
Cari amici,
in questa incerta estate 2011 siamo messi di fronte a una possibile svolta epocale: la crisi del capitalismo, del sistema occidentale e del predominio europeo/americano sulla civiltà mondiale, una crisi che tocca la vita quotidiana degli stati, delle strutture politiche e sociali e delle stesse famiglie in cui viviamo. È una crisi morale prima che economica, il crollo dell’illusione di poter innalzare all’infinito il tenore di vita di tutti, di vivere con garanzie assolute di benessere, salute e sicurezza. Molti accostano il nostro tempo a quello della fine dell’antico impero romano, il sistema rimasto nei secoli come modello archetipo di un mondo unificato da principi comuni e superiori, validi per tutti i popoli.
Non vediamo però un’alternativa orientale all’Impero decadente, come avvenne per la trasfigurazione bizantina della storia romana, nonostante la crescita delle grandi potenze asiatiche indiane o cinesi, che non sembrano offrire un modello di autentica diversità. Neanche le minacce dei barbari sembrano essere presagio di un mondo nuovo, o di un altro Medioevo: siamo noi stessi i barbari che spesso dimenticano le proprie radici, lasciando invadere la propria vita dalle più sfrenate forme di egoismo e sfruttamento reciproco.
Il mondo nuovo non calerà dall’alto, come una forza incontrollata della natura: siamo noi a dover ritrovare le tracce di un cammino, che dalle piste di un passato ricco di tradizioni e testimonianze ci porti verso un futuro benedetto da Dio.| Rassegna stampa |
Pope Benedict on Wednesday said that “silence” is what best promotes meditation and listening to God. He was speaking during his weekly general audience at the Papal Summer Residence in Castel Gandolfo.
The Holy Father said monastic groups, and others who have devoted their lives to prayer, have established communities in secluded places, like the countryside, hills, valleys, mountains, or along waterfronts – even on islands – which combines silence with the beauty of creation, which is also important for the contemplative life.
He spoke in particular of St. Claire of Assisi, whose feast is observed on Thursday. She and her companions took possession of the Church of San Damiano, situated on the hillside below the town of Assisi, which had been restored by St. Francis.
Pope Benedict said the silence and the beauty of the place where a monastic community lives are a reflection of the spiritual harmony they seek to achieve.
He said the world is dotted with these oases of the spirit, and called them the spiritual backbone of the world. He said this is why so many people, especially during their holidays, visit these places, since “the soul also has its own needs”.
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© www.radiovaticana.org - august 10th 20111
تستعد مدريد لاستضافة اليوم العالمي السادس والعشرين للشباب من السادس عشر وحتى الحادي والعشرين من الشهر الجاري، وينتظر الشباب الكاثوليك من مختلف أنحاء العالم لقاء قداسة البابا بندكتس السادس عشر والإصغاء لكلامه. ومع بداية العد العكسي لهذا اللقاء العالمي، أجرت إذاعة الفاتيكان مقابلة مع السفير البابوي في إسبانيا المطران رينزو فراتيني شدد فيها على الأهمية الروحية لليوم العالمي للشباب، وأشار إلى أن الأب الأقدس سيسلط الضوء أيضا على أهمية التجدد الداخلي والعودة إلى الله، وتحدث عن مشاركة كثيفة للمتطوعين الشباب وذكّر بأن الأيام العالمية للشباب أعطت على الدوام ثمارا وافرة وقدمّت دعوات كثيرة للحياة الرهبانية والكهنوتية، وأمل بأن تقدّم هذه المرة أيضا دعوات جديدة في الكنيسة. يتمحور اليوم العالمي للشباب في مدريد حول موضوع "فتأصلوا في المسيح وتأسسوا عليه واعتمدوا على الإيمان" المأخوذ من رسالة القديس بولس الرسول إلى أهل قولسي وقد شدّد الحبر الأعظم على أهمية الاستعداد الروحي والصلاة والإصغاء المشترك إلى كلمة الله، وحث الشباب على بناء علاقة شخصية مع يسوع المسيح وأشار إلى أن الإيمان نور ينير مسيرتنا وشجعهم على بناء حضارة المحبة والإسهام في تحقيق الخير العام
© www.radiovaticana.org - august 5th 2011
Come ha esortato il Papa all’Angelus, l’auspicio è che in Siria si ristabilisca quanto prima la pacifica convivenza. Su queste parole pronunciate dal Santo Padre si sofferma, al microfono di Marco Guerra, il patriarca greco melkita di Damasco, Gregorio III Laham:
R. – Voglio veramente dire grazie al Papa per la sua sollecitudine e per il suo amore verso il Medio Oriente: ha convocato il Sinodo speciale per il Medio Oriente, tenutosi nel 2010, che si è rivelato per noi veramente una preparazione per affrontare la difficile situazione di questi mesi, di questo anno. Con il Santo Padre siamo anche noi in preghiera, in cenacolo, soprattutto in questo mese mariano in Oriente. Abbiamo invitato tutti i nostri cristiani a pregare nelle chiese ogni giorno per la pace e per la riconciliazione, anche con i nostri fratelli musulmani per affrontare insieme questa situazione.
D. – Quale è il suo appello in questo momento così difficile?
R. – Voglio, allo stesso tempo, con Sua Santità, con la sua voce così forte, richiamare l’Europa e pure l’America, perché facciano in modo di risolvere il conflitto israelo-palestinese, che aiuterebbe molto tutti i Paesi arabi, con Israele, ad avere un avvenire migliore. Credo che questa soluzione sia importante per noi.
D. – Quali i timori e le speranze della comunità cristiana?
R. – Non abbiamo paura dell’islam, abbiamo paura che subentri il caos come in Iraq. E vogliamo dire anche ai cittadini arabi – cristiani e musulmani – in questa situazione, sia in Libano che in Libia, che in Egitto, che in Oman e in Yemen: “Amatevi l’uno con l’altro”. Noi possiamo con l’amore di Dio per noi cristiani e musulmani superare questa crisi e questa situazione tragica del mondo arabo e continuare insieme - cristiani, musulmani e arabi - la via della pace, del progresso, della libertà e della democrazia.(ap)
Sull’appello del Papa per la Siria ascoltiamo anche il commento del nunzio apostolico nel Paese, mons. Mario Zenari, intervistato da Marco Guerra:00:02:15:22
R. – Ricordo che è la seconda volta che il Santo Padre fa un appello accorato per la situazione in Siria. Questo fa vedere come al Papa stia a cuore questa area del mondo medio orientale. Ricordo che la Siria è chiamata, a ragione, “la culla del cristianesimo”. Dopo Gerusalemme, il cristianesimo ha preso terreno qui, in questa regione. Questa terra, nei primi sette secoli, ha dato ben sei Papi alla Chiesa. Occorre ricordare che la Siria è stata, ed è tuttora, un Paese esemplare dal punto di vista dell’armonia tra le varie confessioni religiose, per il rispetto mutuo tra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana. Noi vogliamo sperare che questo clima possa continuare e vogliamo pregare affinché si trovi il modo, anzitutto, di far cessare lo spargimento di sangue.
D. – Il Papa ha lanciato anche un appello alle autorità e alla popolazione, perché si ristabilisca la convivenza. L’apertura al multipartitismo, l’annuncio delle elezioni vanno in questa direzione?
R. – Naturalmente, occorre che questo sia fatto anche nel quadro di un dialogo nazionale, che, purtroppo, trova ancora degli intoppi. Vogliamo sperare che ci sia buona volontà. Il Papa giustamente incoraggia la buona volontà degli uni e degli altri. Occorre un supplemento di buona volontà da ambo le parti, delle autorità e dell’opposizione.
D. – Quale contributo può dare la comunità cristiana?
R. – L’apporto dei cristiani penso sia fondamentale. Più di un sacerdote mi ha fatto osservare che i cristiani hanno questa caratteristica: sono ponte fra le diverse etnie, un ponte per trovare una soluzione di riappacificazione e di concordia. (ap)
© www.radiovaticana.org - 8 agosto 2011
Nell’ultimo decennio, in Turchia, le minoranze, anche cristiane, hanno trovato nuovi spazi di libertà. E il partito al potere, l’Akp, ha dimostrato che islam e democrazia non sono inconciliabili.
Un esempio per la Primavera araba
di Lorenzo Biondi
Una piccola folla se ne sta in attesa davanti alla parete di roccia. È il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo. Siamo poco al di fuori dell’abitato di Antiochia: incastonata nella montagna c’è una facciata di pietre, poi una grotta. Secondo la tradizione i primi cristiani si trovavano qui per pregare di nascosto a causa della persecuzione. Tra di loro gli apostoli Paolo, Barnaba e Pietro, che per primi portarono qui l’annuncio di Gesù. Oggi la “grotta di San Pietro” è stata trasformata in museo, con tanto di ingresso a pagamento. Due guardiani trattengono un centinaio di fedeli che vorrebbe entrare a pregare il santo.
L’attesa però non si prolunga per molto. Squilla il telefono: dagli uffici del governatore della provincia danno l’ordine di lasciar libero l’ingresso. Arriva anche il vescovo, monsignor Ruggero Franceschini. I due guardiani si fanno da parte, la grotta si riempie di pellegrini. La messa può cominciare.
È una scena comune in molte parti della Turchia. Negli ultimi anni le autorità dello Stato hanno iniziato a gestire alcuni edifici di culto abbandonati. Li hanno sottratti al degrado e, benché durante l’anno si debba pagare un biglietto per visitarli, in occasioni particolari questi “luoghi santi” sono restituiti alla devozione dei fedeli. È una novità, magari piccola, ma è il segno di un cambiamento. Per decenni nella Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk l’esistenza delle minoranze religiose è stata negata. Oggi, pur tra resistenze e contraddizioni, per la piccola comunità cristiana in terra di Turchia si è aperta una stagione nuova e promettente.
I segni di un cambiamento
L’eredità del passato si sente. Nella capitale Ankara, dominata dai ministeri, è impossibile trovare un edificio con sopra una croce. Le chiese ci sono, ma sono ospitate all’interno delle ambasciate. Su suolo extraterritoriale e nascoste alla vista. Anche di moschee in realtà se ne vedono poche, magari antiche e schiacciate tra i palazzi moderni. Se la libertà dei cristiani in Turchia conosce dei limiti, non è semplicemente per il contrasto tra religioni diverse.
Ce lo spiega padre Dositheos, un sacerdote ortodosso del Patriarcato ecumenico di Istanbul: «Cristiani, ebrei e musulmani hanno sempre convissuto in questa terra. Sanno cosa vuol dire la convivenza pacifica. Nei primi decenni della Repubblica turca (fondata nel 1923) il nazionalismo è stato la politica dominante del Paese, ma ha indossato una maschera: l’islam. In realtà dietro quella parola si celava l’idea della nazione turca. In quell’epoca le minoranze hanno perso i loro diritti davanti allo statalismo kemalista. È solo negli ultimi dieci anni che si è iniziato a parlare di libertà religiosa: una novità assoluta».
Si procede lentamente, un passo per volta. Lo vediamo a Tarso, città natale di san Paolo, dove arriviamo il 26 giugno, la domenica precedente la festa dei santi Pietro e Paolo. La comunità locale ha ricevuto l’autorizzazione a celebrare la messa nella chiesa dedicata all’Apostolo delle genti. Costruito dai crociati nel XII secolo, con l’avvento della Repubblica l’edificio era stato trasformato in un magazzino. Solo da pochi anni, grazie all’insistenza dei padri cappuccini e alla sponda del governo, il monumento è stato pulito e riaperto. Anche in questo caso come museo. Mancano poche ore alla celebrazione: le tre suore “Figlie della Chiesa” che vivono in città hanno appena avuto il permesso di entrare a sistemare la chiesa. Il tempo per i preparativi è poco, si fa tutto un po’ di corsa. E c’è ancora meno tempo al termine della messa per far sparire sedie e paramenti: i fedeli lasciano il posto in fretta ai turisti che pagano il biglietto.
Nella “laica” Repubblica di Turchia è lo Stato a controllare che l’attività religiosa non esca dai limiti fissati dalla Costituzione e dalla legge. Le Chiese non hanno riconoscimento legale. Ma da qualche anno a questa parte la situazione delle minoranze religiose è migliorata sensibilmente. Il governo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) si è mostrato attento alle loro richieste. Non sempre le promesse sono state mantenute, ma la nuova classe dirigente turca ha manifestato una disponibilità al dialogo sconosciuta in passato. E il dialogo in alcuni casi ha dato frutti concretissimi.
Il presidente della Fondazione siro-cattolica di Istanbul, Zeki Basatemir, ci racconta di quando andò a protestare perché una vecchia chiesa siriana di Alessandretta – Iskenderun per i turchi – era da anni adibita a cinema a luci rosse. Restituire l’edificio alla sua vecchia funzione era ormai impossibile, ma dopo averlo espropriato il governo lo ha fatto demolire e nel 2010 ha costruito a proprie spese una nuova chiesa. La facciata, fedele al tradizionale stile di queste regioni, racconta di una sensibilità nuova ai problemi dei cristiani.
La collaborazione nasce spesso nei rapporti tra persone, ma sta raggiungendo anche il livello delle istituzioni. A settembre prossimo, ad esempio, il municipio di Istanbul pubblicherà insieme alla Santa Sede un volume sulla presenza cristiana nella città nel XVII secolo. Per la prima volta il simbolo di una istituzione turca verrà stampato insieme a quello della Chiesa cattolica.
Purtroppo, proprio negli anni in cui le relazioni tra il governo di Ankara e i cristiani sembrano mutare, la piccola Chiesa di Turchia è stata colpita da tragedie come l’assassinio di don Andrea Santoro e di monsignor Luigi Padovese. Per far chiarezza su quegli omicidi ci vorrà ancora del tempo, ma intanto il potere politico ha voluto dimostrare la sua vicinanza agli amici delle vittime. Monsignor Franceschini, arcivescovo di Smirne e amministratore pro tempore del vicariato apostolico dell’Anatolia, ci racconta di come il ministro della Giustizia Sadullah Ergin sia accorso a Iskenderun per il funerale del vescovo ucciso. «Mi chiese se volevamo qualcosa da loro», ricorda monsignor Franceschini. «Gli risposi che volevamo solo sapere la verità, nient’altro». A poco più di un anno di distanza si sta per aprire il processo contro l’assassino del prelato e gli eventuali mandanti. In molti ci testimoniano la sollecitudine delle autorità nel volere che la giustizia faccia rapidamente il proprio corso. Laddove, in altri tempi, ci si sarebbe aspettata indifferenza se non aperta ostilità.
Il falso mito dell’islamizzazione
«La minoranza cristiana in Turchia nutre la speranza che nel corso del terzo mandato del partito di governo le questioni pendenti, necessarie per i diritti della minoranza, possano finalmente raggiungere il traguardo auspicato». A parlare è monsignor Antonio Lucibello, nunzio apostolico presso la Repubblica di Turchia. «Esistono già dei segni eloquenti che vanno in questa direzione».
Il risultato delle elezioni del 12 giugno scorso verrà ricordato come uno spartiacque della storia turca. L’Akp di Recep Tayyip Erdogan ha conquistato il 50 per cento dei voti, un risultato senza precedenti. A farsi un giro per le periferie di Istanbul si capisce uno dei motivi di questo trionfo. I distretti finanziari scintillano di grattacieli di recente costruzione. Nei nuovi quartieri popolari si ammucchiano i palazzoni, in mezzo a un mare di gru e cantieri. L’economia gira, la classe media si dilata e accresce il proprio benessere.
Il portafoglio però non può bastare a spiegare il successo del partito. «L’Akp è diventato la voce della gente musulmana dimenticata dal processo di modernizzazione della Turchia». Ce lo spiega Rober Koptas, giovane direttore del settimanale in lingua armena di Istanbul, Agos. Per decenni la Turchia “laica” ha guardato alla religione come a una zavorra. Modernità – si diceva – corrisponde a secolarizzazione. Un messaggio che i turchi di fede musulmana hanno spesso faticato ad accogliere. «Oggi quella parte della società è entrata a sua volta in un processo di modernizzazione», prosegue Koptas. «L’Akp vuole dimostrare che anche i musulmani possono essere dei veri democratici».
Non è la prima volta che un partito di ispirazione islamica arriva al potere. Era successo da ultimo nel 1996, quando alla guida del governo era andato Necmettin Erbakan. Nel suo Partito del Benessere erano in molti a sostenere l’introduzione della legge islamica, la sharia, e il premier stesso aveva stretti contatti con alcune confraternite “sufi” (cioè di mistici musulmani) note per il loro sostegno all’islamizzazione dello Stato. A meno di un anno dalla nascita di quel governo, i militari intervennero pesantemente nel gioco politico. Nel giugno del 1997 Erbakan fu costretto alle dimissioni. La Corte costituzionale mise poi fuorilegge il suo partito. Fu allora che un gruppo di politici della “nuova generazione”, tra cui Erdogan e Abdullah Gül, intuì la necessità di una frattura col passato.
Come le Dc europee
L’ispirazione islamica rimane, ma cambia segno. Cresce ad esempio l’influenza delle associazioni per il dialogo che si ispirano al filosofo Fethullah Gülen. Cemal Usak – vicepresidente della Fondazione dei giornalisti e degli scrittori, creata dallo stesso Gülen – racconta: «Fino a fine degli anni Novanta la maggior parte dei politici musulmani credeva che il proprio dovere fosse quello di istituire uno Stato islamico. Intorno al 2000 iniziarono a capire che la forma di Stato non si può imporre, ma dipende dal consenso degli elettori. Erdogan fu in grado di vincere solo quando comprese che serviva una versione di islam politico adatta ai bisogni della Turchia».
Alper Dede, politologo dell’Università Zirve di Gaziantep, ricostruisce per noi i primi anni del partito di Erdogan. Sono dinamiche che ricordano l’origine delle Democrazie cristiane europee: «Alla nascita dell’Akp, nel 2001 confluiscono nel partito personalità di diversa provenienza. Il vertice del partito si sente vicino alle odierne Dc. Sono politici per lo più di centrodestra, ma non solo. Molti arrivano dalla tradizione islamista di Erbakan, altri sono decisamente più moderati. Qualcuno proviene da partiti conservatori di matrice laica».
A differenza dei suoi predecessori, Erdogan cerca una sintesi tra la Turchia laica e quella religiosa. Nelle sedi dell’Akp campeggia l’immagine di Mustafa Kemal Atatürk. Spesso però si sceglie la foto che lo ritrae assorto in preghiera coi suoi compagni, le palme rivolte al cielo. A simboleggiare che le due Turchie sono tutt’altro che incompatibili.
«Gli occidentali che guardano all’Akp», ci dice ancora Rober Koptas, «vedono dei musulmani e hanno paura. Io, da armeno, non ho paura dell’Akp. È ridicolo sostenere che l’Akp voglia introdurre la sharia. Sono semplicemente musulmani, musulmani praticanti, come la gran parte della popolazione di questo Paese. Quella parte del Paese vuole essere presente in Parlamento, nelle università, ed è molto “sano” che lo voglia». L’idea dell’islamizzazione della società, numeri alla mano, non regge. In uno studio promosso dal pensatoio Tesev – un’istituzione finanziata in massima parte dall’Open Society Institute di George Soros – si mostrava che dal 1999 a oggi il numero delle donne che portano il velo è diminuito. Non il contrario, come la stampa europea spesso riporta. Contemporaneamente una maggioranza di turchi pensa che l’attitudine generale della società nei confronti della religione sia cambiata, e sia cambiata per il meglio.
Il conflitto tra le due metà della Turchia – secolare e religiosa – certamente non si è esaurito. La tensione è tornata a salire nel 2007, quando Abdullah Gül venne eletto presidente della Repubblica. Per qualche tempo sembrò che una componente dell’esercito fosse pronta a rientrare pesantemente sulla scena politica. Fu l’anno degli omicidi di Hrant Dink, giornalista armeno allora direttore di Agos, e di don Andrea Santoro. In altri tempi la tensione tra laicisti e islamici avrebbe condotto i militari a intervenire per ristabilire l’ordine. Ma il colpo di Stato non ci fu. Era il segno che il clima stava cambiando – nel Paese come anche al suo esterno.
Il “modello turco”
Nel 2002 era difficile immaginare che l’Akp potesse imprimere una svolta così significativa alla politica turca. In elezioni sorprendenti, nessuno dei partiti di governo fu in grado di superare la soglia di sbarramento del 10 per cento e di entrare in Parlamento. Ci riuscirono appunto solo il partito di Erdogan (Akp) e i kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp). Gli islamici moderati si trovarono, con il 35% dei voti, a controllare i due terzi del Parlamento.
«L’Akp era un partito nuovo», commenta ancora il professor Dede, «con esperienza solo nelle amministrazioni locali». Erdogan, il suo leader, non si era neppure potuto candidare: quattro anni prima un tribunale lo aveva bandito «a vita» dalla politica per «incitamento all’odio religioso». In un comizio aveva citato una poesia turca di inizio Novecento: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati». Fu eletto solo nel 2003, dopo una modifica alla legge da parte del Parlamento.
In queste condizioni non erano molti a scommettere sulla durata dell’esperimento-Akp. «Nei primi anni di quel governo», ci racconta ancora Dede, «parlai con molti esponenti egiziani della Fratellanza musulmana che erano scettici rispetto a quanto avveniva in Turchia. La svolta nella credibilità del partito è arrivata con l’inizio del processo Ergenekon», e cioè ancora una volta nel 2007, quando emerse che alcuni ufficiali dell’esercito pianificavano un colpo di Stato e finirono alla sbarra per questo. È allora che «l’Akp ha dimostrato di poter avere la meglio sulla vecchia burocrazia secolarista». Oggi molti giovani politici della Fratellanza vengono in Turchia per imparare dall’Akp. Di “modello turco” si discute quasi ogni giorno sui giornali turchi e dell’area mediorientale.
Certo, i modelli politici sono difficili da esportare. Lo ricorda Cemal Usak, a partire dalla vicenda stessa del suo Paese: «Negli anni Settanta c’erano gruppi di intellettuali turchi che cercavano di importare versioni “arabe” dell’islam. L’unico esito fu di produrre radicalismo». Lo stesso può valere a ruoli invertiti: «Democrazia e diritti umani sono valori universali che valgono in ogni Paese, ma ogni Paese deve adattare quei valori al proprio contesto».
Anche Rober Koptas ci mette in guardia rispetto alle semplificazioni: «Quando si parla di modello turco, bisogna capire cosa si intende. Il modello è la democrazia, non la Turchia in quanto tale. Se il modello fosse la Turchia come è stata fino ad oggi – una democrazia “protetta” dalle armi dell’esercito – allora no, grazie. Ma quello che succede ora nel Paese sta dimostrando qualcosa a chi diceva: “islam e democrazia sono incompatibili”».
Oggi il Medio Oriente guarda alla Turchia con interesse. In gran parte è merito del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, riconfermato al suo posto dopo le elezioni. La politica dello «zero problemi coi vicini» ha creato intorno al Paese un clima favorevole alla collaborazione. Non solo in campo politico: le esportazioni turche nei Paesi limitrofi aumentano a ritmo forsennato. L’afflusso di turisti è in crescita costante. Ankara esporta cultura, oltre che merci.
Questo soft power, “potere leggero”, non è rimasto inosservato in Europa. E tra gli europeisti più smaliziati, sono in molti a proporre di non perdere l’occasione storica di avvicinare Oriente e Occidente. Dopo il voto di giugno Erdogan ha voluto mostrare di essere ancora interessato al dialogo con l’Unione europea, istituendo un Ministero apposito sotto la guida di Egemen Bagis. Ma il negoziato è fermo. I suoi capitoli più delicati sono stati bloccati. Invece di fare pressione su temi importanti – come la tutela dei diritti delle minoranze – Bruxelles si è chiusa in un no che sulle rive del Bosforo appare ideologico.
Riforme e compromessi
Perché, quanto a tutela delle minoranze religiose, c’è ancora molto su cui lavorare. La Costituzione attualmente in vigore afferma che la libertà religiosa può essere esercitata solo finché non viola il principio della laicità dello Stato. La legge turca non riconosce l’esistenza delle Chiese cristiane. Emre Öktem, professore di Diritto internazionale all’Università Galatasaray, a Istanbul, ci aiuta con un esempio: «Il patriarcato ortodosso di Istanbul non gode di personalità giuridica. Tecnicamente il patriarca stesso è un semplice impiegato che lavora per la fondazione che gestisce la chiesa di San Giorgio». Le “fondazioni” sono le sole istituzioni religiose ammesse dalla legge. Ma fino a tempi recenti la loro esistenza è stata sottoposta a pesanti restrizioni. «Una legge del 1936 vietava l’acquisto di proprietà o il diritto di eredità per le fondazioni religiose», continua il professore. Se un fedele donava una proprietà alla Chiesa, la donazione era nulla.
«Nel 2002», prosegue Öktem, «una modifica alla legge sulle fondazioni venne inserita nei pacchetti di armonizzazione creati nel contesto del riavvicinamento tra la Turchia e l’Unione europea. È la prima legge che consente gli acquisti di proprietà da parte delle fondazioni. Dal 2008 poi una nuova legge consente anche la restituzione delle proprietà espropriate in passato da parte dello Stato».
Le strette di mano del premier Erdogan ai leader religiosi del Paese non sono stati gesti puramente simbolici. Padre Dositheos, al Patriarcato ecumenico di Istanbul, ci racconta l’incontro tra il capo del governo e sua santità Bartolomeo I. Era il 15 agosto del 2009. Uno dei problemi che più assillavano la comunità ortodossa in quel momento era la questione della cittadinanza dei vescovi. «Per la legge turca è necessario che tutti i vescovi che lavorano in Turchia per il patriarcato siano cittadini turchi. Solo un piccolo numero dei vescovi ortodossi lo era. In quell’occasione Erdogan promise di dare loro il diritto di cittadinanza, per lavorare qui e in prospettiva anche venire eletti patriarchi». Mantenendo quella promessa il premier ha aiutato il Sinodo ortodosso a sopravvivere.
La benevolenza del potere verso le minoranze si è manifestata spesso in “favori” di questo genere. Più volte però sentiamo dire che i favori – per quanto ben accetti – non possono bastare. È necessario anche che alcuni diritti vengono formalizzati. L’avvocatessa Kezban Hatemi, che da anni si occupa dei problemi delle minoranze, ci parla dell’ipotesi che Ankara firmi dei concordati con le varie Chiese cristiane, sul modello degli Stati europei e della Germania in particolare. È una proposta molto avanzata, lontana dalla situazione concreta. Per qualche tempo ancora potrebbe essere necessario accontentarsi dei favori.
Anche altre questioni delicatissime rimangono insolute. Come quella del seminario ortodosso sull’isola di Heybeliada, nel mar di Marmara. La Costituzione turca impone che ogni insegnamento religioso sia sottoposto al controllo dello Stato. In questa situazione, è impossibile per le Chiese cristiane seguire i giovani con la vocazione al sacerdozio. Commenta ancora padre Dositheos: «Sua Santità e il Sinodo sono convinti che davvero il premier Erdogan voglia trovare una soluzione al problema. Ma lo Stato – ad Ankara – pone resistenza. Aspettiamo l’anno prossimo, con la nuova Costituzione».
Sono tante le aspettative che si coagulano intorno alla promessa fatta dall’Akp di una riforma costituzionale. Ma nonostante l’enorme successo elettorale, il partito di governo non dispone della maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione in modo unilaterale – cioè senza collaborare con altre forze politiche e senza chiedere il parere del popolo attraverso il referendum. La nuova Carta non potrà che essere frutto del compromesso tra forze diverse, e in primo luogo tra l’esecutivo e i candidati indipendenti eletti con l’appoggio del partito della minoranza curda. Tra di loro c’è anche Erol Dora, il primo cristiano a entrare in Parlamento in oltre cinquant’anni. Appartenente alla minoranza siriaca, da avvocato Dora ha assistito spesso le comunità cristiane. Lui però ci tiene a ricordare di essere stato eletto con i voti di «musulmani e cristiani». Una rappresentanza non “settaria” ma volta a dar voce a tutte le minoranze del Paese nel processo di riscrittura della Costituzione.
«La tolleranza non basta. Però…»
Le strette di mano, l’elezione di un cristiano, il linguaggio politico che si modifica. Torniamo ancora alle parole di Rober Koptas di Agos: «Fino a oggi nel “discorso pubblico” turco gli armeni e i cristiani sono stati considerati dei nemici, ma quel discorso sta cambiando». La questione delle minoranze viene ancora affrontata in termini di “tolleranza”, è vero. «Per me», prosegue Koptas, «la tolleranza non è l’ideale, il punto d’arrivo. Fino a oggi, però, i nazionalisti vedono greci, armeni, ebrei come pericoli per la nazione, a confronto, la tolleranza è un bene».
Discutiamo anche del genocidio degli armeni del 1915. Per decenni nelle scuole turche si è insegnato ai bambini che quegli eventi non sono mai accaduti; l’opinione pubblica non può cambiare idea da un giorno all’altro. Ma «se la Turchia diventa una democrazia compiuta, se diventa possibile parlare apertamente di questi problemi, a quel punto un governo sarà in grado di riconoscere il massacro degli armeni».
Il cambiamento di mentalità è già in atto e sembrano essersene accorti anche dalle parti del Chp, principale forza d’opposizione. L’attuale leader, Kemal Kiliçdaroglu, sta insistendo sulla necessità di prestare orecchio al problema della minoranza curda e di rivolgersi anche alla Turchia più religiosa. Ma le resistenze all’interno del suo stesso partito sono forti e non è chiaro se Kiliçdaroglu riuscirà a connotare il partito in modo meno nazionalista e più vicino ai partiti socialdemocratici europei. Ma che si facciano discorsi del genere è già un segnale significativo.
Così, il ruolo dell’esercito nella vita politica turca sta cambiando. Bleda Kurtdarcan, dell’Università Galatasaray, è un esperto di faccende militari. Oggi i ricercatori come lui possono accedere ai bilanci dell’esercito, studiarne le strutture. Anni fa sarebbe stato impensabile. Il caso Ergenekon però è ancora aperto. Secondo la procura che ha indagato su questa struttura segreta, nel 2007 un gruppo di ufficiali dell’esercito pianificò alcuni omicidi eccellenti per fomentare la paura che la Turchia si stesse trasformando in uno Stato islamico. Tra questi, quello del giornalista armeno Hrant Dink, di don Andrea Santoro e di tre cristiani evangelici. Secondo alcuni osservatori – tra cui i reporter del settimanale Agos – anche l’omicidio di monsignor Luigi Padovese andrebbe ricollegato a quella trama. E nelle ultime settimane, dalle carte del processo, è emerso che i golpisti puntavano a uccidere anche il patriarca ecumenico Bartolomeo I.
Il complotto fallì. L’intervento dei soldati, che nei piani dei golpisti avrebbero dovuto intervenire per “ristabilire l’ordine”, non trovò il sostegno necessario, né in Turchia né all’estero. E le comunità cristiane, vittime di quell’aggressione, continuano a sperare di poter vivere in pace nella terra santa di Turchia.
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دمشق (4 آب/أغسطس) وكالة (آكي) الايطالية للأنباء
قال كاهن ايطالي مقيم في سوريا "نحن بحاجة إلى ديمقراطية برلمانية توافقية للخروج من الأزمة التي تجتاح وسط سوريا" منذ شهر آذار/مارس الماضي
وفي تصريحات لوكالة (آكي) الايطالية للأنباء الخميس، ربط الأب باولو دالّوليو تجاوز الأزمة التي "تسببت بمئات الضحايا، من جراء قمع المعارضة على يد نظام بشار الأسد، بوضع الأسس لدولة ديمقراطية ناضجة" وفق تأكيده
وأضاف الراهب اليسوعي الايطالي الأصل والمقيم في دير مار موسى الحبشي (على بعد 80 كم شمال دمشق) منذ ثلاثين عاما، أنه "في أعقاب مجزرة حماة وهي حقيقة مريرة بالنسبة للكثيرين"، والتي "يصعب تحديد حجم خسائرها البشرية نظرا للمعلومات المنحازة من قبل جانب أو آخر، يمكن الحديث عن بداية لحرب أهلية"، حيث "يمكن أن يحدث الأسوأ، أو على العكس فقد تمثل فرصة للخروج من الأزمة"، إن أخذنا بالاعتبار أن "النظام لا يزال يحظى بشعبية كبيرة في سوريا، ويمثل جزءا أساسيا من المجتمع لن يتخلى عن مكانته بسهولة" حسب رأيه
وأوضح الأب دالّوليو أن "النموذج المقترح في واقع الأمر هو ذلك الذي يشتمل على ديمقراطية برلمانية توافقية تتيح التوصل إلى حل للصراعات دون اللجوء إلى استخدام السلاح"، مشيرا إلى أنه "لتحقيق ذلك من الضروري أن تؤكد الدول الصديقة وكل ذوي الإرادة الطيبة في الخارج للحرس السوري القديم أن هناك إمكانية للتغيير دون الذهاب إلى السجن ومن خلال التوصل إلى مخرج ما" على حد قوله
وخلص الكاهن اليسوعي إلى القول "بطبيعة الحال لو تحرك الرئيس (الأسد) بالفعل لتنفيذ الإصلاحات التي يطالب بها الشعب، لكان سيصبح أول رئيس لسورية الجديدة"، لكن "هذا الاحتمال يتلاشى يوما بعد يوم" وفق تعبيره
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انفجرت سيارة مفخخة فجر اليوم الثلاثاء أمام كنيسة العائلة المقدسة للسريان الكاثوليك في مدينة كركوك شمال العراق ما أدى إلى إصابة خمسة عشر شخصا بجروح. ونقلا عن وكالة الصحافة الفرنسية أدى الانفجار إلى تدمير الأبواب والنوافذ ومحتويات الكنيسة وإلحاق أضرار بالمنازل المجاورة. هذا وقد استهدف اعتداء في الحادي والثلاثين من تشرين الأول أكتوبر 2010 كنيسة سيدة النجاة للسريان الكاثوليك في العاصمة بغداد ما أسفر عن مصرع أكثر من خمسين شخصا
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