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Visitatore
buona Quaresima
Cari amici,
la recente visita del presidente russo Medvedev al Papa Benedetto XVI ha rilanciato le prospettive di amicizia e collaborazione tra la Chiesa Cattolica e un grande paese ortodosso come la Russia, in cui la sfida del post-secolarismo si manifesta con grande rilievo su tematiche sociali, etiche e culturali non meno che nei paesi occidentali. I cristiani sono chiamati a proporre in modo forte e credibile nuove soluzioni e nuove prospettive per superare le tante crisi che rendono fragili gli uomini e le società di oggi, a tutte le latitudini e in tutti i contesti geografici; il mondo ha bisogno più che mai dell’annuncio di un Vangelo incarnato e vissuto nella verità e nell’unità, da tutti coloro che ad esso si richiamano, insieme a tutti gli uomini di buona volontà. L’inizio della Quaresima, del cammino di conversione che in questi giorni unisce cattolici e ortodossi, è un’occasione privilegiata per mostrare a tutti una testimonianza di amore possibile.
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VICARIATO ARABIA: PRESTO VICARIATO ARABIA DEL SUD E DEL NORD
Dal prossimo 31 maggio il vicariato apostolico d’Arabia, il più grande del mondo con i suoi 3 milioni di chilometri quadrati e 500.000 cattolici su una popolazione di quasi 5 milioni di persone, dal 2003 guidato da mons. Paul Hinder, si dividerà in due, Vicariato apostolico dell’Arabia del Sud e Vicariato apostolico dell’Arabia del Nord.
Nicola II, icona miracolosa
Centinaia di russi si sono affollati nei giorni scorsi a San Pietroburgo per baciare un'icona « miracolosa » dell'ultimo zar di Russia Nicola II, ucciso dai bolscevichi e canonizzato dalla Chiesa ortodossa nel 2000
Marco Tosatti
Centinaia di russi si sono affollati nei giorni scorsi a San Pietroburgo per baciare un’icona "miracolosa" dell’ultimo zar di Russia Nicola II, ucciso dai bolscevichi e canonizzato dalla Chiesa ortodossa nel 2000. “Sono russo e sono ortodosso e per me il santo martire Nicola II è un simbolo della Russia”, ha detto uno dei fedeli al cronista della France Presse, mentre era in coda in un centro di esposizioni nella zona sud dell'antica capitale russa.
Questa icona, che rappresenta Nicola II, è la replica di un originale che si trova negli Stati Uniti, riportata in Russia nel 1998 e venerata come miracolosa perché trasuda mirra. Il patriarca dell’epoca, Alessio II, aveva fatto mettere l’icona su un aereo, per farle sorvolare le frontiere della Russia. L’icona era stata esposta a San Pietroburgo nel 2000.
“La rinascita della Russia comincia con quella della fede. Sono molto contento di vedere così tante persone all’esposizione ortodossa, e in particolare vicino all’icona del martire”, ha dichiarato un fedele di 57 anni.
Dopo la caduta dell’Unione sovietica nel 1991 i sentimenti verso l’ultimo zar si sono modificati. Nicola II, sua moglie Alessandra e i loro cinque figli furono imprigionati, e poi uccisi senza processo dalla Tcheka, la polizia politica di Lenin, il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg nella regione degli Urali. I loro resti sono stati inumati nel 1998 a San Pietroburgo, nella fortezza Pietro e Paolo, nella tomba di famiglia dei Romanov.
© http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/rubricahome.asp?ID_blog=196 - 7 marzo 2011
Il Gesù di Nazareth del papa piace agli ebrei
05 Marzo 2011 di Maria Chiara Biagioni
© Fonte: Città Nuova
CHIESA: PATRIARCATO MOSCA CHIEDE 'ALLEANZA STRATEGICA' IN DIFESA VITA
(ASCA) - Roma, 6 mar - Il 'ministro degli esteri' del Patriarcato ortodosso di Mosca, metropolita Hilarion Alfeyev, ha lanciato la propsota di un'alleanza tra ortodossi, cattolici e ''protestanti tradizionali'' in difesa dei comuni valori cristiani.
No a nozze miste, islamici bruciano la chiesa
Un pretesto di sapore manzoniano - il classico matrimonio che non s’ha da fare-, ma in salsa islamica. Se c’è da appiccare il fuoco a qualche chiesa, e spedire al Creatore un cristiano non ci si fa pregare, ultimamente, in Egitto. L’ultima esplosione di odio nei confronti della comunità copta, nel ribollire delle violenze e nel clima di intolleranza che ha preceduto e accompagnato la fine del regime di Hosni Mubarak, è avvenuta a Foul, 30 chilometri a sud del Cairo.
Due morti, un sacerdote e tre diaconi dispersi, una chiesa bruciata. E tutto questo per ostacolare una storia d’amore tra due ragazzi: lui di religione cristiana, lei musulmana. La lite, scoppiata inizialmente tra le due famiglie (e costata la vita ai padri di lui e di lei), si è poi estesa alle comunità, e una folla di almeno quattromila musulmani ha preso d’assalto la chiesa di al-Shahidaine.
Siamo a Foul, vicino al più importante centro commerciale di Atfih, nel governatorato di Helwan. Padre Yosha, parroco della piccola comunità, e altri tre diaconi risultano dispersi. Diverse, e contrastanti, le voci sulla loro sorte, ma tutto fa pensare che il bilancio finale della tragedia possa essere ancora più pesante. Per alcuni, il parroco e i suoi diaconi sarebbero stati giustiziati. Altri dicono invece che sarebbero tenuti prigionieri non lontano dai locali della parrocchia e che il loro rilascio è questione di ore. I musulmani hanno attaccato la chiesa facendo esplodere all’interno sei bombole di gas, profanato le croci e distrutto le copule. Stando al racconto di testimoni oculare, di parte cristiana, truppe dell’esercito stazionate a Bromil, circa sette chilometri da Foul si sarebbero rifiutate di intervenire (o sarebbero state rimandate indietro da una folla di scalmanati musulmani i quali sostenevano che era tutto «a posto» e che la rissa era rientrata.
Un episodio «politico»? Una nuova fase di sanguinosa intolleranza nei confronti dei copti, come a Capodanno? O solo una rissa di paese, scatenata dal tabù della relazione mista, vista ancora dai musulmani come un’offesa che va lavata col sangue? Nella storia di Foul, naturalmente, le tre componenti si intrecciano, al punto che non è dato capire dove comincia un aspetto e dove si innesca l’altro. Così alta, tuttavia, è la tensione fra i due gruppi religiosi che gli oltre 12 mila cristiani copti residenti nel villaggio si sono chiusi in casa per evitare di fare da bersaglio agli avversari.
L’incidente è stato innescato dalla relazione tra il giovane Ashraf Iskander, cristiano copto, e una ragazza di famiglia musulmana. La regola infame della tradizione, in questo sud del sud musulmano, arcaico e ignorante, avrebbe voluto che il padre della giovane la sacrificasse, uccidendo poi il suo spasimante. Le due famiglie invece avevano accettato, obtorto collo, e sfidando la disapprovazione delle due comunità, quella relazione pericolosa. Ad Ashraf era stato tuttavia imposto di allontanarsi dal paese (forse, quella relazione si sarebbe potuta trasformare in un matrimonio, ma lontano dal paese, chissà, magari al Cairo o ad Alessandria). Ma ci si è messo di mezzo l’«onore», come in una Caltanissetta degli anni Cinquanta, giacché un cugino della ragazza si è sentito in dovere, per salvare appunto l’onore della famiglia, di uccidere lo zio, ovvero il padre della giovane. Il fratello di quest’ultima, in una sorta di perverso e sanguinoso moto circolare della vendetta ha a questo punto ucciso il cugino. A scaldare gli animi della comunità musulmana, alla quale non è parso vero di poter imputare il sangue versato dai membri della loro comunità ai «diavoli» cristiani, c’è voluto pochissimo.
Egitto:chiesa incendiata, due morti
(ANSA) - IL CAIRO, 5 MAR - Una chiesa e' stata incendiata vicino a Helwan, a sud del Cairo. Due musulmani sono rimasti uccisi.
Avevano avuto un violento litigio, con scambio di colpi d'arma da fuoco, con un cristiano copto perche' il figlio di quest'ultimo aveva una relazione con la figlia di uno dei musulmani. Dopo che i due morti sono stati sepolti, i parenti hanno marciato sulla chiesa copta della Vergine e l'hanno devastata dandole fuoco.
© ANSA - 5 marzo 2011
PRESENTAZIONE DEI LINEAMENTA DELLA XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede si tiene la conferenza stampa di presentazione dei Lineamenta della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che avrà luogo in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema «Nova evangelizatio ad christianam fidem tradendam - La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana».
Testimoni di riconciliazione
CITTA' DEL VATICANO, 3 MAR. 2011 (VIS). Questa mattina è stata resa pubblica la Dichiarazione congiunta del XXI Incontro del Comitato Internazionale di collegamento cattolico-ebraico, tenutosi a Parigi (Francia), dal 27 febbraio al 2 marzo. "La Conferenza, intitolata 'Quaranta Anni di Dialogo - Riflessioni e future prospettive", ha esaminato il passato, il presente e il futuro del dialogo cattolico-ebraico nei contesti internazionali". Il Comunicato segnala inoltre che: "La Conferenza ha posto in rilievo il positivo rapporto che ebbe inizio con il Concilio Vaticano II e con la promulgazione della 'Nostra Aetate' (la dichiarazione sul rapporto della Chiesa con le religioni non-cristiane) nel 1965". "Un risultato importante della Conferenza è stato l'approfondimento dei rapporti personali e il desiderio condiviso di affrontare insieme le enormi sfide davanti alle quali si trovano i cattolici e gli ebrei in un mondo in rapida e imprevedibile trasformazione". "La Conferenza ha esaminato gli attuali avvenimenti che stanno avendo luogo in alcune parti dell'Africa del Nord e nel Medio Oriente dove milioni di esseri umani aspirano alla dignità e alla libertà. In molte parti del mondo, minoranze, specialmente minoranze religiose, sono discriminate, minacciate da ingiuste restrizioni della propria libertà religiosa, e perfino soggette alla persecuzione e all'assassinio. I partecipanti hanno espresso profonda tristezza nel constatare ripetuti esempi di violenza o terrorismo 'in nome di Dio', inclusi gli accresciuti attacchi contro i cristiani, e appelli alla distruzione dello Stato di Israele".
© VIS - 3 marzo 2011
TERRA SANTA: P. HAZBOUN (SEMINARIO LATINO), IL RUOLO DEL PRETE ALLA LUCE DEL SINODO
“Insegnare ad ascoltare il grido del povero e dell’oppresso, incoraggiare ogni credente e la sua famiglia ad avere e leggere la Bibbia, a meditarla nella lectio Divina, promuovere nei fedeli il dialogo ecumenico ed interreligioso”: sono questi alcuni dei compiti del presbitero in Terra Santa tratteggiati da padre Louis Hazboun, del seminario del Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ha tenuto, il 1 marzo, una relazione ad un ritiro di preti della diocesi di Gerusalemme. Partendo dalle conclusioni del Sinodo dei vescovi per Medio Oriente dello scorso ottobre, padre Hazboun ha ribadito che “solo attraverso la riscoperta della Parola di Dio si possono affrontare le sfide come quelle legate alla situazione di tensione, di paura e di frustrazione” che affliggono la Terra Santa. Il sacerdote ha inoltre ricordato che il 2011 è stato designato “Anno della Bibbia” nella diocesi di Gerusalemme ed invitato per questo “ogni famiglia a tenere una Bibbia in casa e meditarla attraverso la Lectio Divina”. A livello comunitario, ha aggiunto, “il parroco dovrebbe anche, in collaborazione con i suoi fedeli, creare un sito biblico dove mettere a disposizione spiegazioni su passi delle scritture utili a rafforzare l’attività apostolica”. Particolare riguardo dovrà, infine, essere dato “al dialogo ecumenico ed interreligioso.
© SIR - 3 marzo 2011
La scommessa egiziana
Intervista con Antonios Naguib di Gianni Valente
Prima la strage di Alessandria, con le decine di morti dell’attentato alla chiesa copta ortodossa dei Santi, la notte del 31 dicembre. Poi, la rivolta esplosa nelle piazze egiziane, gli scontri, i morti, la fine del regime di Mubarak e l’inizio di una transizione dall’approdo ancora incerto. Per i cristiani d’Egitto, come per tutti gli altri egiziani, questo è davvero un tempo pieno di domande. Un tempo in cui si intrecciano ansie, trepidazioni e speranze disarmate. E dove il massimo del realismo coincide con la preghiera di ringraziamento e di affidamento alla misericordia di Dio. Come testimonia nell’intervista che segue anche Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti cattolici.
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Beatitudine, che cosa è successo in Egitto? E lei come ha vissuto gli ultimi avvenimenti?
ANTONIOS NAGUIB: Abbiamo vissuto dei giorni angosciosi, che il mondo intero ha potuto seguire sui media. I partiti e i gruppi di opposizione al regime e al governo hanno iniziato a organizzare delle manifestazioni grandissime, a cominciare da martedì 25 gennaio. Chiedevano il «cambiamento», un cambiamento radicale e immediato del regime, della Costituzione, del governo e del presidente. Il presidente Mubarak ha cercato di soddisfare i manifestanti e l’opinione pubblica con delle concessioni parziali, che sono state considerate insufficienti. La fine è nota, ed è stata la dimissione di Mubarak.
Come è stata possibile una esplosione così improvvisa?
In verità non si può dire che sia stata improvvisa. Molti analisti segnalavano da tempo elementi che preparavano tale esplosione, che è avvenuta come l’eruzione di un vulcano. A spingere il popolo all’insurrezione si sono sommati diversi fattori: l’abuso del potere, la corruzione, il monopolio dell’industria e dei terreni da parte di alcuni uomini di affari. Poi tutti i problemi sociali: disoccupazione dei giovani, impossibilità di trovare abitazioni a prezzo ragionevole e quindi difficoltà a metter su famiglia; e, ancora, l’aumento continuo dei prezzi degli alimenti e dei servizi.
Ci sono stati molti morti. Ma in alcuni momenti si è temuta una guerra civile ben più sanguinosa.
In tutte le Chiese di tutte le denominazioni si sono offerte preghiere quotidiane per la pace nel Paese. E ora ringraziamo Dio onnipotente per come sono andate le cose, e preghiamo per la pace e il bene dell’amato Egitto, affinché possa guardare a un futuro migliore e più luminoso.
Chi sono stati gli attori veri della rivolta? Come vede il ruolo dei Fratelli musulmani nell’attuale fase, e in futuro? E quello dell’esercito?
I primi da ringraziare sono i giovani patrioti che hanno guidato tutti al rifiuto di una situazione sbagliata che regnava nel Paese da troppo tempo. Quanto ai Fratelli musulmani, essi non nascondevano la loro opposizione radicale. Ma non erano loro a guidare la sollevazione. L’esercito ha voluto evitare di affrontare la popolazione con le armi, e penso che abbia avuto un ruolo decisivo nello spingere Mubarak alle dimissioni.
È stata una rivolta spontanea, o ci sono state interferenze esterne per destabilizzare l’Egitto?
L’inizio delle manifestazioni dei giovani, il 25 gennaio, era pacifico e molto corretto. Poi altri elementi si sono infiltrati, e sono iniziati gli atti di vandalismo. Il ritiro delle forze di polizia ha aperto le porte a tutti i malfattori. Ma è allora che si è vista la cosa più interessante: in ogni strada i giovani e gli uomini, cristiani e musulmani, in una solidarietà meravigliosa, si sono spontaneamente organizzati in “comitati popolari” per difendere gli abitanti e i beni, e si è potuto riportare sicurezza e tranquillità.
Ma nelle dimissioni di Mubarak quanto hanno pesato le pressioni occidentali – in particolare degli Stati Uniti – e dell’esercito? E come vengono valutate tali pressioni dalla popolazione egiziana?
Non posso dire se le pressioni occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, abbiano veramente avuto un peso effettivo nella decisione definitiva di Mubarak di dimettersi. Perché se le manifestazioni si fossero fermate con le sue prime concessioni, egli non si sarebbe ritirato prima della fine del suo mandato. Sono stati i giovani e gli altri manifestanti, decisi a non accettare meno delle dimissioni totali e definitive, che lo hanno portato all’ultima decisione. Se non l’avesse fatto, credo che l’esercito avrebbe decretato e dichiarato la sua espulsione dal potere.
E adesso? Secondo lei come va a finire?
Secondo me c’è davvero la possibilità di avviare un processo che gradualmente porti l’Egitto ad avere una sua propria posizione tra i Paesi moderni. Un Paese civile e democratico basato sulle leggi, dove la libertà di ognuno sia rispettata e dove i rapporti tra le persone siano regolati sulla base della cittadinanza condivisa e comune, con pari diritti e pari doveri per tutti. Le manifestazioni esprimevano questo tipo di richieste politiche. Questa può davvero e finalmente essere la strada per evitare divisioni e scontri tra i gruppi sociali e religiosi, garantendo a tutti la possibilità di esprimersi e di dare il proprio contributo al bene comune. Senza che vi siano categorie e gruppi discriminati nella società e nella politica. L’Egitto si trova a un crocevia importante dal punto di vista politico, economico e sociale. La ricostruzione del Paese potrà davvero ravvivare le radici di una civiltà che ha segnato il mondo per secoli.
Come hanno vissuto i cristiani questo tempo?
Con e come tutti i nostri concittadini, noi abbiamo vissuto questi eventi drammatici con un profondo sentimento di apprensione. Come ho detto, tutte le Chiese si rivolgono al nostro unico soccorso: la Misericordia divina. Mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio, e adesso lo imploriamo di dare luce e coraggio ai leader dei gruppi e delle organizzazioni per camminare insieme sulla via della ricostruzione.
All’inizio delle proteste, i leader cristiani erano prudenti. C’era chi invitava i cristiani a non partecipare alle manifestazioni. Si teme forse che la destabilizzazione del regime potrà col tempo portare per loro nuove sciagure, come è avvenuto in Iraq?
Mi rassicura il fatto di aver rivisto in atto in questi giorni una cosa che da tempo non si era più vista: una unità concreta tra i cittadini, vecchi e giovani, cristiani e musulmani senza distinzioni e discriminazioni, nel comune proposito di agire per il bene dell’Egitto, per la salvezza e la sicurezza del Paese. Spero che questi sentimenti potranno rimanere e radicarsi nei cuori. Questa esperienza ha rischiarato lo sguardo di molti. Adesso tutti vedono che chi fomenta le divisioni e i contrasti verso gli altri egiziani sulla base delle diversità religiose in realtà mira a distruggere questa unità e a destabilizzare l’Egitto.
Sta di fatto che il regime autoritario di Mubarak nelle sue espressioni ufficiali contrastava i conflitti religiosi e, nonostante tutto, era considerato da molti osservatori come un fattore di “protezione” dei cristiani, colpiti da violenze ricorrenti negli ultimi decenni. Non c’è davvero il rischio di rimpiangere, magari tra un po’ di tempo, la rigida onnipresenza delle forze di sicurezza?
È vero che molti cristiani pensavano che il regime di Mubarak garantiva loro una certa protezione, e temevano che il cambiamento del regime potesse portare i Fratelli musulmani al potere. Finora tale pericolo rimane un po’ lontano, anche se non è del tutto rimosso. D’altra parte le forze armate hanno chiaramente dichiarato che il loro compito è provvisorio in vista di preparare il pieno ristabilimento del governo civile.
Poco prima della rivolta generale, l’Egitto era stato al centro di attenzioni e polemiche internazionali proprio per la strage dei cristiani copti ad Alessandria d’Egitto, lo scorso 31 dicembre. Secondo lei c’è un collegamento tra le due cose?
Ho valutato questa ipotesi dal primo momento. Perché avevo vissuto eventi simili negli anni Ottanta e Novanta, quando ero vescovo a Minya. Allora avevamo vissuto circa cinque anni di attacchi mortali contro i cristiani. Gli autori di quegli attacchi volevano sovvertire il regime, ma non ci sono riusciti. Quindi cominciarono ad attaccare direttamente la polizia e i rappresentanti del governo, fino a uccidere il grande imam di Al-Azhar. Il bersaglio era il regime, i cristiani erano solo il ponte di passaggio verso quell’obiettivo.
Negli ultimi eventi, si è detto che le forze di polizia che si erano ritirate nei primi tre giorni del sollevamento, e che così avevano aperto la strada a tutti gli atti di vandalismo che conoscete, avevano ricevuto quest’ordine dal ministro degli Interni, il quale voleva provare in questo modo che la sua persona era indispensabile per il presidente e per il regime. In quei giorni, nonostante l’assenza totale della polizia che abitualmente gestiva i posti di guardia davanti a ogni chiesa, non c’è stato nemmeno un attacco alle chiese. Questo fatto ha dato peso all’ipotesi, circolata particolarmente tra i cristiani, secondo cui lo stesso ministro dell’Interno aveva pianificato la strage di Alessandria, per giustificare un rafforzamento dei controlli di polizia. In ogni caso, la spontaneità delle sollevazioni giovanili e popolari ha spazzato via tutti gli eventuali calcoli criminosi.
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Mi rassicura il fatto di aver rivisto in atto in questi giorni una cosa che da tempo non si era più vista: una unità concreta tra i cittadini, vecchi e giovani, cristiani e musulmani, senza distinzioni e discriminazioni. Spero che questi sentimenti possano radicarsi nei cuori |
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Dopo la strage di Alessandria del 31 dicembre, anche i grandi media internazionali si sono occupati dei cristiani copti d’Egitto. Spesso senza spiegare bene chi sono.
I copti sono i cristiani dell’Egitto che secondo la tradizione hanno ricevuto la fede cristiana dall’apostolo san Marco. Dopo, con Diocleziano, il grande persecutore, venne l’era dei martiri, che diede inizio (nell’anno 284) al calendario copto. Nel IV secolo, con la libertà religiosa, la fede cristiana si diffuse in tutto l’Egitto. La Chiesa d’Alessandria a quel tempo aveva un ruolo eminente, con i suoi grandi teologi: Origene, sant’Alessandro, san Cirillo e sant’Atanasio. Fino a quando, nel 451, la Chiesa copta, insieme a quella etiope, a quella sira e a quella armena, rifiutò le decisioni del Concilio di Calcedonia.
Come si riflettono nella vita e nelle devozioni dei fedeli le origini apostoliche della Chiesa in Egitto?
La devozione a san Marco è fortissima. Viene venerato da tutti come l’apostolo fondatore. E poi l’Egitto è stato anche uno dei Paesi dove Gesù è vissuto, quando, dopo la sua nascita, Maria e Giuseppe vi trovarono rifugio per fuggire a Erode. Tutto il percorso della Sacra Famiglia è costellato di luoghi e di santuari che sono meta di pellegrinaggi.
San Marco era il discepolo di Pietro. Ebbe dal Principe degli apostoli l’ordine di scrivere il suo Vangelo. Quindi c’è fin dalle origini un legame tra la Chiesa copta e il vescovo di Roma.
Fino al 451 la Chiesa era praticamente una, poi vennero le separazioni. A partire dalla prima metà del XVIII secolo una piccola parte dei copti ha confessato la propria comunione con il vescovo di Roma, e nel 1895 papa Leone XIII costituì il Patriarcato copto cattolico. Ma la visione del legame con la Chiesa di Roma rimane un punto controverso nei rapporti con i nostri fratelli della Chiesa copta ortodossa. Loro dicono: unità nella fede sì, nella carità sì, ma sottomissione da inferiore a superiore no. Dicono che questa era la situazione dei primi secoli, condensatasi più tardi nella Pentarchia, la struttura dei cinque Patriarcati, tra i quali quello di Roma, che, secondo loro, aveva un primato nella carità, ma non nella giurisdizione.
Per inciso, al recente Sinodo sul Medio Oriente, il cardinale Levada ha annunciato di voler raccogliere suggerimenti e proposte dei capi delle Chiese orientali sul tema del primato, per cercare su questo punto nuovi spunti di dialogo con gli ortodossi. Questa iniziativa è andata avanti? Voi patriarchi cattolici orientali siete stati contattati dalla Congregazione per la Dottrina della fede?
Finora no. Al Sinodo è stata auspicata una maggiore partecipazione dei patriarchi cattolici orientali alla vita della Chiesa cattolica. Sono state avanzate alcune proposte pratiche, come quella di ammettere i patriarchi orientali al Sacro Collegio che elegge il Papa in virtù del loro stesso ufficio patriarcale e senza che debbano essere creati cardinali. Sarebbero segnali di un maggior coinvolgimento, ma non rappresentano una soluzione. E certo non sono cose che possono soddisfare i nostri fratelli ortodossi. Per loro il criterio è quello dell’autocefalia, cioè dell’autonomia di ogni Chiesa locale. E la questione del primato va posta nei termini in cui era condivisa nei rapporti tra gli apostoli e tra i loro primi successori.
Dal rifiuto del Concilio di Calcedonia in poi, le comunità cristiane autoctone d’Egitto vengono collegate al monofisismo, la dottrina condannata da quel Concilio secondo la quale la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina. Cosa rimane di quelle dottrine nella spiritualità copta?
In realtà, fin da allora, le dispute riguardavano aspetti terminologici più che sostanziali. E come accade anche oggi, le dispute dottrinali erano alimentate anche da questioni politiche. A quel tempo l’Egitto era sotto il dominio dei bizantini, che avevano accettato il Concilio di Calcedonia e volevano imporre nelle sedi episcopali vescovi “calcedoniani” a loro politicamente fedeli, a partire dalla sede patriarcale di Alessandria. Gli egiziani identificavano la fede “calcedoniana” come un segno distintivo della fede imperiale, e soprattutto sotto la spinta dei monaci si organizzarono in Chiesa di popolo, lasciando ai calcedoniani il controllo di una gerarchia filoimperiale protetta dalle guarnigioni bizantine. Ma dal punto di vista dottrinale, già nel VI secolo in Egitto erano state rifiutate le dottrine che sostenevano la fusione tra la natura umana e la natura divina di Gesù. Nel 1988 i rappresentanti della Chiesa copta ortodossa e della Chiesa cattolica hanno sottoscritto una dichiarazione cristologica concordata per esprimere la loro fede condivisa in Gesù Cristo, «perfetto nella Sua Divinità e perfetto nella Sua Umanità», che «ha reso la Sua Umanità una con la Sua Divinità senza mescolanza, commistione o confusione».
Secondo lei che cosa definisce, nel vissuto concreto, la spiritualità della Chiesa copta?
Qui occorre distinguere. Noi copti cattolici ci siamo formati con l’aiuto di professori ed educatori cattolici. Dunque facendo tesoro di tutti i nuovi contributi teologici e spirituali emersi nel cattolicesimo nel corso dei secoli. Per sua propria attitudine, il nostro pensiero si aggiorna continuamente, sollecitato dall’insegnamento che viene sia dal Papa sia dalle Congregazioni, dai Concili, dai teologi e dai santi.
E invece, i copti ortodossi?
Per loro le cose stanno diversamente. Noi copti cattolici distinguiamo tra patrimonio spirituale ascetico-monastico e patrimonio teologico-dogmatico. Mentre per loro la teologia coincide con la Sacra Scrittura, con i Padri della Chiesa e con la ricca tradizione spirituale monastica. Così tutto rimane uguale all’inizio; non c’è quella differenziazione a cui si assiste nella Chiesa cattolica attraverso i secoli. E devo dire che per noi copti cattolici la vicinanza con questa realtà dei nostri fratelli copti ortodossi è un aiuto, perché la nostra formazione “all’occidentale” contiene un rischio di intellettualismo. Mentre da loro è tutto molto più semplice ed essenziale. Il punto che ci unisce tutti è la liturgia. Dobbiamo dire che la fede in Egitto si è custodita e tramandata non per la teologia, per la cultura civile, per i grandi predicatori, ma per l’attaccamento viscerale alla liturgia vissuto dai cristiani delle nostre parti. È la liturgia la nostra vera patria spirituale.
E i pellegrinaggi?
Anche i pellegrinaggi hanno un posto eminente nella vita dei nostri fedeli. Lì si ritrova chi proviene da ogni parte dell’Egitto; lì si riscopre di essere un’unica famiglia, nella fede e nella venerazione dei santi. Anche noi copti cattolici ci rechiamo in pellegrinaggio nei santuari ortodossi e nei luoghi dove, secondo la tradizione, è passata la Sacra Famiglia.
È vero che vengono anche i musulmani?
Certo. Vengono a trovare san Giorgio e la Vergine Maria, che è citata nel Corano come la più onorata tra tutte le donne, e che anche per loro ha dato una nascita miracolosa al suo figlio, che loro considerano il più grande dei profeti. Dunque la Vergine Maria è un ponte di unità. E poi, anche santa Teresa di Lisieux. C’è al Cairo una Basilica dedicata a Teresina che è molto frequentata dai musulmani.
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In quei giorni i posti di guardia davanti alle chiese erano stati tolti, ma non c’è stato nemmeno un attacco. Questo ha dato peso all’ipotesi, circolata tra i cristiani, secondo cui lo stesso ministro dell’Interno aveva pianificato la strage di Alessandria del 31 dicembre, per giustificare un rafforzamento dei controlli di polizia |
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Davvero? E come mai?
È la loro santa bambina prediletta. Il santuario sta in un quartiere molto popolare. Succede che quando qualcuno è malato, ha un bisogno urgente, ha problemi di lavoro o di famiglia, magari un amico o un’amica cristiana gli dice: andiamo a pregare santa Teresina. Vanno lì, si fermano davanti alla statua della santa, accendono le candele, e pregano con tanto ardore. Spesso li ho visti anche piangere. E veramente i miracoli succedono, e ci si passa la voce, da amico ad amico. Così è diventato un santuario frequentato ugualmente da musulmani e cristiani. Ci sono anche dei libretti in arabo che raccontano la sua storia. Una santa così giovane, così disarmata… la prendono molto bene.
I rapporti con i musulmani sono sempre stati una cartina di tornasole del carattere autoctono, “egiziano”, della Chiesa copta. Fin dal loro arrivo.
A quel tempo, nel settimo secolo, i copti erano non solo marginalizzati, ma perseguitati dai bizantini, che erano i dominatori. Come ho detto, ad Alessandria c’era il patriarca bizantino imposto dall’impero. Quando arrivarono i conquistatori musulmani, i copti li accolsero come dei liberatori. Il primo loro governatore, Amr ibn al-As, assicurò che avrebbe rispettato la fede dei copti e i loro luoghi di culto, cosa che in effetti avvenne con lui e con i suoi primi successori. Così i monaci e i vescovi copti poterono riprendere la direzione spirituale del popolo e anche una collocazione sociopolitica riconosciuta nel nuovo ordine musulmano.
Poi, però, le cose peggiorarono.
Il tempo dei sovrani mamelucchi e poi dei sultani turchi fu segnato dalle violenze e anche da ripetuti tentativi di cancellare i copti. Loro si spostarono in buona parte nelle aree del sud, dove potevano vivere una vita un po’ più tranquilla.
E adesso? Ci sono ancora aree o gruppi sociali dove si concentrano i cristiani?
Adesso i cristiani vivono in tutto il Paese, dalle coste del nord fino ai confini col Sudan. C’è qualche raro villaggio dove tutti gli abitanti sono cristiani. Ma in genere viviamo mescolati col resto del popolo egiziano. Prima c’erano quartieri del Cairo dove i cristiani erano prevalenti, ma ora anche questo fenomeno va diminuendo. Non abbiamo enclave. E non siamo identificati nemmeno con una classe sociale. Ci sono cristiani in tutti i ceti, dai fellah, i contadini, fino all’élite ricca. Sempre in una proporzione che non supera il 10 per cento. Di ricchi ce ne sono, anche ben conosciuti a livello internazionale, ma sono sempre pochi rispetto ai ricchi musulmani. E tra i copti cattolici i ricchi sono pochissimi, quasi inesistenti… [ride, ndr].
Eppure a partire dall’Ottocento anche tra i copti emerse un certo nazionalismo che li identificava come i veri eredi degli antichi egizi e considerava i musulmani alla stregua di “stranieri”. La borghesia copta battezzava i suoi figli con i nomi dei faraoni.
A dire il vero questo esiste nella mentalità copta. Io dico che questo è un dato di fatto: i cristiani copti erano in Egitto prima dell’arrivo dei musulmani. Ma non bisogna fare di questo un fattore di opposizione verso gli altri egiziani. Come si fa a cancellare quattordici secoli di convivenza? Allora anche i musulmani potrebbero dire: in fondo voi siete qui “solo” da sette secoli prima di noi… Casomai, questo argomento va utilizzato per definire un terreno comune che ci unisca nel presente e nel futuro come ci ha unito nella gioia e nel dolore per quattordici secoli fino a oggi. Abbiamo lottato insieme per l’indipendenza, abbiamo sofferto insieme nelle ultime guerre, dove il sangue dei cristiani è stato versato insieme a quello dei musulmani.
I copti non hanno provato grande rammarico quando, nell’Egitto moderno, i presidi delle potenze occidentali sono stati smantellati.
Tutt’altro. Non vedevano nel potere delle potenze occidentali un elemento di protezione dei cristiani. Per loro era un fattore di indebolimento della Chiesa locale, con il passaggio di membri dalla Chiesa copta ortodossa a quella copta protestante. È quello che dicono anche per i copti cattolici. D’altra parte la libertà religiosa non si può negare. E nell’Egitto moderno non c’è stata una dominazione che ha favorito la nascita della Chiesa copta cattolica. Anche adesso siamo solo 250mila. Non ci si può accusare di proselitismo.
Nella Chiesa copta ortodossa, anche nei lunghi periodi di marginalità, i laici hanno sempre avuto una grande influenza nella guida della vita ecclesiale.
Prima erano loro a gestire tutto. I notabili laici avevano soldi e posizioni socialmente influenti, il clero non era istruito. Nei monasteri andavano i contadini, si prendevano quelli più pii e si facevano vescovi. È stato così fino al patriarca Cirillo VI, il predecessore dell’attuale patriarca Shenouda III, che era un santo uomo di Dio e ha iniziato ad attirare nei monasteri anche alcuni giovani universitari, e poi li ha consacrati vescovi per la missione tra il popolo. Questi vescovi, insieme con i laici, hanno lanciato le scuole domenicali di catechismo, e da lì è partita una corrente di rinnovamento che ha coinvolto tutta la comunità copta. Un rinnovamento fiorito intorno ai monasteri. Da questo contesto vengono i vescovi ordinati dal patriarca Shenouda III. Sono più di cento, e adesso sono loro a dirigere la Chiesa. Il peso dei laici è diminuito, ma rimane molto grande.
Molte comunità cristiane d’Oriente sono caratterizzate da una certa discrezione. Tendono a non essere troppo socialmente appariscenti. Invece in Egitto i copti manifestano una certa esuberanza anche nella loro visibilità pubblica. Grandi monasteri, grandi cattedrali, manifestazioni pubbliche.
Certo, quella copta è una Chiesa visibile, presente, attiva. Ma non si tratta di un voler apparire. Il fatto è che, pur essendo minoranza, sono una minoranza molto consistente. Sono tanti, almeno otto milioni, non possono certo nascondersi.
Torniamo alla drammatica situazione presente. La strage dell’ultimo dell’anno ha impressionato tutti. Ma i copti avevano già subito attacchi e violenze, fin dagli anni Ottanta. Cosa è cambiato, rispetto al tempo precedente?
C’è il fenomeno generale di una crescita delle correnti fondamentaliste e islamiste, che al Sinodo abbiamo definito “islam politico”. Questo fenomeno ha diverse forme e manifestazioni. Alcuni di questi gruppi si sforzano di fare il lavaggio del cervello ai giovani per realizzare disegni di dominio, localmente e mondialmente. Non lo nascondono, lo dicono chiaramente, lo scrivono. E viste le condizioni di difficoltà vissute nei nostri Paesi, ci riescono. Tra questi c’è chi diffonde una mentalità di rifiuto e di odio dell’altro. Da questo humus possono uscire gruppuscoli che decidono di fare colpi di morte come l’attentato di Alessandria.
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Come cristiani dell’Egitto – cattolici, protestanti e ortodossi, senza differenze – vediamo che ogni appello a pressioni diplomatiche, a iniziative punitive o a sanzioni economiche rivolte all’Egitto per le vicende che riguardano i cristiani egiziani, è il danno più grave che si possa fare agli stessi cristiani |
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Dietro le violenze ai cristiani ci sono i Fratelli musulmani, come sostiene qualcuno?
I Fratelli musulmani sono partiti da un’ideologia che promuoveva il rinnovamento dell’islam per tornare alla purezza delle origini. Questo presto è diventato un orientamento politico che pretendeva di tornare al modo di vita dei tempi del Profeta attraverso l’imposizione integrale della Sharia e della dominazione islamista nella società. Ma poi le cose si sono evolute. Anche all’interno dei Fratelli musulmani si sono create diverse ramificazioni, i diversi gruppi spesso prendono strade diverse e si scontrano. Non possono essere messi tutti nello stesso sacco. Ogni generalizzazione è fuorviante. Occorre distinguere un gruppo dall’altro. Adesso, poi, ci sono i nuovi gruppi salafiti che attaccano gli altri, compresi i Fratelli musulmani, in nome di una loro presunta maggiore purezza islamica.
Il gran merito storico del Sinodo per il Medio Oriente è stato quello di aver definito con chiarezza questa situazione, in una prospettiva di comunione all’interno della Chiesa, con gli altri cristiani e poi con gli altri concittadini, per costruire società basate sul diritto, sul rispetto dei valori comuni e sull’eguaglianza nella cittadinanza.
Anche in passato, davanti agli attacchi e alle violenze subite dai copti, la Chiesa in Egitto non ha mai attribuito colpe alla maggioranza islamica o all’islam in generale. E adesso?
Dopo la tragedia di Alessandria, c’è stata una riaffermazione ancora più forte del destino comune che in Egitto è condiviso da cristiani e musulmani. Tutti gli interventi in televisione e sui giornali, anche da parte degli intellettuali e delle guide della comunità musulmana, a partire dal grande imam di Al-Azhar, si sono mossi in questa linea, più di prima.
Alle parole del Papa sono seguite reazioni clamorose. Fino alla sospensione dei rapporti di dialogo con la Santa Sede da parte dell’Università di Al-Azhar, il massimo centro d’insegnamento religioso dell’islam sunnita. Come sono andate le cose?
Una televisione [Al Jazeera, ndr] ha riportato in maniera distorta le notizie, dicendo che il Papa aveva chiamato gli Stati e i governi dell’Occidente a intervenire per proteggere i cristiani perseguitati in Egitto e in Medio Oriente. Il Papa non ha mai detto questo. Ma quella falsa versione delle sue parole è stata presa come se fosse la versione ufficiale. Ed è diventato il pretesto per cui Al-Azhar ha sospeso il dialogo con la Santa Sede.
Insomma, si sono travisate le parole del Papa. Ma in Occidente ci sono state davvero campagne organizzate, giunte anche al Parlamento europeo, dove si chiedeva di sospendere gli aiuti ai Paesi che non proteggono i cristiani.
Questa è un’attitudine sbagliata. E finisce per confermare le interpretazioni erronee delle parole del Papa. Come cristiani dell’Egitto – cattolici, protestanti e ortodossi, senza differenze – vediamo che ogni appello a pressioni diplomatiche, a iniziative punitive o a sanzioni economiche rivolte all’Egitto per le vicende che riguardano i cristiani egiziani, è il danno più grave che si possa fare agli stessi cristiani. Volevo dirlo anche a Bruxelles, al Parlamento europeo, dove mi avevano invitato a parlare della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente. Ma non ho voluto lasciare il Paese, nelle circostanze tragiche di questi giorni.
Come hanno valutato tali iniziative e gli appelli del Papa i copti ortodossi?
Anche loro sono stati condizionati dalla versione distorta che ne è stata data. E ufficialmente hanno assunto lo stesso criterio di giudizio espresso dall’imam di Al-Azhar. Noi, come cattolici, abbiamo un legame di fede e di gerarchia con il vescovo di Roma. Ma non abbiamo certo alcun obbligo di sentirci vincolati dalle iniziative di gruppi e organismi europei, occidentali o internazionali. Sono importanti e da valorizzare i contributi che possono venire da tutti, ma l’obiettivo a cui guardare è quello di favorire un clima positivo e individuare terreni comuni di convivenza e collaborazione, e non di peggiorare le tensioni e i conflitti.
Per terminare vi chiederei innanzitutto di pregare per la pace e la tranquillità dell’Egitto, e di tutti i Paesi che soffrono d’instabilità e di violenza. E vi ringrazio per il vostro interesse e la vostra vicinanza.
© 30 giorni
Pakistan, attacco anti-cristiano Ucciso ministro minoranze religiose
(ASCA) - Roma, 2 mar - Il ministro pakistano per le minoranze, Shahbaz Bhatti, e' stato ucciso questa mattina da un commando armato. L'attentato, riferisce l'agenzia AsiaNews, e' stato compiuto nel quartiere I-8/3 da un gruppo di uomini mascherati che hanno teso un agguato al ministro per strada. L'hanno tirato fuori dalla sua auto e hanno aperto il fuoco contro di lui a brevissima distanza, prima di fuggire su un'automobile.
Cairo, i copti chiedono una nuova chiesa
Per il terzo giorno consecutivo un migliaio di manifestanti copti hanno protestato davanti alla sede della televisione pubblica del Cairo, dopo che era stata alle fiamme una chiesa nella regione di Helwan, a sud della capitale. Uno degli attivisti copti, Nabil Ghobrial, ha spiegato che i manifestanti non se ne andranno fino a che non verranno accolte le loro richieste. E cioé la ricostruzione della chiesa incendiata, la punizione dei responsabili e la messa in sicurezza di tutti i luoghi di culto cristiani in Egitto. Domenica 6 marzo il capo del consiglio supremo delle forze armate Hussein Tantawi aveva assicurato che l'edificio verrà ricostruito entro l'anno.
DISORDINI IN ATTESA DEL NUOVO GOVERNO. Il Cairo è stata teatro di violenti scontri nel corso dei giorni precedenti. Domenica l'esercito egiziano ha sparato nel pieno centro su alcuni manifestanti quando questi hanno cercato di avvicinarsi a uno degli edifici della sicurezza di Stato, nei pressi dell'ambasciata degli Stati Uniti. Altri spari sono stati avvertiti nei pressi del Ministero dell'interno.
A Monofiya, qualche centinaia di chilometri a nord, decine di manifestanti hanno assaltato il quartier generale della sicurezza di stato. Una situazione analoga, secondo alcuni siti internet, si é verificata anche al dipartimento delle carceri del Cairo, nella centrale strada Ramses. Questo a poche ore dall'insediamento del nuovo governo atteso per il 7 marzo. Essam Sharaf, infatti, giurerà davanti al capo delle forze armate.
© Lettera 43 7 marzo 2011
LIBIA: VESCOVO TRIPOLI, 2000 ERITREI IN CHIESA, NON POSSIAMO AIUTARLI
(ASCA) - Citta' del Vaticano, 28 feb - ''Vorrei lanciare un appello per i circa 2mila eritrei che ieri si sono riversati nella chiesa e nei nostri locali chiedendo aiuto e assistenza'': a dirlo all'agenzia vaticana Fides e mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, in Libia. ''Ci duole il cuore perche' non possiamo fare niente per loro. Il mio pensiero va soprattutto alle donne e ai bambini. Sono veramente gli ultimi del Vangelo. Sono persone miti, generose e molte religiose. Chiedo che queste persone possano essere assistite e trovare rifugio da qualche parte. Non c'e' nessuno che pensa a loro. Non sono persone pericolose e non tolgono niente alla nostra bocca''. ''Siamo riusciti ad ottenere il nulla osta per 54 eritrei che hanno i documenti dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (UNHCR) - continua Mons. Martinelli -. Queste persone dovrebbero partire forse domani con un aereo speciale per l'Italia. Gli altri pero' non hanno la carte dell'UNHCR. Basterebbe una nave per raccoglierli. Sarebbe un gesto meraviglioso. I 54 che devono partire siamo riusciti ad ospitarli in un locale adiacente alla chiesa. Gli altri 2mila volevano restare nella chiesa, ma e' impossibile. Cerchiamo di aiutarli come possiamo, contribuendo all'affitto delle loro case''.
© ASCA 28 febbraio 2011
I vescovi della Slovacchia in difesa dei cristiani perseguitati in Oriente
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Preoccupazione per la situazione nei vari Paesi del Vicino e Medio Oriente e per l’esposizione dei cristiani che vi abitano alla violenza è stata espressa dai vescovi della Slovacchia in una dichiarazione in cui hanno chiesto all’Unione europea di attivarsi. “Vogliamo manifestare solidarietà ai nostri fratelli che ogni giorno affrontano ogni tipo di ingiustizia solo per il fatto di professare la loro fede – scrivono nel documento riportato dalla Zenit – siamo consapevoli del fatto che in qualsiasi luogo del mondo sia importante difendere la libertà religiosa e la libertà di coscienza”. L’episcopato, poi, ha chiesto un’azione diretta dei ministri degli Esteri degli Stati membri dell’Ue e una posizione chiara dell’Europa in favore della protezione dei cristiani perseguitati, soprattutto in Iraq. “Sarebbe un frutto adeguato del continuo dialogo tra l’Unione e le Chiese, basato sull’articolo 11 del Trattato di Lisbona”, hanno concluso. (R.B.)
© © www.radiovaticana.org - 22 febbraio 2011
Moldova: pubblicato il primo testo di catechesi in lingua russa e moldava
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Dopo anni di intensa azione pastorale all’interno della Chiesa cattolica della Moldova, composta dalla sola Diocesi di Chisinau, è stato pubblicato il primo volume del testo di catechesi e formazione cristiana per i fedeli cattolici moldavi. L’intera pubblicazione sarà composta al termine del lavoro da ben quattro volumi, così suddivisi nei contenuti: 1. La vita della Chiesa (già scritto e stampato), 2. I Sacramenti della vita cristiana (già scritto ed in fase di stampa), 3. I dieci comandamenti (in fase di stesura dei contenuti), 4. La preghiera (da avviare). Per la stesura dei contenuti ci si è avvalsi dell’esperienza comunicativa di mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo emerito di Lecce, il quale ha già scritto e consegnato i primi due volumi e sta lavorando per il terzo. Si è tenuto conto del fatto che la Moldova è un Paese bilingue, per cui è stata considerata la pubblicazione del testo di catechesi sia in lingua russa che in lingua moldava. Il vescovo di Chisinau, mons. Anton Cosa, ha voluto consegnare l’importante lavoro alle parrocchie della Diocesi di Chisinau ed ai singoli operatori pastorali, evidenziando il fatto che finalmente esiste uno strumento comune per la catechesi di facile divulgazione e comprensione utile per la formazione e l’evangelizzazione. Va considerato che i cattolici in Moldova rappresentano poco più dello 0,5%, per cui si tratta di una minoranza assoluta, sparsa su tutto il territorio della Moldova e della Transnistria e proveniente da diverse nazionalità. Mons. Anton Cosa ha evidenziato, presentando il Programma pastorale dell’anno, la necessità che evangelizzazione e carità debbano procedere insieme, per cui tutti gli strumenti di azione pastorale, come nel caso del testo di formazione cristiana presentato alla Diocesi, dovranno sostenere tale percorso e raggiungere ogni fedele cattolico sul territorio moldavo. Il testo di catechesi, scritto in lingua russa e moldava, ha suscitato anche l’interesse di molte Comunità cattoliche d’Europa ed in particolare di quelle italiane, che accolgono al loro interno numerosi immigrati cattolici di lingua russa e rumena, per i quali tale testo risulta essere molto importante per la formazione personale. La Diocesi di Chisinau ha espresso la propria gratitudine a mons. Ruppi per l’impegno personale nel lavoro di stesura dei contenti ed alla Fondazione Regina Pacis che in Moldova ha curato la traduzione e la composizione grafica. Il primo volume è stato consegnato e si spera di poter procedere alla consegna del secondo volume nel periodo pasquale. Entro il termine dell’anno in corso verranno consegnati ai fedeli della Diocesi anche gli altri due volumi.
© © www.radiovaticana.org - 6 febbraio 2011
Russia: preti candidati al voto 
Marco Tosatti - © San Pietro e dintorni - La stampa 3 febbraio 2011
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Il Concilio dei vescovi della Chiesa ortodossa russa ha autorizzato i sacerdoti a partecipare alle elezioni in caso eccezionali. Normalmente i preti non possono essere candidati per correre nelle elezioni legislative nazionali o locali. Questa volta il Concilio, riunitosi nella cattedrale di Cristo Salvatore per discutere dei problemi piu' urgenti per la Chiesa e la società, ha approvato un documento che contiene delle riserve, come riferiscono i media russi. ''Potranno essere fatte eccezioni alla regola - si legge nel testo - solo quando l'elezione di esponenti della gerarchia o del clero in organi legislativi sarà suggerita dalla necessità di opporsi alle forze, comprese quelle scismatiche o non ortodosse, che tentano di usare il voto per combattere la Chiesa Ortodossa''. A scegliere i candidati, in questo caso, saranno il Concilio o le gerarchie locali. I sacerdoti, comunque, non potranno prendere tessere di partito, neppure se partecipano alle elezioni in ticket con una formazione politica
La croce nella roccia
di Lucetta Scaraffia
Per quanti credono - e non sono pochi - che il cristianesimo sia una religione moderna e occidentale, destinata quindi a sfociare nella secolarizzazione, sarebbe veramente utile un viaggio in Etiopia, e in particolare a Lalibela, centro religioso costruito mille anni fa come memoria e sintesi della tradizione cristiana iscritta nella terra africana. In una delle regioni abitate dalle più antiche forme umane e dove il cristianesimo è radicato fin dai primi secoli della nostra era, lasciando non solo segni indelebili nello spazio, ma anche una forte identità culturale che ha resistito a secoli di persecuzioni e di isolamento dal resto della cristianità.
La Chiesa ortodossa e il suo impegno nel mondo odierno
Quali sono le sfide che interpellano la Chiesa ortodossa nel mondo postmoderno di oggi e come dovrebbe affrontarle?
Da questo interrogativo è partita una conferenza tenuta il 18 gennaio dal Grande Arcidiacono greco-ortodosso Maximos presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. L'incontro faceva parte di una serie di conferenze dell'Istituto gregoriano di Studi Interdisciplinari su Religioni e Culture.
Il Grande Arcidiacono Maximos ha cominciato con lo spiegare che il dialogo è un principio teologico e fondamentale sia della teologia ortodossa che di quella cattolica, fondato sulla Santissima Trinità. Ha aggiunto poi che gli ortodossi hanno la mallattia del narcisismo e dell'autoammirazione che provoca un pericoloso autoisolamento nel mondo postmoderno e globalizzato di oggi.
Ha quindi citato quattro principi teologici che travalicano gli aspetti puramente etici e psicologi e che potrebbero aiutare la Chiesa ortodossa a impegnarsi nella società postmoderna odierna.
In primo luogo, ha detto che la Chiesa ortodossa deve sfruttare il suo approccio alla comunione e alla diversità per divenire più democratica e collegiale. In secondo luogo, gli ortodossi dovrebbero prestare maggiore attenzione ai Padri Orientali che insegnarono che il Regno di Dio non è statico ma si muove verso nuove realtà, piuttosto che guardare al pensiero ortodosso classico che considera Cristo un evento che risale al passato.
In terzo luogo, ha continuato, la Chiesa deve rimarcare nuovamente che l'Eucaristia e la Comunione sono un atto comunitario, e non una specie di terapia spirituale individuale. Infine, ha detto che il dialogo di interreligioso e la globalizzazione dovrebbero essere considerati un'opportunità e non una minaccia. La tradizione ortodossa, ha affermato, offre più del
postmodernismo poiché ha una prospettiva olistica della creazione che desume dalla vita eucaristica della Chiesa.
Il Grande Arcidiacono Maximos ha detto poi che la Chiesa ortodossa non può fronteggiare da sola la globalizzazione e il postmodernismo. E ancora: che non deve ricorrere al fondamentalismo, al settarismo o all'ideologia ma abbracciare una concezione olistica che guarda all'unità nella diversità.
Grande Arcidiacono Maximos: “Come lei sa, la Chiesa ortodossa è formata da chiese locali differenti e quindi c'è l'aspetto della diversità e allo stesso tempo dell'unità – è una specie di diversità nell'unità e di unità nella diversità che non annulla però le singole particolarità”.
Attraverso il dialogo, ha concluso Maximos, la Chiesa ortodossa può e deve confrontarsi con la cultura odierna, come faceva Gesù. Infine si è detto speranzoso che questo dialogo dia frutti senza dover costringere gli ortodossi a scendere a compromessi sui loro principi fondamentali.
Grande Arcidiacono Maximos: "Penso che la teologia ortodossa possa instaurare un dialogo serio con il postmodernismo e con le idee postmoderniste come per esempio il rispetto per l'altro, senza tradire i principi basilari dell'ecclesiologia e dell'antropologia ortodosse. Per esempio, il postmodernismo promuove l'idea del rispetto del prossimo. Questa è un'idea cardine che permette di comprendere l'antropologia e l'ecclesiologia ortodosse".
© H2O news - 20 gennaio 2011
Egitto: il Patriarca egiziano copto domani non celebrerà l’Epifania in pubblico
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Il patriarca dei Copti, Shenouda III, ha deciso di non presiedere alla celebrazione della festa dell’Epifania domani ad Alessandria. La decisione, anticipata dal quotidiano cairota “Al Ahram”, sarebbe stata presa dal capo della Chiesa copta per rispetto verso le persone che ad Alessandria sono ancora in lutto per le vittime dell’attentato alla chiesa dei Santi nella notte del 1° gennaio. Sarà la prima volta che il patriarca non celebrerà la messa dell’Epifania ad Alessandria. Fonti vicine a Shenouda III riprese dall'agenzia AsiaNews, attribuiscono questa decisione alla volontà di rispettare l’atmosfera di tristezza che ancora pervade gli ambienti della Chiesa ad Alessandria. Ma il patriarca, che resterà al Cairo, non presiederà neanche la celebrazione della cerimonia che si svolgerà nella cattedrale cairota di Abbassiya, e ha preferito scegliere di officiare una messa privata, non aperta al pubblico. Shenouda III, che ha 87 anni, è tornato il 17 gennaio in Egitto da un viaggio compiuto negli Stati Uniti per controllare lo stato dei suoi reni, del cuore e il progresso nel recupero dell’uso di una gamba operata nel 2008. La sua prima apparizione pubblica, di ritorno dal viaggio, avverrà domani, in occasione della sua predica settimanale del mercoledì. Anche se è la prima volta che non è presente alla celebrazione dell’Epifania ad Alessandria, il patriarca nel passato ha minacciato di non presiedere a celebrazioni religiose importanti in segno di protesta nei confronti delle autorità laiche per le discriminazioni sociali e legislative di cui soffrono i copti. Attualmente sono in corso colloqui fra la Chiesa copta e lo Stato per modificare le leggi che regolano i permessi per la costruzione di edifici cristiani in Egitto, al momento molto restrittive. (R.P.)
© © www.radiovaticana.org - 18 gennaio 2011
Il cardinale dei copti cattolici Naguib: l’Egitto ritrovi l’unità
«Contro l’estremismo educazione e dialogo»
Il cardinale dei copti cattolici Naguib: l’Egitto ritrovi l’unità
L’odio per chi è diverso si combatte cominciando dai giovani
DI PAOLO VIANA
Di fronte ai morti, nella sua Alessandria, ha invocato «armonia» per l’Egitto. Nella notte del Natale ortodosso ha incontrato il patriarca Shenouda III per ribadire che «ci sentiamo una sola Chiesa» e che «i loro martiri fanno parte della nostra famiglia». Una settimana dopo la strage, il cardinale Antonios Naguib, patriarca di A lessandria dei copti cattolici, resta convinto che, come ha detto il Si nodo per il Medio Oriente, la convivenza pacifica tra cristiani e mu sulmani «rientra nel piano provvidenziale di Dio», ma che le grandi religioni debbano «cambiare linguaggio» e impegnarsi in una grande opera di «educazione» dei propri fedeli «alla reciproca accettazione, al mutuo rispetto e a una concertata azione per il bene comune».
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Israele revoca il permesso di soggiorno al vescovo anglicano
(Roma) – La diocesi anglicana di Gerusalemme ha confermato che il vescovo Suheil Dawani è deciso a intraprendere un’azione legale contro le autorità israeliane che hanno deciso, in modo inaspettato, di non rinnovargli il permesso di soggiorno da residente.
In una dichiarazione pubblica diffusa questa mattina, la diocesi spiega che il prelato anglicano «cercherà di ottenere giustizia attraverso il sistema legale israeliano», dopo che il procuratore generale non ha reagito alla richiesta dei legali del vescovo di motivare ufficialmente il mancato rinnovo del visto. «Questa situazione va avanti da oltre sei mesi, nel corso dei quali il vescovo Dawani ha cercato di giungere a una soluzione con riserbo e senza creare imbarazzi al governo di Israele», spiega il comunicato. «La mancata soluzione, a dispetto di tutti gli sforzi messi in atto, impone al vescovo Dawani di fare ricorso agli avvocati».
Si è giunti a questo punto nonostante che a sostegno del vescovo anglicano di Gerusalemme siano scesi in campo l’arcivescovo di Canterbury, altri leader della Comunione anglicana, diplomatici occidentali e il rabbino capo sefardita di Israele Shlomo Amar. Al vescovo Dawani e alla sua famiglia il rinnovo del visto è stato negato l’estate scorsa. Secondo le autorità ci sarebbero delle accuse pendenti nei confronti del presule che «avrebbe agito in concerto con l’Autorità Palestinese per trasferire a palestinesi, o intestare alla Chiesa, terreni appartenenti ad ebrei».
Nel suo comunicato, la diocesi anglicana dice che il vescovo sarebbe anche accusato di aver falsificato dei documenti, ragione per cui dovrebbe lasciare immediatamente Israele con la sua famiglia.
«Dawani – prosegue il comunicato della curia – ha risposto al ministro dell’Interno israeliano rigettando le accuse e chiedendo il rinnovo del permesso di soggiorno per sé e i suoi congiunti, così da poter continuare a svolgere il proprio ruolo di guida della diocesi risiedendo a Gerusalemme con la famiglia. Il vescovo non ha ricevuto alcuna risposta dall’ufficio del ministro».
Dawani fu eletto vescovo anglicano di Gerusalemme nel 2007 ed è uno dei capi delle tredici Chiese presenti in Terra Santa. Stando a quanto riferisce la sua diocesi, fin qui a tutti i vescovi anglicani di Gerusalemme non in possesso di cittadinanza israeliana sono stati concessi permessi di residenza.
Nato a Nablus, il vescovo, come ogni altro palestinese della Cisgiordania, deve essere in possesso di uno speciale permesso di soggiorno israeliano per risiedere a Gerusalemme Est, dove si trova la curia diocesana. Tanto lui quanto moglie e figlie si erano visti rinnovare regolarmente i permessi nel 2008 e 2009.
Oltre che godere del sostegno dei leader religiosi, la causa del vescovo è appoggiata dal ministro degli Esteri britannico, dall’ambasciatore del Regno Unito in Israele e dal console generale inglese a Gerusalemme, oltre che dal Dipartimento di Stato Usa e dal console generale statunitense. Canali diplomatici che hanno tutti facilitato i contatti tra Dawani e le autorità israeliane, ma senza che si raggiungessero «risultati tangibili», secondo il comunicato diocesano.
Un portavoce del ministero dell’Interno israeliano, contattato dall’agenzia ecumenica di informazione ENInews ha detto che la questione «è delicata» e che «una risposta dettagliata verrà fornita in tribunale nell’ambito del ricorso che è stato presentato». Un altro funzionario israeliano coperto dall’anonimato avrebbe ribadito all’agenzia che il caso «è molto serio», senza però spingersi oltre. «Nessuno – secondo la stessa fonte – intende allontanare Dawani da Gerusalemme. Gli è stato offerto di rimanere con un diverso status, rilasciandogli un permesso di lavoro, ma ha rifiutato».
I problemi per il rilascio dei visti di ingresso e di soggiorno del clero e del personale religioso costituiscono una preoccupazione per tutte le Chiese che operano in Terra Santa, ne limitano la possibilità di operare e incidono sul fabbisogno di personale. La questione è all’ordine del giorno anche dei negoziati in corso tra Israele e Santa Sede. Nonostante la speranza che la situazione potesse migliorare in modo decisivo dopo la visita di Benedetto XVI in Terra Santa nel 2009, non molto è cambiato.
Secondo qualche osservatore non è affatto detto che il vescovo Dawani abbia la meglio nel suo ricorso, poiché il governo è libero di non fornire motivazioni. Taluni aggiungono che portare la questione in tribunale può essere un errore, perché un pronunciamento sfavorevole dei giudici fornirebbe un ulteriore copertura giuridica al governo. Vista così la cosa, sarebbe stato meglio continuare ad avvalersi dei canali diplomatici e religiosi, appellandosi al diritto naturale e alla libertà religiosa.
Intanto il vescovo anglicano di Gerusalemme aspetta che i giudici fissino una data per l’udienza.
© http://www.terrasanta.net/tsx/index.jsp 4 marzo 2011
Bisogna riconciliare il paese
I piccoli passi che portano a Teheran
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«Celebrando l’Eucaristia sono rimasto emozionato nel vedere tante attestazioni di affetto verso il Papa e il desiderio di vivere come cristiani che danno il buon esempio». Diario di un viaggio in Iran del presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso |
del cardinale Jean-Louis Tauran
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I nostri incontri a Teheran hanno ormai una cadenza regolare, e quest’ultimo ha avuto come tema le prospettive islamiche e cristiane della coabitazione tra religioni e società.
Già nei giorni precedenti la mia partenza, aveva acceso l’interesse di molti sapere che avrei incontrato, come è successo, il presidente Mahmoud Ahmadinejad, e che gli avrei consegnato personalmente una missiva con cui il Papa rispondeva a un precedente testo che lo stesso presidente gli aveva fatto pervenire, nei giorni del sinodo per il Medio Oriente, tramite il vicepresidente, l’Hojjat ol-Eslam Haj Sayyed Mohammad Reza Mir Tajjadini, appositamente venuto in Vaticano. L’incontro col presidente è stato cordiale e l’accoglienza che i massimi vertici del governo iraniano hanno riservato ai rappresentanti della Santa Sede è stata, come sempre, rispettosa e calorosa. Il presidente ha ricevuto la lettera del Papa con soddisfazione.
Non è un segreto che la richiesta che il Papa possa visitare la Repubblica Islamica dell’Iran viene sovente posta dalle autorità di Teheran, a vari livelli. La richiesta è giunta anche a me. Ho risposto a Teheran che quando le circostanze saranno mature, certamente il Papa considererà l’opportunità di un viaggio in Iran, il quale ovviamente avrà come prima meta la visita e la comunione con la locale comunità cattolica.
Il presidente Ahmadinejad, nel nostro colloquio personale, ha ribadito la sua convinzione che nelle società contemporanee il ruolo della religione non possa essere diminuito. Mi ha ricordato come già due sistemi abbiano promesso all’uomo la felicità e abbiano fallito: il marxismo e il capitalismo. Essi ora appartengono alla storia, mentre la società ha invece bisogno di riscoprire l’importanza della religione e la fede in Dio.
Per me questo viaggio aveva un’importanza particolare perché per la prima volta mi sarei recato a Qom, città santa degli sciiti e sede universitaria, culla di alte scuole di pensiero dell’islam sciita. Ho potuto constatare con soddisfazione l’importanza data all’insegnamento della filosofia e spero che dai contatti e dalle conversazioni particolarmente ricche di contenuto avute in tale circostanza possa nascere una collaborazione di tipo accademico. Sono tutti piccoli passi che mi sembrano andare nella buona direzione.
Notoriamente i cristiani in Iran vivono esprimendo riti diversi, e al proprio interno anche la nostra locale comunità cattolica è variegata, arricchita dalla presenza di europei e di molti africani. Celebrando con loro l’Eucaristia sono rimasto emozionato nel vedere tante attestazioni di affetto verso il Papa, espressioni del desiderio genuino di essere parte della Chiesa e di vivere come cristiani che danno il buon esempio.
Durante questa trasferta in Iran, il messaggio che mi competeva portare, e che ho riferito ai nostri ospiti e alle autorità, è stato che dialogare ci è necessario, perché il dialogo è via maestra alla pace e alla collaborazione tra i popoli. Ho anche detto che è necessario continuare gli incontri tra noi, poiché essi ci portano a conoscerci e comprenderci reciprocamente in maniera più profonda. Ho detto che non possiamo cedere all’istinto della paura verso l’altro, ma che dobbiamo assumere invece, come fossero nostre, le aspirazioni al bene dell’interlocutore.
Per noi cristiani, particolarmente nel contesto di oggi, è più che mai opportuno continuare il nostro cammino evitando due scogli: il rancore e l’indifferenza.
© 30 giorni
Non è possibile la pace senza di noi
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Dall’Iraq e Afghanistan alla crisi israelo-palestinese, dalle relazioni con l’Europa al dialogo tra islam e cristianesimo. Il punto di vista della Repubblica Islamica dell’Iran in un articolo del viceministro degli Esteri per l’Europa |
di Ali Ahani, viceministro degli Esteri
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La collaborazione con l’Europa
Le relazioni con l’Europa risalgono all’antichità, ci sono sempre stati vari ambiti di collaborazione, pur con alti e bassi. Oggi sono i comuni interessi reali a chiederci di usare tutte le nostre potenzialità, superando alcuni approcci politici da parte europea. Guardiamo al commercio. Anni fa il volume degli scambi con l’Europa rappresentava il 60 per cento dello scambio commerciale complessivo iraniano, oggi è il 40 per cento. Agli europei si sono sostituiti altri. E se l’Europa mantiene tale tendenza i volumi si ridurranno ancora. Lo scambio con la Cina, che prima ammontava a due miliardi di dollari, ora è di 30 miliardi. Gli imprenditori non attendono.
Altro ambito di collaborazione è l’energia. L’Europa dipende soprattutto dalla Russia, e la Ue cerca di diversificare le fonti di approvvigionamento. L’Iran è una sorgente di petrolio e gas su cui l’Europa può contare, eppure l’ignora, per scelta politica. Il progetto Nabucco [la pipeline che porterà gas dall’Asia all’Europa, bypassando l’Iran, ndr] lo dimostra. Gli stessi esperti ritengono che trascurare la grande fonte energetica del gas iraniano non darà in futuro al Nabucco margini di profitto.
Il dialogo con gli europei è sempre stato vivo, al livello dei diritti umani, degli investimenti, della lotta alla droga, dell’emigrazione, dell’ambiente. Oggi il dossier nucleare ha bloccato tutto, o perlomeno l’ha assai indebolito.
Uno sguardo sulle crisi in corso
Guardiamo ora alle crisi in corso: Iraq, Afghanistan, Pakistan, processo di pace israelo-palestinese. Aree in cui gli Stati Uniti e i governi europei stentano a trovare una misura.
Sono tutte crisi che vogliamo attenuare. Dopo l’occupazione americana dell’Iraq la nostra posizione fu subito chiara: contro l’invasione e a favore del processo democratico nel Paese. L’Iraq democratico lo abbiamo riconosciuto come Stato noi per primi, nonostante le critiche di certi Paesi arabi che ci accusavano di collaborare con gli Usa, mentre per noi era una scelta di principio a favore della democrazia. Abbiamo avuto contatti con i diversi gruppi presenti nel Paese, favorendo un governo di coalizione nazionale, affermando altresì che le potenze di occupazione devono lasciare quanto prima il Paese. Fortunatamente il processo politico si è mosso in questa direzione, e su queste basi abbiamo sempre sostenuto il governo iracheno. Non sono terminati i problemi, ma la direzione intrapresa dal Paese è giusta.
L’Afghanistan ha una sua specifica complessità. Tre fattori hanno ingarbugliato una crisi già complessa: estremismo, terrorismo e droga. Fattori peraltro interrelati. Dopo nove anni d’occupazione militare mi domando se la stabilità e la sicurezza siano migliorate. La mia risposta è negativa.
Pensiamo alla droga: prima dell’occupazione se ne producevano 200 tonnellate all’anno, lo scorso anno si è giunti a settemila tonnellate, di cui più del 90 per cento sbarca in Europa. Alle domande sull’attività di contrasto degli stupefacenti gli americani replicavano che la loro presenza era in funzione antiterrorismo, non antidroga. Per loro non era un problema, evidentemente. Per l’Europa sì. Abbiamo proposto insistentemente agli europei di avviare una collaborazione per bloccare i flussi d’oppio alla fonte. Ci hanno risposto positivamente, poi non hanno mai dato seguito.
Il contesto afghano si va facendo più preoccupante. L’estremismo si accentua. La nostra opinione è che la soluzione della crisi afghana vada trovata nell’ambito regionale. Chi ne è fuori non conosce le radici delle crisi, e con i soli militari europei e americani la lotta al terrorismo non ha successo. Abbiamo infatti intrapreso a livello regionale un’iniziativa con Afghanistan e Pakistan, a livello di capi di Stato e ministri degli Esteri, tenendo diverse riunioni, e abbiamo intenzione di intensificare tali colloqui. Crediamo di poter arrivare a soluzioni concrete. Il sostegno della comunità internazionale, dell’Onu e dei Paesi europei, potrebbe contribuire positivamente: l’auspichiamo. E di sicuro potrebbe avere un ruolo l’Italia, per i progetti comuni di ricostruzione dell’Afghanistan e la creazione di posti di lavoro, così che nel Paese si crei un ambiente economico più favorevole.
In parallelo si possono addestrare le forze afghane della sicurezza, della polizia e dell’esercito: così si risolve la crisi.
L’Iran condivide con l’Afghanistan 940 chilometri di frontiera, in trenta anni sono entrati nel nostro Paese tre milioni di profughi, regolari e irregolari, e abbiamo sostenuto noi il gravoso costo dell’accoglienza, per poterli aiutare. In questo momento ci sono trecentotrentamila bambini afghani che studiano in Iran, e cinquemila universitari. Questo oltre ai problemi sociali che creano da noi, violenze, omicidi...
Creare stabilità in Afghanistan è nostro interesse nazionale. Per questo siamo aperti alla collaborazione con gli europei.
Nella questione mediorientale sinora l’Ue non ha avuto un ruolo determinante, è donatore e spettatore. Ci si aspetta che dopo il Trattato di Lisbona possa trovare una sua migliore collocazione come attore indipendente. Il contesto mediorientale è intricato, tanti sono stati i progetti di pace e mi chiedo perché nessuno di essi abbia mai dato frutti.
Una di queste ragioni è l’approccio di Israele, che non crede nella pace e ignora le risoluzioni delle Nazioni Unite, per non parlare della questione delle colonie e dell’assedio di Gaza. Anche in questo caso chi progetta la pace non ha posto lo sguardo alle radici della crisi, tra cui c’è, in evidenza, il destino dei profughi palestinesi, che devono poter tornare nei luoghi d’origine e decidere con voto democratico il proprio futuro. Se questo accade è di buon auspicio per il futuro del Medio Oriente. Non possiamo ignorare i protagonisti concreti sul campo. A Teheran abbiamo sempre criticato quando la Ue punta il dito su Hamas e le forze palestinesi, ritenendoli terroristi e non interlocutori. Ma sono loro i veri protagonisti della scena palestinese, e qualsiasi progetto di pace non può che passare attraverso di loro.
Sul tentativo di pace del governo americano per ora siamo scettici. Come può il governo americano dare un’attenzione adeguata ai problemi se aderisce alle posizioni di Israele e delle lobby ebraiche interne, in particolare sul tema del ritorno dei profughi e della condizione palestinese in generale? Considerando tutto ciò, non si può arrivare a una soluzione.
Noi la pensiamo così, magari ci sbagliamo, ma cerco di esprimermi con franchezza.
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Le relazioni con la Santa Sede
Ed eccoci alle relazioni con la Santa Sede. Dai miei recenti incontri con sua eccellenza Mamberti e il cardinale Tauran ho compreso che ci sono ottime chance per una collaborazione. La visita del cardinale Tauran in Iran, per la settima sessione del Colloquio interreligioso tra Chiesa cattolica e islam, ne è la riprova. Con la Santa Sede condividiamo il giudizio su importanti questioni globali. Uno dei problemi che affligge l’umanità è l’allontanamento dalla religione. Ambedue notiamo che aumenta la distanza tra società e religione, che talvolta vi è una fobia contro la religione, come nel progetto di quel pastore statunitense che voleva mettere al rogo copie del Corano. La Santa Sede, nella persona del cardinale Tauran, ha adottato una chiara posizione di condanna, neutralizzando l’iniziativa di questo signore, mentre purtroppo alcune autorità europee premiano personaggi che offendono l’islam e la religione in genere. È un percorso pericoloso. Per impedire tali fenomeni si richiede un impegno comune. Abbiamo condiviso la dichiarazione finale del Sinodo dei vescovi del Medio Oriente circa il giudizio sull’occupazione di terre altrui, e la necessità di un disarmo nucleare mondiale.
Accogliamo favorevolmente il dialogo tra islam e cristianesimo. Le minoranze religiose devono essere rispettate. Come ci aspettiamo che i diritti delle minoranze islamiche in Europa vengano rispettati è altrettanto ovvio che siano rispettate anche le minoranze cristiane presenti nel Medio Oriente e in altri Paesi. Noi insistiamo sulla convivenza pacifica fondata sul rispetto: l’Iran costituisce un esempio di convivenza pacifica tra musulmani e cristiani. Questi ultimi, come pure gli ebrei, godono di pieno rispetto e hanno i loro rappresentanti in Parlamento, le loro chiese e le loro sinagoghe, godono della libertà di culto. Ciò deve valere ovunque nel mondo.
La questione della Turchia
Sappiamo che alcuni Paesi europei si oppongono all’adesione della Turchia all’Unione europea. Dobbiamo essere realisti. Sappiamo che tale opposizione ha motivazioni storiche che ci riportano al tempo degli ottomani… La realtà di oggi ha però creato una condizione per cui la Turchia potrebbe invece diventare uno Stato membro. Ci si chiede se questo sia nell’interesse dell’Europa. Di certo la presenza della Turchia nell’Unione europea aiuterà quest’ultima a capire meglio il mondo islamico. E, tutto considerato, è nell’interesse dell’Unione europea. Nonostante le riserve di alcuni Paesi.
© 30 giorni
Il Libano del dopo Sfeir attende un patriarca di pace e unità
di Fady Noun
Dopo la rinuncia del card. Sfeir alla sede patriarcale, fonti di AsiaNews prevedono l’elezione di un successore nei prossimi 10 giorni. Il nuovo patriarca dovrà riunire la Chiesa maronita e affrontare i cambiamenti in corso nel mondo islamico. La divisione dei cristiani e il loro esodo dal Medio oriente fra i problemi più urgenti. Il Papa accetta la rinuncia del Patriarca e lo elogia per la sua fedeltà alla Chiesa e per aver traghettato il Libano verso la pace dopo 15 anni di guerra civile.
Beirut (AsiaNews) - “Dio, nel suo amore insondabile, l'ha modellata e contraddistinta con il proprio segno indelebile per una particolare elezione al suo servizio (…) Lei ha scelto di rinunciare all'ufficio di Patriarca di Antiochia dei Maroniti in questa circostanza molto particolare. Ora accetto la sua decisione libera e generosa, che è espressione di grande umiltà e profondo distacco. Sono certo che accompagnerà sempre il cammino della Chiesa maronita con la sua preghiera, il suo saggio consiglio e i sacrifici”.
Con queste parole di lode e commozione Papa Benedetto XVI ha accettato lo scorso 26 febbraio la domanda fatta alcuni mesi dal Patriarca maronita Nasrallah Boutros Sfeir, nella quale esprimeva il desiderio di concludere il suo ministero pastorale come patriarca.
Di ritorno a Beirut, dopo aver presieduto alla cerimonia di installazione della statua di San Marone nell’ultima nicchia vuota della facciata nord della basilica di S. Pietro, il patriarca ha fatto capire, indirettamente, che il patriarcato maronita non resterà vacante a lungo. La data di convocazione del conclave della Chiesa maronita per l’elezione di un nuovo patriarca si attende da un giorno all’altro. Ciò al fine di approfittare della presenza a Roma dei vescovi maroniti di tutto il mondo, quaranta circa, ed evitare a molti di loro un lungo, faticoso e costoso viaggio verso il Libano.
Secondo il Codice di diritto canonico delle Chiese orientali, l’elezione di un nuovo patriarca deve essere fatta entro un periodo di due mesi. Ma la Chiesa maronita preferisce guadagnare tempo. Il Conclave per l’elezione di un nuovo patriarca si terrà, secondo le stime, entro una decina di giorni al massimo. Esso sarà presieduto dal vescovo da più tempo in carica, la seduta avverrà senza interruzioni; si prevedono tre turni al giorno fino all’elezione. In caso di parità, il Codice prevede la possibilità di un intervento della Santa Sede.
Speculazioni
Molto si è speculato, in Libano, su quelle che sono state definite le “dimissioni” del patriarca Sfeir, un termine improprio con risonanze troppo politiche. Ambienti a lui ostili affermano che la Santa Sede lo ha spinto a dimettersi a causa delle sue posizioni politiche. Non è quello che afferma la lettera di Benedetto XVI, che parla di una “decisione libera e generosa”.
E’ un fatto che è stato grazie all’appello del patriarca Sfeir nel 2000 che il movimento di opposizione all’egemonia siriana, per tre decenni potenza tutelare in Libano, ha iniziato crescere fino al ritiro delle truppe siriane nel 2005 in seguito all’assassinio del Primo ministro Rafic Hariri. Da allora, l’ostilità del Patriarca all’ingerenza politica della Siria negli affari interni del Libano non è cambiata e gli è valsa qualche inimicizia negli ambienti filosiriani, maroniti compresi.
Il leader della Chiesa maronita ha espresso la sua ostilità, in particolare, verso la virulenta campagna lanciata da Hezbollah e condotta dal suo alleato cristiano il gen. Michael Aoun, contro il Tribunale internazionale incaricato di far luce sull’assassinio di Rafic Hariri. Infatti, secondo indiscrezioni ricorrenti, i miliziani sarebbero coinvolti nell’attentato.
Ma se alcuni si preoccupano per le inevitabili divisioni politiche causate dall’ingerenza della siriana e dalla politica aggressiva di Hezbollah, unica milizia ancora in armi dalla fine della guerra civile (1975 – 1990), è l’età del patriarca Sfeir che gli ha dettato la sua decisione. Tra poco più di due mesi il capo della Chiesa maronita, che è nato lo stesso giorno del papa Giovanni Paolo II, compirà 92 anni; ed è normale che abbia pensato di consegnare l’incarico patriarcale nelle mani di un uomo meno esposto all’incalzare del tempo.
Un prezioso servizio alla Chiesa
Il patriarca emerito è stato eletto il 19 aprile 1986 ed alle soglie del suo giubileo d’argento in questo incarico. Il suo lungo mandato è stato segnato da una stretta collaborazione con Giovanni Paolo II, che lo aveva nominato cardinale il 26 novembre del 1994, “per inserirla in una comunione più profonda con la Chiesa Universale” come afferma Benedetto XVI nella sua lettera. “La visita di Giovanni Paolo II in Libano nel maggio 1997 per firmare l’Esortazione apostolica post-sinodale, ‘Una speranza nuova per il Libano’, ha segnato di nuovo il legame costante della sua Chiesa con il successore di Pietro”.
L’Esortazione è stata percepita in Libano come un programma spirituale per la ricostruzione dei legami sociali tra musulmani e cristiani che la guerra aveva danneggiato. In seguito a questa Esortazione la Chiesa maronita ha svolto il suo Sinodo patriarcale (l’equivalente del Concilio), un “aggiornamento” che è stato sia un “esame di coscienza” sulle responsabilità dei maroniti durante la guerra civile che un progetto di rinnovamento delle strutture, nella fedeltà alle origini della Chiesa maronita di Antiochia e nella consapevolezza della necessità di una “nuova evangelizzazione”.
Per sottolineare il valore del servizio del patriarca Sfeir alla Chiesa, Bedetto XVI lo ha nominato vice presidente ad honorem del Sinodo speciale delle Chiese cattoliche del Medio oriente, che si è tenuto lo scorso ottobre.
Infine, come per coronare il suo ministero, ha presieduto alla cerimonia per l’insediamento della statua di San Marone nella facciata della basilica di San Pietro, alla termine dell’anno giubilare che segna i 1600 anni dalla morte del santo fondatore della Chiesa maronita.
Guerra e Pace
“Il suo nobile ministero di Patriarca di Antiochia dei Maroniti è iniziato nella tormenta della guerra che ha insanguinato il Libano per troppo tempo. È con l'ardente desiderio di pace per il suo Paese che Lei ha guidato questa Chiesa e percorso il mondo per consolare il suo popolo costretto a emigrare. Infine, la pace è ritornata, sempre fragile, ma sempre attuale”, ha affermato ancora il Papa nella sua lettera al card. Sfeir.
La lettura attenta di questo paragrafo lascia intendere ciò che preoccupa la Santa Sede: il successo della transizione dal tempo di guerra a quello di pace, che il Papa riconosce “fragile, ma sempre presente”, e arrestare l’emorragia umana provocata dall’esodo dei cristiani non solo dal Libano, ma dall’intero Medio oriente. Per quanto possibile, la Santa Sede desidera che sia riassorbita l’ostilità di una parte della popolazione cristiana nei confronti del patriarcato maronita. Sono questi gli imperativi che detteranno i consigli che il Vaticano non mancherà di prodigare agli elettori del nuovo capo della Chiesa maronita. Il prossimo patriarca dovrà essere un uomo di pace e un “riunificatore”. Nella misura, evidentemente delle circostanze storiche che dovrà fronteggiare in un mondo arabo in pieno fermento. Circostanze che l’arcivescovo Edmond Farhat, nunzio apostolico, non esita a definire una “rivoluzione dello spirito” e “l’espressione di un desiderio di libertà e di emancipazione, una sete di verità e di giustizia, una sete di trascendenza, una sete di Gesù Cristo".
© Asia News - 1 marzo 2011
Indimenticabile piazza Tahrir! Lo stupore di un teologo musulmano
(Roma) - «I giorni più belli della mia vita e anche quelli più radiosi mai visti nel mondo arabo»: così Mohammed Esslimani, teologo esperto del Consiglio per il Fiqh (diritto) islamico, membro dell’Organizzazione per la conferenza islamica (Oci) di Gedda in Arabia Saudita, racconta, con un entusiasmo e una gioia che gli illuminano gli occhi, l’esperienza vissuta al Cairo nelle settimane della rivoluzione di piazza Al Tahrir contro il regime di Hosni Mubarak.
«Anche nel Regno Saudita, qualcosa si sta muovendo», osserva in un’intervista con Terrasanta.net. I fatti gli danno ragione: re Abdullah, rientrato questa settimana a Riyadh dopo tre mesi di malattia e convalescenza (tra Stati Uniti e Maroccco), ha promesso ai suoi sudditi più investimenti per l’edilizia, per l’assistenza sociale e per consentire ai giovani di proseguire i loro studi all’estero.Un segno di apertura. Benché vi siano state infatti poche manifestazioni di dissenso, anche in Arabia Saudita – secondo molti esperti – la voglia di cambiamento esiste e i problemi sociali si sono acutizzati: la disoccupazione riguarda il 40 per cento dei ragazzi sauditi tra i 15 e i 24 anni.
Dal 25 gennaio, data di inizio della rivolta egiziana, Esslimani si è trasferito, col permesso dei suoi superiori, al Cairo per seguire, come molti intellettuali islamici, gli avvenimenti nel più popoloso Paese arabo. Ha tenuto un diario di «quei giorni straordinari»: tira fuori di tasca i fogli un po’ stropicciati e ne legge qualche passaggio: «29 gennaio, 2 di notte: sto tornando a casa da piazza Al Tahrir, dove ho visto cose mai vissute prima nelle nostre società. Tutte le generazioni, tutti i gruppi etnici insieme contro la prepotenza del potere». «Quando qualcuno tentava di imporre slogan religiosi, veniva subito zittito», racconta poi a voce.
C’erano anche i copti, «nonostante che papa Shenuda III avesse dato ordine di non unirsi ai manifestanti. Ho visto con i miei occhi un ragazzo copto che aveva alzato uno striscione che recitava: “Sono cristiano e sono qui”». Esslimani, che proviene da un Paese dove è persino vietato esporre in pubblico qualsiasi simbolo cristiano, è rimasto colpito dalla convivenza interreligiosa della piazza Al Tahrir. «C’era una ragazza cristiana che si è tolta un foulard, penso fosse pure costoso e firmato, per prestarlo a un ragazzo musulmano che lo ha usato come un tappeto per la preghiera islamica del pomeriggio», narra il teologo quasi con incredulità. Ed ancora: durante i sermoni dell’imam nella piazza del Cairo, solo le persone nelle prime file riuscivano a sentire le parole. «Un giorno, un ragazzo cristiano ha preso il megafono e ha rilanciato il discorso e le preghiere del religioso».
Esslimani, che ha partecipato in questi giorni a un convegno della Comunità di Sant’Egidio dal titolo L’agenda della Convivenza, ha riposto per il momento in valigia la classica galabia, e ha indossato un abito occidentale, con tanto di cravatta gialla. Il suo impegno liberale è conosciuto; è un ospite fisso di tanti appuntamenti di dialogo tra musulmani e cristiani. Tra pochi giorni indosserà di nuovo il vestito tradizionale arabo per il suo rientro a Gedda; su di lui tuttavia, come su tanti altri intellettuali islamici, è evidente il segno profondo lasciato dalle vicende tunisine ed egiziane. «Anche nel mio Paese qualcosa si sta muovendo e non riguarda solo lo status delle minoranze sciite delle regioni petrolifere dell’Est», conclude con un sorriso pieno di speranza.
© http://www.terrasanta.net/tsx/index.jsp - 25 febbraio 2011
Morti e feriti in Iraq. Si dimette il governatore di Bassora
Iniziano ad arrivare le notizie della manifestazione indetta per oggi alle 12.30 a piazza Tahrir a Baghdad.
Secondo Al Sumaria circa 3000 persone si sarebbero radunate nella piazza sorvolata da elicotteri e circondata dalle forze di sicurezza nonostante il coprifuoco mentre è stato chiuso con barriere di cemento armato il ponte della repubblica che la collega alla zona verde che però, secondo testimoni di Ankawa.com sarebbe assediato dalla folla. La zona verde è sede del comando e dell'ambasciata americana, delle sedi istituzionali irachene ed anche delle abitazioni di molti politici.
Ad Erbil il governatore Nawzad Hadi ha affermato che non ci si sarà nessuna manifestazione. Notizia confermata anche da fonti di Baghdadhope da Erbil alle 14.30 ora irachena dove la vita sta scorrendo normalmente anche se da ieri sono chiusi gli accessi stradali che portano ad Erbil da Mousl e Kirkuk.
A Mosul, secondo quanto riportato dal sito Ankawa.com, l'esigua e terrorizzata comunità cristiana non partecipa alla manifestazione. Secondo uno dei testimoni citati agli impiegati pubblici è stato ordinato di conservare nelle proprie case i documenti ufficiali per timore che le proteste coinvolgano gli edufici pubblici.
Scontri sarebbero stati registrati presso il palazzo del consiglio provinciale cui i manifestanti avrebbero dato fuoco. La polizia avrebbe risposto sparando sulla folla anche con cecchini posizionati sul tetto di un edificio vicino a quello attaccato uccidendo otto manifestanti e ferendone altri che non possono essere trasportati in ospedale perchè, a causa del cordone di sicurezza, le ambulanze non sarebbero in grado di arrivare al luogo degli scontri.
Ad Hawijia, il villaggio natale di Saddam Hussein nei pressi di Tikrit, gli scontri tra manifestanti e forze di sicureza hanno già fatto registrare un morto e due feriti ha affermato il governatore distrettuale Ali Hussein Ahmad.
Notizie da Bassora parlano di una manifestazione senza scontri o vittime che si sarebbe concentrata nei pressi dell'edificio del consiglio provinciale e della dimissione da parte del governatore della città, Sheltag Abboud, come riferito anche dal parlamentare Qusay Alabbadi.
Scontri tra manifestanti e forze di sicurezza con morti e feriti il cui numero è ancora incerto sono stati registrati anche a Salahuddin, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno ed a Kirkuk dove i morti sarebbero addirittura già tredici.
Imponenti misure di sicurezza e di coprifuoco sono state imposte anche a Samarra, Fallujia e Sulemaniya.
© http://baghdadhope.blogspot.com/ - 25 febbraio 2011
La protesta nel mondo arabo. Il cardinale Naguib: una ventata di democrazia. Riccardi: non si spara sugli inermi
La Libia e ciò che sta accadendo nel mondo arabo è stato al centro dell’attenzione del convegno organizzato da Sant’Egidio “Agenda della convivenza, cristiani e musulmani per un futuro insieme”. C’era per noi Francesca Sabatinelli:
Educazione, cultura, dimensione politica e religiosa, tutela dei diritti fondamentali della persona sono i punti cardine sui quali al convegno si sono interrogati i rappresentanti delle due fedi, ma anche uomini politici e di cultura. Nello scenario che in questi giorni si sta delineando nel Nord Africa, nel mondo arabo in generale, la domanda che ci si è posti è se la presenza cristiana araba stia scomparendo. Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio:
R. - La presenza cristiana nei Paesi arabi è a rischio di scomparsa ma questa presenza è decisiva per i musulmani stessi perché questi Paesi non si “totalitarizzino”. In questo senso bisogna aiutare la presenza cristiana nei Paesi musulmani ma sono i musulmani stessi che devono comprendere il valore di questa presenza.
D. – Dagli interventi si è capito come questi sconvolgimenti che sono in atto in realtà nascono da una voglia di democrazia che unisce …
R. - Sono i valori di una comunità globale che sono entrati nel mondo arabo e che sono cresciuti: i giovani si sentono soggetto di una trasformazione e questo è decisivo, ma noi dobbiamo essere attenti a questo. Per anni e anni abbiamo detto: esportare i valori della democrazia; ora c’è qualcosa che germina sul terreno e che cosa facciamo?
D. - Come sostenere questa democrazia?
R. – Deve crescere in loro stessi. Per esempio, già la visita del primo ministro Frattini in Egitto è stata significativa e quello che lui ha detto io lo condivido ed è la linea di Sant’Egidio da tempo: una politica della convivenza e non della convenienza.
D. – Voi avete preoccupazioni alla luce di quello che sta succedendo in Libia?
R. – Sant’Egidio segue da anni con attenzione quello che avviene in Libia. Noi abbiamo perplessità su come la politica libica gestisce questa situazione. Dalla Libia viene un grido di dolore per le violenze contro la gente: non si spara sulla gente inerme! E’ ora che noi facciamo i conti con questo sistema libico che è un sistema opaco e violento, e non da oggi.
Per l’Egitto, secondo Paese dopo la Tunisia a vedere la sollevazione del popolo, si apre ora l’occasione reale di diventare un Paese moderno: lo aveva detto in un’intervista il patriarca di Alessandria dei copti, il cardinale Antonios Naguib:
R. – Ciò che sta arrivando è, certamente, una ventata di democrazia, di uguaglianza e di cittadinanza. E’ molto bello. Con la rivoluzione di Nasser nel 1952 fu introdotto l’autoritarismo che è durato fino al 2011. Si definiva uno Stato democratico ma in realtà era una dittatura presidenziale che della democrazia aveva soltanto il nome. Adesso sentiamo che c’è un cambiamento.
D. – Nel suo Paese c’è qualcuno in grado di difendere questa “ritrovata” democrazia?
R. – Direi che c’è il popolo e soprattutto la nuova generazione. Politicamente, i leader non erano preparati a questo e il pericolo è che possano sovrapporsi altri che sono ben organizzati. Da noi ci sono i fratelli musulmani …
D. – Lei teme che tutto questo possa favorire il fondamentalismo?
R. – Favorire forse no, ma dare spazio, sì. Il pericolo è che loro, che sono così bene organizzati e preparati, approfittino di questo spazio per imporsi. Sono benvenuti se rispettano anche gli altri, l’uguaglianza e le leggi civili del Paese.
D. - Quanto la preoccupa ciò che sta accadendo in Libia?
R. - Se si paragona il movimento dell’Egitto con quello della Libia, dico che quello dell’Egitto è un movimento “civile”. Anche il presidente ha rispettato i cittadini: quando è stato il momento ha compreso che si trattava di andare incontro ad una guerra civile o lasciare che la popolazione seguisse il suo corso, il suo movimento. E l’ha fatto. La Libia, no. (bf)
© © www.radiovaticana.org - 23 february 2011
Egitto, ucciso prete copto
TURKEY: LENT IN MEMORY OF MGR. PADOVESE
Catecheses, presbyters’ retreats, and solidarity. These three lines will be the inspiration behind the forthcoming Lent in the community of Antioch, run by the parish priest, father Domenico Bertogli. “We want to live this time in preparation to Easter as a time of announcement and forgiveness in communion with our Orthodox brothers”, he states to SIR, giving also a few previews of other events, for instance one with the Capuchin fathers in Cappadocia in April. “We are waiting for mgr. Ruggero Franceschini, president of the Turkish Bishops and the current administrator of the apostolic vicariate of Anatolia, to come visiting us soon in replacement of the late mgr. Luigi Padovese. An important visit, which is also aimed at strengthening our congregation who is waiting for the arrival of a new pastor after mgr. Padovese’s murder on June 3rd last year”. Moments of solidarity will not be missing either, with the local Caritas that, as the parish priest explains, sent a letter to the congregation to invite it to “materially share what they have with those who are in need”.
A special intention of prayer will go to the Church of Iskenderun, currently run by a small community of friars minor conventual, “that was deeply affected by mgr. Padovese’s death. In this respect, the arrival of a new bishop is, in my opinion, urgent, but we will have to wait a little bit longer, maybe a couple of months. Unfortunately, we will have to wait much longer to have a trial who will do justice to mgr. Padovese’s death”. “To commemorate him as best as we can – father Bertogli adds –, we will continue our mission of announcement. After so many requests since last Thursday as leaders of the Catholic, Orthodox and Jewish communities, we no longer have an escort. It was unnecessary, and we did not feel free, we have telephones we can call from to report any problem, fear or need”. An announcement that will be revived, according to the priest, not least “by the pilgrims coming to Tarsus and Antioch again. Since late February, we have been receiving several groups from Portugal, Italy, France, Germany. It is one of the fruits of the Pauline Year; pilgrims strengthen the small Christian community that thus feels to be part of the universal Church. And this is vitally important to us”.
© SIR - 8 marzo 2011
Egyptian Revolution: Muslims and Christians united
by Samir Khalil Samir
Many wonder if the Egyptian revolution and the overthrow of Muhammad Hosni Mubarak, who was a politically moderate president, will result in Egypt falling into the hands of the Muslim Brotherhood in or some extremist Islamic group. There is no doubt that Mubarak was opposed to the Muslim Brotherhood and that he aspired to a secular state and a modern secular society (dawlah madaniyyah hadîthah, rather than dawlah ‘almâniyyah, as he himself said in his speech at al Azhar of September 5 2010 and again in Parliament December 19, 2010). Meanwhile, however, the Muslim Brotherhood movement has changed somewhat in the aftermath of giving up violence, and no longer seeks to establish an Islamic caliphate, or to apply Islamic Sharia in all its aspects. Indeed it aims to maintain the general practice along the lines of Islam, but it is not yet known to what extent. However, alongside this movement others equally as strong want a more neutral, and more liberal society regarding religious traditions, as has clearly emerged from a survey carried out in Cairo and in Alexandria on February 5 to 8, which we will return to a t a later date. We know that the Patriarch Shenouda III was not favourable in the first week, towards the popular movement and ardently defended President Mubarak. The reason was that no one knew how this movement was going to end. The Coptic people, took tot he streets from the very outset of the protests. The "revolution," or rather the Egyptian intifada, was the peoples revolution. Copts and Muslims, hand in hand, without discrimination. Perhaps in reaction to the savage attack against the church of Saints in Alexandria New Year’s eve. Rather than a long analysis, it seemed more useful ¬ - for once – to let the pictures from Liberation Square (Midân al-Tahrîr) speak for themselves. Here are ten pictures showing Muslims and Christians, with their religious symbols, hand in hand. For us Egyptians, this event recalls the "Egyptian Revolution of 1919" against the United Kingdom which occupied Egypt and Sudan, just after the armistice of 11 November 1919 after the First World War in Europe.
Fotogallery on Asia News
Bishop Nestor of Korsun meets with Cardinal Andre Vingt-Trois
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Bishop Nestor of Korsun met on February 15, 2011, with Cardinal Andre Vingt-Trois, Archbishop of Paris, president of the French Episcopal Conference. It was the first meeting of the new head of the Moscow Patriarchate’s diocese of Korsun with the Catholic archbishop of Paris.
They discussed prospects for the development of contacts and cooperation between Orthodox and Catholic Christians in France as well as a project for bringing the relics of the Holy Empress Helena over to Russia, the Korsun diocesan press service has reported. An agreement for an exchange of relics was made by Cardinal Andre Vingt-Trois and the late Patriarch Alexy II during their meeting in 2008.
DECR Communication Service
© http://www.mospat.ru/en/ - 18 febraury 2011
Metropolitan Hilarion and the Primate of the Church of the Czech Lands and Slovakia concelebrate
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On February 15, 2011, the Day of the Meeting of Our Lord, His Beatitude Christopher, Metropolitan of the Czech Lands and Slovakia, celebrated the Divine Liturgy at the Russian Orthodox Church representation in Karlovy Vary. Metropolitan Hilarion of Volokolamsk, head of the Moscow Patriarchate’s department for external church relation, concelebrated, with the blessing of His Holiness Kirill, Patriarch of Moscow and All Russia.
Among the numerous worshippers were Russian General Consul in Karlovy Vary S. Scherbakov, and Karlovy Vary Vice-Governor Jaroslav Borko.
During the Lesser Entrance, Metropolitan Hilarion placed a mitre on Archpriest Vladimir Ambrosimov and during the Great Entrance he ordained Pavel Gempal as deacon, with the blessing of Metropolitan Christopher.
After the liturgy the head of the Czech Church greeted Metropolitan Hilarion, saying in particular,
‘You are the second Metropolitan of Volokolamsk to celebrate the Divine Liturgy in Karlovy Vary. The first was His Eminence Pitirim, who led the service in this church when in 2007 we marked the centenary of this church.
‘For us, Czechs, Russians, Serbs and people from other countries, Karlovy Vary is first of all a place of prayer. This church was built in accordance with the desire of people who wanted to pray, who could not live or spend their holidays in this city without prayer. Among those who took part in the building of this beautiful church were also saints: Russian Emperor Nicholas II, his wife and many others.
We are very glad to have you, dear Vladyka, among us today. And though it is your first visit to this city, you have already gone down history of the Czech Orthodoxy by ordaining Hierodeacon Isaiah.
I hope that during your stay in Karlovy Vary and Prague you will see once again how we love you and respect our spiritual mother, the Russian Orthodox Church’.
The DECR chairman, in his turn, delivered an archpastoral homily. He said in particular,
‘First of all I would like to convey to your Beatitude and to you, dear fathers, brothers and sisters, greetings from His Holiness Patriarch Kirill of Moscow and All Russia, his blessing and wish that the liturgy may continue in this holy church as it did for over one hundred years and that it may continue to be filled with parishioners and that the Lord may bless each one who comes to it.
Today, the Day of the Meeting of Our Lord, we remember the events described in the Gospel of St. Luke: the Infant Jesus Christ was brought to the temple to be dedicated to God, and the righteous Simeon, to whom it had been promised that he would not die before he had seen the Lord’s Messiah (Lk. 2:26) took Him in his arms and said a prayer, which we pronounce during each vespers: Sovereign Lord, as you have promised, you may now dismiss your servant in peace (Lk. 2:29).
One’s life is meaningful and precious only if one meets Christ. And only those who have communicated with the Lord here on earth spiritually and physically can pass away to Him in peace, in the knowledge that they will meet Him there as well. Each of us should understand that the value of our life on earth is determined by our ability or disability to come close to Christ. We have heard today the striking words: ‘It is not the old man that holds Me but I hold him, for he asks Me for remission’. Jesus Christ lay in arms of the righteous Simeon in the image of a helpless infant but He as the Lord and Almighty held and holds the whole universe and each human being in His right hand. And when we as clergy hold in our hands in the sanctuary the Most Pure Body of the Lord Jesus Christ we cannot but remember these words. The Lord was pleased to entrust Himself to us and to give his Body into our hands. The Lord gives Himself to us so that our life may be meaningful and filled with His divine presence.
On the Day of the Meeting of Our Lord, the Church reminds us of that meeting of man with God which takes place every time when we partake of the holy Gifts of Christ, when we hold the Lord in our hands but He holds us in His right hands, when we take Him into us and He comes to fill the whole of our human nature, spiritual and physical, with His presence and grace.
Therefore, let us try to partake of the Holy Gifts of Christ as frequently as possible so that we may be united with God not only in spirit but also body, so that His divine presence may spread through us to other people, for the Lord has called each of us to carry on the apostolic ministry. The Lord has entrusted Himself to us so that we may hand Him over to other people, so that we may share the grace that He gives us in such abundance in His holy church.
Your Beatitude, it is a special joy for me to celebrate together with you in this historic church, which has been for many years the representation of the Russian Orthodox Church in the Czech land. This resort town attracted Russian aristocrats as far back as in the 19th century. This church was built with the help of the Russian imperial family, and many representatives of the Russian nobility took part in its construction and decoration. Today thousands of our compatriots come here to lift up prayers and take part in the liturgy.
You, Your Beatitude, as Primate of the Orthodox Church of the Czech Lands and Slovakia, take paternal care of this and other churches in this land. At the same time, this church serves as a bridge between our two Churches, reminding us of the spiritual unity that brings us together. I wholeheartedly greet Your Beatitude and wish you God’s help. May the Lord preserve you for many good years.
And to you, dear brothers and sisters, I wish God’s help, so that the Lord may bless every one of you on your life journey and God’s grace may preserve and guide you to the Kingdom of God. Amen’.
DECR Communication Service
© http://www.mospat.ru/en/ - 15 febbraio 2011
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http://www.mospat.ru/en/2011/02/16/news36329/
CCEE: BISHOPS OF SOUTH-EASTERN EUROPE, MESSAGE TO YOUNG PEOPLE. “DON’T LOSE HEART!”
“Dear young Catholics, even if you are a minority in your countries, don’t lose heart!”. This are the first words of the message (click here) that the Presidents of the Bishops Conferences of South-Eastern Europe, who met from 3rd to 6th March in Nicosia, Cyprus, sent to the young Catholics of their countries. “You are not the only ones – the bishops write – who believe and hope in Christ. A huge sea of young people hope in Christ, love Christ and confide in Christ”. In Nicosia, the bishops spoke of youth pastoral work in the run-up to the World Youth Day (Madrid, 16-21 August) and looked in particular into the special situation in which young people are living in South-Eastern Europe. “We are aware – they write in their message – of your problems. Problems from broken families, problems finding a permanent job, problems resulting from the «eclipse of the meaning of God» in the society in which you are called to live”. “Despite these problems, we trust you immensely”. The bishops entrust these young people with an important mission: “You are called to accomplish what the earlier generation sometimes failed to do: fraternal dialogue with your peers, even those of different religions or Christian confessions; cooperation for justice and peace”.
© www.agensir.it march 6th 2011
NEW EVANGELISATION: MGR. ETEROVIC (HOLY SEE), “DOING MORE, DOING BETTER”
“While evangelisation is, let’s say, the ‘everyday’ business of the Church, proselytism consists in using illegal means to promote faith. The Church does not do proselytism, and, when it speaks of new evangelisation, it means to go different directions, even that of people who have already been baptised but who have maybe gone astray”: this was said by mgr. Nikola Eterovic, secretary general of the Synod, today in the Vatican, at the press conference for presentation of the “Lineamenta” of the Episcopal Synod about new evangelisation, planned for October 2012. “The Gospel – he went on – cannot be imposed, it is freely offered to anyone, Christians and non Cristians. So, an initial evangelisation can also be done with those immigrants who come to countries of ancient Christianisation. Then, they will be free to accept or reject the announcement and eventually approach Christianity and its core, which is Christ”. Then, mgr. Eterovic pointed out that one of today’s means for the announcement consists of “the new media, where the Church is called to do more and do better, because the new technology is a very significant modern areopagus”.
© www.agensir.it march 4th 2011
В московском центре «Покровские ворота» прошел вечер, посвященный истории издательства «Жизнь с Богом» и жизни о. Александра Меня
На днях в московской резиденции посла Бельгии в России прошел вечер, посвященный истории издательства «Жизнь с Богом». Мероприятие было организовано сотрудниками Всероссийской библиотеки иностранной литературы (ВГБИЛ) и приурочено к 20-летию со дня гибели о. Александра Меня. Бельгийское издательство и о. Александр тесно связаны, потому что произведения русского священника в застойные годы издавались именно в «Жизни с Богом». Именно поэтому духовные чада и друзья протоиерея Александра Меня говорят: «Мы все родились из «брюссельской капусты»». Книги о. Александра выходили под псевдонимами «Эммануил Светлов» и «А. Боголюбов» и переправлялись в Россию с дипломатической почтой и бельгийскими туристами.
На встрече выступали чрезвычайный и полномочный посол королевства Бельгия Ги Труверуа, автор биографии А. Меня профессор Ив Аман из Парижа, историк Алексей Юдин и другие люди, знавшие сотрудников издательства и о. Александра. Присутствующий на вечере протоиерей Александр Борисов рассказал о способах переправки в Москву «брюссельской капусты» и отметил, что «эти книги были мощным рычагом духовного ренессанса в России». А племянник о. Александра о. Виктор Григоренко, настоятель храма, построенного на месте гибели о. Меня, выразил уверенность в том, что «книги о. Александра продолжают работать».
© www.radiovaticana.org - march 5th 2011
«Православие не сможет выжить, если останется в изоляции»: никаких шагов вперед ко Всеправославному собору
«Никаких шагов вперед ко Всеправославному собору»: так озаглавлен комментарий ватиканской газеты «Оссерваторе Романо» к заседанию в Шамбези Межправославной подготовительной комиссии в рамках подготовки Святого и Великого Собора Православной Церкви.
Никакого единодушного решения ни по теме автокефалии, ни по способу ее провозглашения, ни по диптихам, то есть каноническому порядку территориальных Церквей. В конце заседания было распространено коммюнике, в котором пояснялось, что комиссия «продолжила анализ темы подписания томоса об автокефалии, оставшийся незавершенным после предыдущего заседания», однако после долгих дискуссий «не было возможным принятие единодушного решения». Не пришли к согласию и по вопросу диптихов. В ходе заседания была проанализирована просьба Польской и Албанской Православных Церквей о предоставлении им ранга, который имеют другие автокефальные Церкви, предлагая приспособление диптихов. Церковь Грузии и Церковь Кипра запросили повышение ранга, но и по этому вопросу не удалось прийти к единодушному решению. Были изучены также замечания по поводу ранга тех Церквей, которые не признаются автокефальными на всеправославном уровне. В заключительной речи президент комиссии митрополит Пергамский Иоанн заявил: «Православие не сможет выжить, если останется в изоляции и в рассеянии самодостаточных местных единиц. На предстоятелей Православной Церкви возложена ответственность за продвижение единства всеми силами и не теряя времени».
© www.radiovaticana.org march 4th 2011
Отставка и назначение в Казахстане
Святейший Отец принял прошение об отставке епископа Алматы Его Преосвященства монс. Хенри Теофилуса Хованца, в соответствии с каноном 401 Кодекса Канонического Права. Папа назначил новым ординарием епархии Пресвятой Троицы в Алматы испанца Хосе-Луиса Мумбиела Сиерру, в настоящий момент ректора Высшей духовной семинарии в Караганде. Новому ординарию 41 год, в Казахстане он несет свое служение с 1998 года.
© www.radiovaticana.org - march 5th 2011
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عُقد اجتماع لرؤساء وممثلي الكنائس المسيحية المختلفة في مص بمقر البابا شنودة الثالث، بابا الإسكندرية وبطريرك الكرازة المرقسية للأقباط الأرثوذكس بالقاهرة. وجاء في بيان صدر عن المجتمعين "لقد اتفق الجميع على تأييد لثورة 25 من يناير 2011، التي بدأت صفحة جديدة في تاريخ مصر، وعلى مساندة جيشنا الباسل والمجلس الأعلى للقوات المسلحة، مؤيدين الدعوة إلى دولة مدنية ديمقراطية ذات دستور يحقق المواطنة الكاملة والعدالة الاجتماعية والوحدة الوطنية وآمال الشعب بكل فئاته". وتابع البيان: "نحث أبناء شعب مصر العظيم أن يقوموا بواجبهم الوطني من خلال مشاركتهم الإيجابية الفعالة في الحياة السياسية ومساهمتهم في بناء مصر المستقبل، التي تضم جميع أبناء الوطن العزيز. كما نتذكر بفخر أولئك الذين سالت دماؤهم في سبيل وطننا، ونتقدم بالتعزية من جميع ذويهم، كما نلتمس الشفاء للجرحى الأعزاء. ونرفع صلوتنا لله ليحفظ مصرنا العزيزة ويكمل مسيرتها بسلام
© www.radiovaticana.org - february 27th 2011
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شهود: القتلة خرجوا هاتفين: الله أكبر
في 24 فبراير الجاري، شجبت إذاعة الفاتيكان مقتل الكاهن القبطي الأرثوذكسي، الأب بطرس داود قرب أسيوط، في قرية شطب في صعيد مصر، وقالت أنه لم يعرف حتى الآن إن كانت الجريمة قد حصلت بدافع السرقة أو لأسباب دينية.
ابنته هي التي وجدت جثة أبيها الهامدة بعد ثلاثة أيام من دون سماع أنباء عنه. كان جسده المقطوع الرأس مثخناً بالجراح التي سببها السلاح الأبيض بعد أن تم السطو على شقته. كما وجدت الخزنة خالية من النقود.
لكن شهوداً يقولون أنهم رأوا رجالاً ملثمين يخرجون من الشقة هاتفين "الله أكبر". وكان الكاهن قد تلقى تهديدات من موقع إلكتروني إسلامي كان يتهمه بتبشير مسلمين.
هذه العملية تندرج ضمن أعمال العنف العديدة التي تستهدف الجماعة الأرثوذكسية القبطية في مصر منذ اعتداء الإسكندرية الذي أسفر عن سقوط 23 قتيلاً ليلة رأس السنة
بدورها، تذكر وكالة فيدس الفاتيكانية كلمات أسقف أسيوط، المونسنيور كيرلس ويليام: "يبدو أن المسألة ترقى إلى ما قبل عامين. فقد قام مؤمن قبطي أرثوذكسي بارتكاب عمل تدنيسي ضد الإسلام مما أغضب المسلمين. وقد أعلن لاحقاً أن كاهنه، الأب بطرس داود، هو الذي دفعه إلى ارتكاب هذا العمل. ومنذ ذلك الحين، لطالما كان التوتر سائداً بين الجماعتين القبطية والمسلمة
© february, 25th 2011
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a cura di P. Stefano Caprio
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