first working day of the V session of the Patriarchal Sobor concluded with a joint prayer in the church of St. Josaphat at the Basilian monastery. After the prayer, there took place a presentation of the UGCC Catechism “Christ is our Easter”.
Secretariat of the V session of the Patriarchal Sobor
© http://www.ugcc.org.ua/?L=2 - sept 3th 2011
Un “soddisfatto” Bartolomeo I spera nella riapertura della scuola di Chalki
Istanbul (AsiaNews) – Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, ha espresso grande soddisfazione per la decisione del premier Tayep Erdogan di restituire le proprietà sequestrate dopo il 1936 a tutte le minoranze non islamiche. Allo stesso tempo, incontrando il primo ministro turco, egli ha espresso la speranza che vi siano “passi ulteriori”. Erdogan ha risposto “ Questo è solo l’inizio”.
Il patriarca spera con forza che ritorni alla Chiesa ortodossa la scuola teologica di Chalki e che venga riaperta l’accademia, fatta chiudere dal governo turco nel 1971.
Quasi ad anticipare la possibilità dell’apertura, Bartolomeo ha già nominato mons. Elpidoforos Lambrinidis, metropolita di Bursa, come priore del monastero di Agia Triada (SS Trinità), e direttore degli studi: la scuola teologica di Chalki appartiene infatti al monastero.
Dopo tante pressioni della comunità internazionale e soprattutto dell’Unione europea, il governo di Erdogan ha pubblicato un decreto con cui si restituisce alle minoranze greco-ortodosse, armene, ebree e altri gruppi non islamici, migliaia di proprietà che il governo turco aveva loro ingiustamente sottratto o sequestrato, contravvenendo ai loro impegni internazionali.
La decisione ha sapore storico perché fa cambiare la visione delle minoranze religiose di Ankara, dopo oltre 70 anni.
Ieri il patriarca ecumenico si è recato alla Madonna di Souda per la festa della Sacra Zona di Nostra Signora. La chiesa dove egli ha celebrato si trova a ridosso dell’antica muraglia bizantina nella città. Nella sua omelia, Bartolomeo I ha per la prima volta commentato la decisione del governo.
“Oggi è un giorno molto particolare - ha introdotto il patriarca - perché i festeggiamenti avvengono a pochi giorni dall’annuncio della restituzione delle proprietà da parte del governo turco, sottratteci ingiustamente dopo il 1936. É un momento di grande gioia non soltanto per noi cristiani ortodossi, ma per tutte le minoranze che vivono da secoli su queste terre”
“Meglio tardi che mai” ha esclamato, e ha aggiunto: “Se la Turchia si ritiene uno Stato di diritto, tutto deve realizzarsi nel contesto della giustizia e non dell’illegalità”.
Alcuni commentatori sottolineano questa frase perché essa inquadra l’iniziativa di Erdogan, non come un atto di favore verso le minoranze non musulmane, ma come un atto di ripristino per un’ingiustizia perpetrata ai loro danni, malgrado gli impegni e gli accordi internazionali assunti dai precedenti governi turchi e mai rispettati.
Bartolomeo ha infine riferito che nell’esprimere la sua soddisfazione, gioia e ringraziamenti ad Erdogan, ha voluto ricordargli che “tutti sono in attesa di ulteriori passi significativi verso le minoranze non musulmane”. Il premier gli ha risposto: “Questo è solo I’inizio”.
Intanto il patriarca ecumenico ha nominato proprio ieri il nuovo priore del monastero di Agia Triada (SS Trinità), al quale appartiene la scuola teologica di Chalki. Il nuovo priore è mons. Elpidoforos Lambrinidis, metropolita di Bursa. Egli sarebbe destinato ad assumere la direzione degli studi di Chalki, non appena la scuola verrà riaperta.
Negli ambienti diplomatici si vocifera che questa nomina fa presagire la probabile ed imminente riapertura della scuola teologica di Chalki, perchè - si dice – “Erdogan vuole chiudere tutte le pendenze con le minoranze non musulmane, retaggio dei governi del vecchio establishment”.
Le scelte a favore delle minoranze non islamiche mostrano il premier impegnato in una nuova geopolitica mediorientale. Il gesto ulteriore della riapertura di Chalki lo riqualificherebbe ancora di più non solo agli occhi degli occidentali, ma in tutta l’area.
© www.asianews.it - 5 settembre 2011
Le piazze arabe dimenticate
Anna Bono - © www.labussolaquotdiana.it - 5 settembre 2011
L’hanno chiamata “primavera araba”, ma in realtà tutto è incominciato molto prima, nel cuore dell’inverno. Il 17 dicembre 2010, in Tunisia, Mohamed Bouaxizi, un giovane venditore ambulante, si dava fuoco dopo essersi visto confiscare tutti i beni dalla polizia senza spiegazione. La sua morte innescava un movimento popolare di protesta e un fulmineo effetto domino che subito investiva Algeria ed Egitto e poi, nelle settimane successive, Yemen, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Giordania, Marocco e Siria.
Da quel primo drammatico giorno di dicembre sono trascorsi soltanto otto mesi: troppo pochi per vedere l’esito finale dei cambiamenti avviati, ma abbastanza per capire che, ancora una volta, gli ideali che si credeva ispirassero le rivolte – libertà, dignità personale, giustizia, diritti umani – stentano a trovare dei portavoce e a tradursi in istituzioni democratiche e in concreti progetti sociali. Per di più, il mondo sembra quasi aver dimenticato che anche in altri paesi, oltre a Tunisia, Egitto e Siria, maturano i frutti della “primavera araba”.
Uno solo tra quelli insorti, il Marocco, sta attuando delle fondamentali riforme politiche, anche se non tanto sotto la pressione dello scontento popolare che tutt’al più ha indotto il governo ad accelerare un processo di democratizzazione e di promozione dei diritti umani già in atto, avviato negli ultimi 10 anni da re Mohamed VI e di cui la riforma del diritto di famiglia, varata nel 2004, ha costituito una delle pietre miliari. La nuova Costituzione, redatta da una commissione nominata dal re e approvata il 1° luglio da un referendum popolare, apporta profonde modifiche alle istituzioni politiche, prima fra tutte il rafforzamento dei poteri del primo ministro che, tra l’altro, d’ora in poi non sarà più nominato dal sovrano, ma sarà espressione del partito di maggioranza. Rilevanti sono anche le innovazioni introdotte nel sistema giudiziario volte a rendere più rapido e trasparente l’operato dei giudici e ad agevolare l’accesso alla giustizia a tutti i cittadini. Inoltre il re, per accelerare la realizzazione delle riforme previste, ha deciso di anticipare di dieci mesi, fissandole al prossimo 25 novembre, le elezioni parlamentari.
Anche la Giordania è riuscita a contenere le proteste avviando un meno radicale, ma tuttavia promettente processo di riforme costituzionali che verranno discusse in parlamento a partire dal mese di settembre. A febbraio il primo segno di buona volontà da parte di re Abdallah II si è avuto con la costituzione di un nuovo governo affidato a Maarouf al Bakhit, bene accolto dalla popolazione ad eccezione del braccio politico giordano dei Fratelli Musulmani, il Fronte di azione islamica, che ha rifiutato di entrare nella coalizione di governo all’interno della quale gli erano stati offerti cinque importanti ministeri.
In Oman e in Arabia Saudita le rispettive case regnanti hanno scelto invece di calmare le piazze attingendo alle ricchezze petrolifere di cui dispongono.
L’Oman, grazie al petrolio, vanta un PIL pro capite di oltre 26.000 dollari e una speranza di vita alla nascita di 76 anni: valori che lo collocano tra i paesi ad alto sviluppo. Ma i dimostranti chiedevano posti di lavoro, riforme politiche, contrasto alla corruzione, riduzione delle disuguaglianze economiche. Lo scorso 28 febbraio il sultano Qaboos bin Said, al potere da 40 anni, ha annunciato provvedimenti economici tra i quali la creazione di 50.000 nuovi posti di lavoro nel settore pubblico e un sussidio mensile di circa 400 dollari per i disoccupati.
In Arabia Saudita, re Abdallah a sua volta ha rifiutato qualsiasi apertura in senso democratico e ha assicurato la tenuta della monarchia assoluta aprendo i cordoni della borsa. Ha disposto incentivi e 60 mila nuovi posti di lavoro nell’esercito e nelle forze di sicurezza, il pagamento di due mensilità una tantum ai dipendenti pubblici, civili e militari, di due mensilità supplementari agli studenti vincitori di borse di studio e l’innalzamento dei salari minimi a 3.000 rial. Inoltre ha destinato fondi al sistema sanitario e alla costruzione di 500 mila abitazioni. La monarchia si è mossa però anche sul fronte della repressione. È infatti in corso di discussione una legge che intende criminalizzare qualsiasi forma di dissenso politico e che amplia il potere del ministro degli interni. Secondo Amnesty International, se approvata, la nuova legge aprirà la strada a violazioni dei diritti umani di massa.
In Algeria il dissenso popolare è stato finora contenuto, ma con la forza. Tuttavia non passa giorno senza che si verifichi un attentato, spesso compiuto da kamikaze. L’ultimo, un duplice attentato suicida, è stato messo a segno il 26 agosto all’ingresso dell’accademia militare di Cherchell, a cento chilometri da Algeri. Ha provocato 18 morti e decine di feriti. È in Algeria che si registra inoltre il maggior numero di suicidi di protesta: più di 20 persone dall’inizio dei disordini si sono date fuoco o hanno cercato la morte con altri mezzi.
Diversa ma non meno tesa è la situazione in Bahrein dove, così come in Yemen, i dimostranti, o almeno una parte di essi, vanno oltre alla rivendicazione di condizioni di vita migliori e dove non è nemmeno la democrazia ciò che più sta loro a cuore: perché sono sciiti, maggioranza della popolazione in Bahrein e comunità di minoranza in Yemen, e quel che vogliono è la fine della supremazia politica sunnita nei rispettivi paesi.
In Bahrein le offerte di dialogo di re Hamad bin Isa al Khalifa, accompagnate da energici interventi delle forze di sicurezza che hanno causato decine, forse centinaia di vittime tra i civili, hanno infine limitato la portata delle proteste, ma proprio in questi giorni in molte città si stanno verificando nuovi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine in seguito alla morte di un ragazzo di 14 anni avvenuta il 31 agosto, durante una manifestazione antigovernativa svoltasi a Sitra.
Lo Yemen, per finire, è stato teatro di scontri particolarmente cruenti e tuttora vi regna il caos. Da giugno il presidente Abdullah Saleh si trova in Arabia Saudita per cure mediche dopo essere stato seriamente ferito durante un assalto al palazzo reale da parte di migliaia di dimostranti. Sin dall’inizio si è detto disposto a negoziare, ma finora non ha fatto concessioni a meno di intendere come tali l’affermazione di essere pronto a indire delle elezioni presidenziali libere e di essere favorevole a una transizione pacifica del potere. La questione fondamentale è se persisterà nell’intenzione di candidarsi per un terzo mandato benché sia la potere da 33 anni e nonostante il fatto che la costituzione limiti a due i mandati presidenziali che una persona può ricoprire.
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