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        <title>General news</title>
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            <title>Digiuno per la pace in Terra Santa</title>
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            <description><![CDATA[<img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="ulivo-segno-del-digiuno" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/spiritualita/ulivo-segno-del-digiuno.jpg" width="150" height="168" />GERUSALEMME, 22. Digiunare per la pace in Terra Santa. È l’invito lanciato dal Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, nella sua lettera per la Quaresima 2012, diffusa lunedì 20, e intitolata Penitenza per il Regno e per la pace. «In Terra Santa e nel resto del Medio Oriente, soffriamo ancora per le violenze e i conflitti. La pace è una delle più grandi grazie che il Signore accorda all’umanità», scrive il Patriarca, che sottolinea come «il Signore ci chiede di lavorare per la pace. Ed è questa pace che vogliamo realizzare con la preghiera, la penitenza e il digiuno». Nella lettera Twal ricorda quanto prescritto dalla Chiesa in materia di astinenza e digiuno durante il periodo quaresimale. Tuttavia, sottolinea che, oltre a ciò, «c’è anche il digiuno “spirituale”, ancor più gradito al Signore, che consiste cioè in un digiuno dei sensi, per non peccare “in parole, opere e omissioni”». E suggerisce che «per promuovere un clima di raccoglimento e di preghiera, sarebbe conveniente anche evitare o ridurre gli spettacoli mondani, specie del piccolo schermo e internet». Tra le piccole rinunce anche quelle alle «pietanze troppo prelibate», alle bevande alcoliche e al fumo. Non si tratta, però, di rinunce fine a se stesse. «Noi non digiuniamo per digiunare. Noi digiuniamo per imitare Cristo, per sentire vicino coloro che hanno fame e sete. Come dice il Prefazio IV di Quaresima: “Con il digiuno quaresimale tu vinci le nostre passioni, elèvi lo spirito, infondi la forza e doni il premio”». Infatti, «il Signore non aveva bisogno di fare digiuno, così come non aveva bisogno di essere battezzato da Giovanni. Lo fece per amore nostro, per mostrarci fino in fondo la sua solidarietà e per indicarci il cammino di salvezza insieme a Lui. Per noi, infatti, la penitenza, il digiuno, la riconciliazione, insieme alla preghiera e all’elemosina, sono indispensabili per espiare i nostri peccati. In questo senso, nel Salvatore che digiuna possiamo trovare un meraviglioso esempio per noi». Quest’anno, sottolinea inoltre il Patriarca, «la nostra Quaresima è posta tra due sinodi episcopali di estrema importanza, quello dell’anno scorso, per i cristiani del Medio Oriente, e il prossimo, dedicato alla nuova evangelizzazione. Come per l’ecumenismo, questo movimento di avvicinamento in vista dell’unità dei cristiani, è innanzitutto la “conversione del cuore” che, per grazia di Dio, è la chiave per risolvere problemi ritenuti irrisolvibili e per porre fine a ostilità che sembrerebbero interminabili e irrimediabili». Infatti, «la conversione consiste nel capire che “l’uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo , 4, 4)». In questa prospettiva il Patriarca s’interroga se non sia «forse giunto il momento per i popoli della nostra regione, costantemente in conflitto, di “r i t o r n a re ” al Signore, vivendo i Dieci Comandamenti, in particolare il rispetto della vita, della proprietà e dei diritti delle persone? Non sarebbe forse questa la soluzione, una “metanoia”, una rivoluzione, un cambiamento radicale, ove il bene delle nazioni e dei popoli sostituisca gli interessi di alcuni “grandi” a scapito dei loro popoli?». Il presule è ben consapevole che la proposta del digiuno avviene in una congiuntura particolare, in un momento di grave crisi internazionale. «In mezzo a difficoltà e avversità, dobbiamo agire con saggezza e aiutarci gli uni gli altri. Nel corso della crisi finanziaria mondiale, il Papa ha dichiarato senza esitare che chi costruisce sul denaro costruisce sulla sabbia. Il Santo Padre a più riprese ha evidenziato che la crisi fondamentale è una crisi di valori, è una crisi etica, che fa seguito a una crisi di fede». Di qui l’invito a digiunare per la pace. E la sottolineatura dell’importanza dell’elemosina e delle opere di carità. «Suggeriamo di offrire ai poveri e a un progetto importante della nostra diocesi i frutti dei nostri sacrifici e delle nostre rinunce. Vorrei proporre, in particolare, di destinare tali offerte per la costruzione della chiesa del Battesimo del Signore, e dell’annesso convento, al di là del Giordano».<br /><br />© Osservatore Romano - 22 febbraio 2012]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Wed, 22 Feb 2012 17:28:12 GMT</pubDate>
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            <title>George Alencherry: &amp;quot;Basta il Vangelo. Oltre l’eurocentrismo&amp;quot;</title>
            <link>http://www.orientecristiano.com/notizie/in-evidenza/basta-il-vangelo.html</link>
            <description><![CDATA[<img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="fab0910d6f" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/chiesa/fab0910d6f.jpg" width="150" height="102" />Gianni Valente<br /><br />Tra i cardinali creati al Concistoro di sabato scorso la figura di Sua Beatitudine George Alencherry, Arcivescovo maggiore della Chiesa siro-malabarese, si distingue per più di un motivo. È il capo di una <b>Chiesa cattolica di rito orientale robusta e fiorente. Una Chiesa apostolica, germinata dalla predicazione di San Tommaso apostolo, che non ha mai interrotto i rapporti di comunione coi successori di Pietro.&nbsp; </b> <br /><br /> Nella lista di nuovi cardinali, a forte prevalenza curiale e italiana, la presenza di Alencherry - insieme a quella del nuovo cardinale cinese John Tong - ha rappresentato il segno più eloquente della perdurante universalità della Chiesa cattolica, messa in ombra secondo molti osservatori da pulsioni “eurocentriche” sempre più forti. <br /><br /><b>Cosa rappresenta per la Chiesa siro-malabarese la sua cooptazione nel Collegio cardinalizio?</b> <br />Con la mia nomina il Papa vuole esprimere la partecipazione della Chiesa siro-malabarese nella missione universale della Chiesa, non solo <i>de facto</i> ma anche <i>de jure</i>. Da ora, come membro del collegio cardinalizio,&nbsp; sono tenuto a cooperare più strettamente con il Papa e con la sua guida della Chiesa, in obbedienza e lealtà. <br /><br /> <b>Insomma, è anche il segno che la Chiesa cattolica non si riduce ai confini della Chiesa latina.</b> <br />Più che un segno, è il riconoscimento di un fatto. La Chiesa cattolica è comunione di diverse Chiese particolari. Ci sono ventidue Chiese orientali, che in comunione con la Chiesa latina compongono la Chiesa universale. <br /><br /> <b>Negli ultimi tempi questo orizzonte universale sembra rattrappirsi. C’è che vede la Chiesa “auto-occupata”, tutta ripiegata su problematiche di gestione interna. Le cose stanno così? </b> <br />È doveroso preoccuparsi per i problemi interni della Chiesa. Se la Chiesa è la casa di Cristo, questo si vede anche dalla comunione e dall’unità che vi regna. L’importante è che la nostra sollecitudine abbia come unico criterio il Vangelo. Questo impedisce di isolarsi e consente di farsi carico anche dei problemi del mondo. Queste cose – il permanere nella fede che rende viva la Chiesa e la testimonianza nel mondo – dovrebbero procedere in parallelo. <br /><br /> <b>Eppure, a prendere la scena, soprattutto a livello mediatico, sono le lotte e le manovre all’interno dei Palazzi vaticani. Come valuta il ruolo esercitato dalla Curia romana? </b> <br />I conflitti, i contrasti e le incomprensioni possono sempre avvenire. Sono legati alla natura umana. Può accadere ora ciò che già è accaduto in passato. Il problema è affrontare anche queste cose alla luce del vangelo. La funzione di amministrazione e di governo deve essere un servizio esercitato nella comunione e a vantaggio di tutta la Chiesa. Quando ci sono problemi, conflitti e fallimenti umani, bisogna ricordare anche che la Curia è un organismo composto da vari dicasteri, i quali devono coordinarsi per operare collegialmente al servizio del Papa. <br /><br /> <b>Cosa l’ha colpita delle parole dette dal Papa nei giorni del Concistoro?</b> <br />Il Papa ha indicato la vera attitudine che ogni vescovo e cardinale o chiunque riveste incarichi nella Chiesa dovrebbe avere. Siamo servi. Servitori della Chiesa e anche della società umana. E quelli chiamati a compiti particolari&nbsp; di responsabilità dovrebbero essere più umili degli altri. I vescovi più umili dei preti, i cardinali più umili dei vescovi. Il Papa in questo è un esempio per tutti. Basta guardare l’umiltà e la pazienza con cui affronta le situazioni. <br /><br /> <b>C’è che dice: i discorsi del Papa sono cose spirituali, volano alto. La realtà è un’altra. </b> <br />Quello che dice il Papa coincide con quanto Dio stesso desidera riguardo al nostro ufficio. Ce lo ha detto Gesù. Non sono solo belle parole, non sono una teoria. Nella Chiesa anche l’esercizio dell’autorità non può avvenire secondo le dinamiche del potere mondano. <br /><br /> <b>Si sentono in giro chiacchiere da pre-Conclave. Secondo alcuni report, al Concistoro qualche cardinale parlava del prossimo Papa… Lei che dice?</b> <br />Dico che bisogna lasciare tutte queste cose alla provvidenza di Dio. È Lui che governa la Chiesa. <br /><br /> <b>In questi giorni, proprio mentre Lei era a Roma, è esplosa la tensione tra India e Italia per la vicenda dei due soldati italiani accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala. </b> <br />Sono dispiaciuto per quella tragica vicenda. Io non so esattamente cosa è accaduto in mare. Forse c’è stato un fraintendimento, una incomprensione, un giudizio sbagliato, errore umano. Dei pescatori sono stati scambiati per pirati. E il fatto ha suscitato molta emozione. Tanti chiedono che i due accusati siano processati e puniti. Lì le cose stanno montando. Giustizia e verità devono fare il loro proprio corso. Spero che la pace e l’armonia siano mantenute in India e tra le due nazioni.<br /><br />© <a href="http://vaticaninsider.lastampa.it">http://vaticaninsider.lastampa.it</a> - 22 febbraio 2012]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Wed, 22 Feb 2012 16:38:55 GMT</pubDate>
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            <title>Turchia, il giorno del patriarca</title>
            <link>http://www.orientecristiano.com/notizie/in-evidenza/turchia-il-giorno-del-patriarca.html</link>
            <description><![CDATA[<img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="bartolomeo-1-12" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/oriente-cristiano/bartolomeo-1-12.jpg" width="198" height="133" />Massimo Introvigne<br /><br />Il 20 febbraio il patriarca ecumenico (ortodosso) di Costantinopoli, Bartolomeo I, per la prima volta nella storia turca ha parlato a una commissione parlamentare nell’ambito delle audizioni per la nuova Costituzione. Si tratta di un passaggio, anche simbolico, molto importante, il cui contesto va però esattamente compreso.<br />
<p><a href="http://www.orientecristiano.com/notizie/in-evidenza/turchia-il-giorno-del-patriarca.html">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Tue, 21 Feb 2012 12:04:00 GMT</pubDate>
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            <title>Quegli strappi che salvarono la memoria</title>
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            <description><![CDATA[<img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="Sonqi-Tino" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/chiesa/Sonqi-Tino.jpg" width="333" height="223" />Alessia Amenta <br /><br />«Digitus Dei est hic! L’avvento dell’islam in Sudan ha sì ricoperto sotto spesse coltri di sabbia le vestigia gloriose di antiche chiese cristiane, ma l’odierna comunità cristiana di Khartoum può dire che quel seme non è sepolto ancora». Queste le parole di padre Giovanni Vantini, comboniano e serio studioso della Nubia cristiana, che partecipò agli scavi di Sonqi per espresso volere della Segreteria di Stato. E questo è anche il sentimento sotteso alla volontà di recuperare le antiche radici cristiane in territorio sudanese, un’area in quegli anni stravolta dalla guerra civile e da animosità anti-cristiane. Il cristianesimo infatti ha nella Nubia radici profondissime, che risalgono ai primi secoli. Recuperare quelle testimonianze e quel patrimonio avrebbe automaticamente tutelato la presenza della comunità cattolica lo cale. In quegli stessi anni Paolo VI scrisse parole appassionate per i popoli africani nella sua Africae Terra rum , : «Nel rivolgere il Nostro saluto all’Africa, non possiamo fare a meno di richiamare alla mente le sue antiche glorie cristiane (...) In realtà, dal secolo II al secolo IV la vita cristiana nelle regioni settentrionali dell’Africa fu intensissima e all’avanguardia tanto nello studio teologico quanto nella espressione letteraria (...) Noi Ci siamo sempre compiaciuti del fiorire degli studi sull’Africa, e vediamo con soddisfazione il diffondersi della conoscenza della sua storia e delle sue tradizioni. Ciò, se fatto in modo onesto e oggettivo, non può non portare ad una più esatta valutazione del suo passato e del suo presente». Il sentimento che lega Paolo VI all’Africa s’intreccia con le riflessioni espresse nel preambolo dell’Atto costitutivo dell’Unesco redatto nel 1945. Si afferma come l’incomprensione reciproca dei popoli sia sempre stata, nel corso della storia, all’origine del sospetto e della sfiducia tra le nazioni, come la dignità dell’uomo esiga la diffusione della cultura e l’educazione di tutti per il raggiungimento della giustizia, della libertà e della pace. E anche agli intellettuali africani si rivolge direttamente Papa Montini poiché il loro contributo è fondamentale per la stabilità degli equilibri: «L’Africa ha bisogno di voi, dei vostri studi, delle vostre indagini, della vostra arte, del vostro insegnamento; non solo perché sia apprezzata nel suo passato, ma perché la sua nuova cultura maturi sul ceppo antico e si attui nella ricerca feconda della verità» (Africae Terrarum, 32). Nel 1969 Papa Montini fu il primo a compiere un viaggio in Sudan, Paese indipendente e ufficialmente islamico dal 1956, poco tempo dopo che il governo sudanese, il 27 febbraio 1964, aveva decretato l’espulsione di tutti i missionari: avrebbero abusato dell’ospitalità concessa dal Sudan, interferendo negli affari sudanesi, e introdotto nel Sud una civiltà e una cultura diverse da quelle delle altri parti del Paese. La minoranza locale cattolica appariva tragicamente minacciata. Il riconoscimento delle sue antiche origini locali ne avrebbe potuto assicurare il rispetto. Rispetto invocato anche da Giovanni Paolo II nel suo breve — ma fortemente voluto — viaggio in Sudan il 10 febbraio 1993. Così egli parla appena sceso dall’aereo, davanti al presidente sudanese, il generale Omar Ahmed al Bashir: «Oltre alla religione locale africana, due grandi tradizioni religiose, l’Islam e il Cristianesimo, sono coesistite in questo territorio per secoli. Oggi è essenziale ricuperare il senso del rispetto reciproco e della cooperazione al servizio del bene comune». Il Papa ricevette un dono altamente simbolico: la riproduzione di una pittura del VII secolo della cosiddetta “cattedrale” di Faras, la capitale del regno cristiano nubiano della Nobadia. Dunque, Al Bashir riconosceva pubblicamente davanti al Papa le origini remote del cristianesimo in terra sudanese. È importante inoltre che anche la comunità cattolica locale, in continuo aumento nonostante le ostilità interne, conosca e riconosca le proprie antiche radici in questa nazione: «È necessario che percepiscano la continuità di questa presenza di Cristo, in modo tale da non soccombere alla tentazione di accettare che, con l’avvento dell’islam, tutto sia andato perduto. E dico loro che sono gli eredi di questa presenza, anche se sepolta e nascosta, e che bisogna farne continua memoria» (padre Vantini). Se infatti nel 1956, con la proclamazione dell’indip endenza del Sudan come Paese musulmano, si annulla ufficialmente la comunità cattolica bianca, ecco che invece continua a progredire un grande comunità cattolica “nera”. La presenza della Santa Sede a Sonqi Tino, sia materiale (in quanto co-finanziatrice) sia pratica (con la presenza di padre Vantini), assume dunque una precisa connotazione. I rapporti delle quattro missioni archeologiche a Sonqi Tino furono regolarmente inviate alla Segreteria di Stato, che veniva così costantemente informata dell’andamento delle ricerche grazie al tramite dei Musei Vaticani, nella persona di Filippo Magi, direttore degli Studi e Ricerche Archeologiche per lo Stato della Città del Vaticano. La chiesa di Sonqi Tino conservava splendide pitture alle pareti in stato frammentario. Si decise nella prima campagna di procedere al loro “strapp o”, l’unica soluzione possibile per “s a l v a re ” la loro memoria. Il lavoro fu affidato ai restauratori Leonetto Tintori da Firenze e Silvestro Castellani da Urbino. Le pitture furono poi inviate a Firenze per il restauro e, prima di far ritorno a Khartoum, furono esposte prima a Roma nel febbraio 1968, in una mostra nell’aula magna del Cnr, e poi a Torino nel Museo Egizio il mese successivo. Fu quella un’o ccasione importante perché «gli studiosi italiani potessero avere una diretta visione di questo materiale, che all’infuori di quello di Faras, conservato a Varsavia, non è frequentemente visibile nei musei europei» (S. D onadoni). Al termine della fortunata stagione archeologica di Sonqi, le autorità archeologiche sudanesi donarono alla Santa Sede una splendida pittura, oggi conservata presso i Musei Vaticani e afferente al reparto per l’Arte bizantino-medievale e moderna, diretto da Anna Maria De Strobel. Altri diciotto frammenti si conservano invece presso il museo universitario romano di via Palestro. Diciannove sono rimasti nel museo di Khartoum. La pittura vaticana rappresenta l’iconografia dei Tre fanciulli nella fornace, ben attestata nella Nubia cristiana. Si tratta dell’episodio della Bibbia (Daniele 3, 1-100) in cui tre fanciulli, Anania, Azaria e Misael, rifiutandosi di adorare un idolo d’oro, così come era stato ordinato dal re Nabucodonosor, furono condannati a bruciare vivi nella fornace. Dopo aver invocato l’Altissimo, un Angelo scese a rendere inoffensive le fiamme, salvandoli. Fu allora che il re babilonese concesse loro la libertà, ordinando che nessuno più profanasse il loro Dio. L’atteggiamento alfine conciliante di Nabucodonosor sia auspicio di eterna serena convivenza nella tormentata terra del Sudan.<br /><br />© Osservatore Romano - 20 febbraio 2012]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 19:33:24 GMT</pubDate>
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            <title>Il Patriarca siro-cattolico, Ignatius III Younan: i cristiani in Siria rischiano molto, il mondo ci aiuti</title>
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            <description><![CDATA[<span style="color: #282828; text-align: justify; font-size: 12px;" id="content2"><img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="1 0 564624" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/medio-oriente/1_0_564624.JPG" height="174" width="250" />Tra le personalità illustri giunte a Roma per il Concistoro vi è stato nei giorni scorso anche il patriarca della Chiesa siro-cattolica, <b>Sua Beatitudine Ignatius III Younan</b>. Il responsabile della redazione araba della Radio Vaticana, <b>padre Jean-Pierre Yammine</b>, gli ha chiesto di descrivere la situazione attuale delle comunità cristiane e cattoliche:&nbsp;<span style="text-decoration: underline;"> </span> <br /><br />R. - Non solamente i cristiani, ma a mio parere tutta la popolazione siriana è molto in ansia per il futuro, perché in Siria c’è una situazione molto complessa: non c’è una sola religione, né una sola etnia ma c’è diversità di religioni, di confessioni, di etnie. Questo si somma al fatto che il potere è retto da un solo partito politico, il “Baas”, cui appartiene la minoranza “alawita”, per cui la maggioranza musulmana “sunnita” ritiene di essere stata messa da parte e trattata ingiustamente e vuole riprendere il potere. Dunque, c’è grande paura che possa deflagrare un conflitto dai connotati religiosi, con conseguenze anche nefaste. Quindi, è una situazione molto difficile per tutti gli uomini e le donne siriani e specialmente per noi cristiani, che viviamo lì da migliaia di anni e ci consideriamo siriani. Parlo come cristiano siriano, perché anche se risiedo in Libano sono nato in Siria, e Libano e Siria mantengono dei legami molto stretti. I cristiani, quindi, si sentono in pericolo e temono davvero che una guerra civile a sfondo religioso possa vederli come prime vittime: questo perché loro non hanno partiti cristiani di riferimento, né posseggono armi, e inoltre sono, possiamo dire, diffusi dappertutto in Siria. Vi sono delle regioni dove la maggioranza è cristiana, ma i cristiani sono sparsi in tutta la Siria e quindi qualora dovesse esserci il caos non vi sarà un governo centrale in grado di controllare. In quel caso, è prevedibile che vengano meno i freni e che dunque le prime vittime saranno i cristiani. Noi speriamo che si arrivi a questo punto: si stanno compiendo degli sforzi sulla scena internazionale, affinché più parti possano sedersi assieme per dialogare e cercare soluzioni più civili. Perciò, noi preghiamo e continuiamo a pregare sperando che la Siria possa oltrepassare questa crisi, aperta già quasi da un anno, e i siriani e le siriane possano trovare veramente un positivo punto d’incontro fra le loro differenze, per costruire una società nazionale più democratica, con molti più partiti. <br /><br />D. - Cosa attende la Chiesa siro-cattolica dall’Esortazione apostolica post-sinodale per il Medio Oriente, alla luce dei cambiamenti nella regione? <br /><br />R. - La Chiesa siro-cattolica, come lei sa, fa parte delle Chiese cattoliche del Medio Oriente. Tutti i cristiani, grazie a Dio, adesso si sentono più uniti e lavorano per una unità più vissuta e più visibile. Ciò vuol dire che possono testimoniare la loro fede assieme senza le difficoltà del passato. Come pure la nostra Chiesa, al pari delle altre, spera che il Santo Padre, grazie alla sollecitudine paterna che nutre verso tutti nel Medio Oriente – cristiani, musulmani e altre confessioni – possa darci la speranza che queste antiche civiltà del Medio Oriente riescano a trovare una loro via verso un migliore sviluppo e soprattutto per il rispetto dei diritti umani. Questo vuol dire libertà non solamente civili, ma in particolare per noi libertà religiosa: un problema che il Santo Padre conosce bene e sa che il nostro futuro di cristiani in Medio Oriente è strettamente collegato a questa difesa delle libertà religiose. C’è il grande pericolo che la gioventù ci lasci per cercare una vita più degna per sé, per i propri figli, le proprie famiglie. Se noi, con l’aiuto della comunità internazionale, non difendiamo questi diritti basilari, rischiamo di venire a visitare queste terre solamente per le loro rovine, come accade in diverse parti della Terra Santa, poiché le comunità cristiane saranno assenti.<br /><br />© <span style="font-family: Arial;" face="Arial"><span style="color: #800000; font-size: small;" color="#800000" size="2"> </span> <a href="http://www.radiovaticana.org"> <span style="color: #800000; font-size: small;" color="#800000" size="2">www.radiovaticana.org</span></a></span> - 20 febbraio 2012<br /></span>]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 13:31:00 GMT</pubDate>
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            <title>Egitto, un vicario per i copti cattolici </title>
            <link>http://www.orientecristiano.com/notizie/in-evidenza/egitto-un-vicario-per-i-copti-cattolici.html</link>
            <description><![CDATA[<img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="naguib2" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/chiesa/naguib2.jpg" width="305" height="250" />Giorgio Bernardelli<br /><br />Un vicario con pieni poteri per guidare la Chiesa dei copti cattolici, dal momento che il patriarca di Alessandria, il <b>cardinale Antonios Naguib</b>, <b>è gravemente ammalato</b> e non può svolgere le sue funzioni. La notizia arriva dal Cairo e dà conto di una scelta che è stata presa nei giorni scorsi dal <b>Sinodo</b> di questa piccola ma oggi estremamente significativa Chiesa d'Oriente. Alcune settimane fa, infatti, il <b>patriarca Naguib</b> - personalità molto nota in tutto il Medio Oriente e in questo 2011 caldissimo per i cristiani d'Egitto voce ferma nell'affermare quanto sia cruciale la questione del rispetto della libertà religiosa - è stato colpito da un ictus e non è attualmente in grado di svolgere il suo ministero. Così i vescovi copti cattolici hanno deciso di <b>affiancargli un vicario che lo assisterà nei suoi compiti: si tratta del vescovo di Assiut, Kyrillos Kamal William Samaan, un frate minore di 65 anni.</b> <br /><br /> Non si tratta di un semplice vice: la <b>designazione è avvenuta ai sensi del canone 132 del Codice dei canoni delle Chiese orientali</b> - il testo di diritto canonico di riferimento per i copti cattolici - che è estremamente preciso nello specificare che si tratta di una facoltà riservata a infermità molto gravi. «Quando la Sede patriarcale - si legge infatti nel primo comma del canone 132 -&nbsp; è per qualsiasi causa così impedita che il patriarca non può comunicare nemmeno per lettera con i vescovi eparchiali della Chiesa a cui presiede, il governo della Chiesa patriarcale, a norma del canone 130, è presso il vescovo eparchiale più anziano per ordinazione episcopale entro i confini del territorio della stessa Chiesa, se lui stesso non è impedito, a meno che il patriarca non abbia designato un altro vescovo o, in caso di estrema necessità, anche un presbitero». Al vescovo <b>William Samaan</b>, dunque, è assegnata una giurisdizione piena, la stessa prevista nel caso in cui la sede di Alessandria rimane vacante. <br /><br /> La malattia del cardinale Naguib è un duro colpo per la comunità dei copti cattolici: una Chiesa formata da appena <b>200 mila fedeli</b> (lo 0,25 per cento della popolazione egiziana) ma che spesso a livello internazionale è diventata voce anche <b>degli altri 8 milioni di copti dell'antica Chiesa </b>locale tuttora non in comunione con Roma. Una comunità che ha conosciuto in questi ultimi anni gravi <b>forme di persecuzione</b> da parte degli estremisti islamici. Oltre alle gravi condizioni di salute del cardinale Naguib, dunque, non è difficile immaginare che nella scelta del <b>Sinodo di ricorrere a questo tipo di soluzione abbia pesato anche la delicatezza della fase politica</b> che si sta vivendo al Cairo e il bisogno di avere una guida in grado di muoversi e farsi sentire anche fuori dal Paese. <br /><br /> Nelle sue prime parole ai fedeli il vescovo Samaan ha invitato i copti cattolici a continuare <b>«a pregare in tutte le chiese per una veloce guarigione del patriarca, affinché possa tornare presto a guidare la nostra Chiesa»</b>. Ed ha aggiunto che seguirà la strada tracciata dal cardinale Naguib «sottolineando l'importanza dell'apertura e del <b>dialogo</b>, soprattutto in questa fase politicamente così sensibile che sta attraversando il nostro amato Egitto». Samaan è nato nel villaggio di Shanaynah nei pressi di Assiut; all'inizio degli anni Ottanta ha studiato a Roma al Pontificio istituto biblico e all'Università Gregoriana. Vescovo dal 1990 ha partecipato in questi anni alle attività sul dialogo tra cristiani e musulmani promosse dalla <b>Fondazione Oasis di Venezia</b>. Dal novembre scorso è anche membro del Comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. <br /><br /> La notizia delle gravi condizioni di salute del <b>patriarca Naguib</b> si intreccia anche con quella del <b>concistoro </b>che si tiene in queste ore a Roma. Il patriarca di Alessandria è infatti una figura molto stimata all'interno del collegio cardinalizio: <b>vicino ormai ai 77 anni</b> (li compirà il 7 marzo), <b>eletto dai vescovi copti nel 2006 alla guida della propria più importante sede</b>, nell'ottobre 2010 è stato il relatore generale al Sinodo per il Medio Oriente prima di essere creato cardinale da Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010. Attualmente è l'unico rappresentante delle Chiese orientali cattoliche tra i cardinali sotto gli ottant'anni e tale resterà anche dopo il 18 febbraio, dal momento che - a sorpresa - <b>dalla lista dei nuovi cardinali annunciata il 6 gennaio scorso è rimasto fuori il patriarca maronita, il libanese Bechara Rai</b>. Nell'ipotesi, dunque, che dovesse tenersi un conclave prima di un nuovo concistoro, è possibile che nessun rappresentante dei cristiani del Medio Oriente sia presente tra i cardinali che nella Cappella Sistina dovrebbero scegliere il nuovo Papa.<br /><br />© <a href="http://vaticaninsider.lastampa.it">http://vaticaninsider.lastampa.it</a> - 18 febbraio 2012]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Sat, 18 Feb 2012 11:39:42 GMT</pubDate>
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            <title>Turchia: speranza dei vescovi per il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica</title>
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            <description><![CDATA[<span style="color: #282828; text-align: justify; font-size: 12px;" id="content2"><img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="turchia11" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/chiesa/turchia11.jpg" width="200" height="100" />La Conferenza episcopale turca chiede al governo di trovare una soluzione per gli immobili della Chiesa latina, sia quelli officiati sia quelli confiscati. Lo ha fatto nel corso di un colloquio svoltosi ieri tra leader e rappresentanti delle diverse comunità religiose della Turchia. <br />
<p><a href="http://www.orientecristiano.com/notizie/notizie-generali/turchia-speranza-dei-vescovi-per-il-riconoscimento-giuridico-della-chiesa-cattolica.html">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:18:44 GMT</pubDate>
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            <title>L’Islam in Nordafrica</title>
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            <description><![CDATA[<span style="color: #282828; text-align: justify; font-size: 12px;" id="content2"><img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="corano-1" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/interreligious/corano-1.jpg" height="270" width="312" />Lo sguardo dell’Occidente si rivolge oggi con grande apprensione verso l’Africa del Nord alla luce dei cambiamenti nei paesi travolti dalla cosiddetta “<i>Primavera Araba</i>”. Questo fenomeno ha portato alla caduta di regimi totalitari che sembravano una volta intramontabili! Si tratta di movimenti molto complessi, che coinvolgono non solo le rispettive società ma si collocano nel quadro molto più ampio delle lotte per gli interessi internazionali.<br />Riusciranno, le popolazioni locali, a “controllare la situazione” e orientare i cambiamenti verso il vero bene delle società? È difficile a dirsi, la situazione è molto complessa. Queste giovanissime democrazie hanno portato al potere partiti di matrice islamica e sono sorte nuove realtà che hanno creato allarmismo specialmente tra i giovani, anche nella parte cristiana delle società locali. Basta guardare ai risultati delle ultime elezioni in Tunisia, Egitto e in Marocco (paese che non è stato scosso dalla Primavera Araba ma sta avanzando seriamente sulla via delle riforme per volontà del Re Mohammed VI). <br />Questi scenari ci portano a dare uno sguardo sull’Islam e sulla sua diffusione nell’Africa settentrionale, tenendo conto che la presenza cristiana in quella regione risale a più di sei secoli prima della nascita dell’Islam, e che le comunità cristiane (cattoliche, ortodosse e protestanti) costituiscono una parte integrante del tessuto sociale locale, una parte significativa della ricchezza culturale dei singoli paesi e dell’intera regione, e non possono dunque essere considerate come un corpo “straniero” o una “presenza” affiliata a “qualcosa” di occidentale, come vengono interpretate da vari movimenti islamici integralisti per motivi legati all’ignoranza o a specifici interessi politici!<br /> Il Nordafrica è una terra di antichissima evangelizzazione. In particolare quella che oggi è l’Algeria ha dato i natali a figure di primissimo piano nella storia del cristianesimo come Tertulliano, Cipriano, Sant’Agostino, Fulgenzio e Facondo. Questa antica presenza scomparve nel 1152 quando si completò la penetrazione musulmana iniziata nel 709. Il Maghreb fu prevalentemente islamizzato, mentre in altre zone dell’Africa esso ha coabitato, non sempre pacificamente, con sistemi di culto locali. <br /> L’Islam occupa un posto preminente nel continente africano, anche a sud del Sahara, per la sua capacità di creare un clima religioso tale da indurre facilmente la conversione. Inoltre, tale religione non è solo un fenomeno religioso ma anche culturale, perché schiude le porte alla ricca cultura arabo-musulmana. In un'epoca in cui i legami tra gli individui e le grandi famiglie sono sempre più allentati, l'Islam svolge poi una funzione sociale non indifferente: il musulmano trova facilmente appoggio ed assistenza da parte dei suoi correligionari, anche grazie al fatto che in tale religione è praticamente assente la distinzione in classi sociali.<br /><br />L’islam ha sviluppato un suo profilo originale e “personalizzato”, inserito nelle diverse componenti locali delle varie regioni: <b>L'area egiziana</b>, dove si è sviluppata da tempo una cultura arabo-islamica, modello per tanti paesi, benché la permanenza cristiana sotto la forma copta sia molto presente. <b>L'area maghrebina</b>, dove la faticosa sintesi arabo-berbera e il decisivo incontro-scontro coloniale con i francesi hanno gettato le basi per un Islam arabo occidentalizzato aperto e conservatore allo stesso tempo, con una tendenza all'intransigenza e una permanenza delle solidarietà religiose in forme classiche di confraternite o in forma moderna di associazioni. <b>L'area nilotica</b>, dove la ricerca di una fusione tra cultura araba e cultura africana continua a generare sussulti religiosi e politici.<br />In <b>Marocco</b>, la maggior parte dei cittadini professa l'Islam. Oltre ai musulmani, sono presenti nel paese circa 60 mila cattolici, perlopiù francesi, e 15 mila ebrei. Sebbene il re sia considerato discendente del Profeta e "Principe dei credenti", la legislazione è notevolmente laica, in particolare con un codice di diritto di famiglia (<i>Mudawana</i>), riformato nel 2004, che tutela le donne molto più di quanto non faccia la legislazione a base islamica di altri Stati a maggioranza musulmana. Anche l'uso degli alcolici, sebbene vietato dalla legge coranica, non è punito dalla legge marocchina. Inoltre, è molto seguito il calendario occidentale per cui nelle città più importanti, o più turistiche, spesso è la domenica, e non il venerdì, il giorno di riposo. <br />In <b>Algeria</b> la maggior parte della popolazione (all'incirca il 99%) è di fede islamica. Il restante 1% si divide tra cattolici ed ebrei. La Chiesa cattolica è presente sul territorio con un'arcidiocesi e tre diocesi. I cattolici sono circa 5.000 persone. <br />In <b>Tunisia</b> Circa il 98% della popolazione è di religione musulmana. Oltre alla minoranza di fede ebraica (1%), è presente anche una piccola componente di credenti di fede cristiana (1%), per lo più discendenti di coloni francesi ed italiani. <br />In <b>Libia</b> la confessione islamica è stata proclamata religione di Stato nel 1970. I musulmani (per lo più sunniti) sono circa il 97%, i cristiani sono circa il 3% e di questi circa 40.000 sono cattolici. La maggioranza della popolazione araba e arabo-berbera è sunnita. <br />In <b>Egitto</b> la maggior parte della popolazione è musulmana, con una percentuale che varia dal 90 % fino all'80 % a seconda delle fonti; il rimanente 10 - 20 % è costituito in gran parte da cristiani, di cui la maggioranza appartiene alla chiesa copta. Esistono piccolissime minoranze di ebrei (resto di una antichissima comunità fiorente fino alla metà del XX secolo), di bahá'í e di atei o agnostici. In Egitto c’è anche una comunità cattolica appartenente principalmente alla Chiesa cattolica copta che si è separata dalla Chiesa copta ortodossa ed è in comunione con la Chiesa di Roma. La formazione di comunità cattoliche copte in Egitto nasce dall'opera di predicazione svolta prima dai Francescani minori, quindi dai Francescani cappuccini, che nel 1630 fondarono una missione al Cairo, seguiti nel 1675 dai Gesuiti. Nel 1824 la Santa Sede creò un patriarcato per i cattolici copti, che però esisteva soltanto sulla carta. Le autorità ottomane permisero ai cattolici copti di costruire chiese proprie a partire dal 1829. La popolazione musulmana in Egitto è in grande prevalenza sunnita mentre la minoranza è sciita. Per Costituzione, un ministero dello Stato controlla le moschee, la formazione degli Imam (secondo la scuola sunnita hanafita) e l'Università Al-Azhar, la più prestigiosa dell'Islam sunnita; in compenso, ogni nuova legislazione civile non può essere contraria alle leggi dell'Islam.<br /><br /><b>L'Africa può diventare un esempio per il resto del mondo per quanto riguarda la convivenza pacifica e il dialogo tra le religioni, soprattutto con l'islam. L'esperienza di dialogo tra le religioni si vive quotidianamente in Africa, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. La religione in Africa “</b><b><i>non è qualcosa di separato dalle altre attività dell'esistenza. È lo stile di vita</i></b><b>”</b>: lo ha sottolineato monsignor Isizoh, membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Il dialogo si basa sulla vita e sulla cooperazione, “<i>in cui ogni persona esprime gli ideali della sua religione: essere buoni vicini, onesti, mostrare sollecitudine verso chi è in difficoltà, mettere denaro e capacità a disposizione del bene comune del villaggio, partecipare al processo decisionale per il progresso della società, cercare di lottare contro la criminalità</i>”.<br />Nell’Esortazione Apostolica Postsinodale <b>“</b><b><i>Africae Munus</i></b><b>”</b>, il Papa Benedetto XVI si sofferma sul dialogo interreligioso nel continente e scrive: “<i>Esorto la Chiesa, in qualsiasi situazione, a perseverare nella stima dei «musulmani che adorano un Dio unico, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini». Se tutti noi credenti in Dio desideriamo servire la riconciliazione, la giustizia e la pace, dobbiamo operare insieme per bandire tutte le forme di discriminazione, di intolleranza e di fondamentalismo confessionale. Nella sua opera sociale, la Chiesa non fa distinzione religiosa. Essa aiuta chi è nel bisogno, sia egli cristiano, musulmano o animista. Testimonia così l’amore di Dio, creatore di tutti, e incoraggia i seguaci delle altre religioni ad un atteggiamento rispettoso e ad una reciprocità nella stima. Esorto tutta la Chiesa a ricercare, mediante un dialogo paziente con i musulmani, il riconoscimento giuridico e pratico della libertà religiosa, così che in Africa ogni cittadino possa godere non soltanto del diritto ad una libera scelta della propria religione e all’esercizio del culto, ma anche del diritto alla libertà di coscienza. La libertà religiosa è la via della pace</i>”.<br />La posizione della Chiesa cattolica è chiara. Ma è una sfida di tutte le componenti sociali, quella di elaborare un modello di società civile radicato nelle ricchezze della cultura e della tradizione religiosa, la quale esprime la dignità delle persone, che fanno parte della più larga società civile e delle strutture degli Stati della regione.<br /><br /><i>A cura della redazione araba della Radio Vaticana.</i></span><br /><br />© <span style="font-family: Arial;" face="Arial"><span style="color: #800000; font-size: small;" color="#800000" size="2"> </span> <a href="http://www.radiovaticana.org"> <span style="color: #800000; font-size: small;" color="#800000" size="2">www.radiovaticana.org</span></a></span> - 14 febbraio 2012]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:17:23 GMT</pubDate>
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            <title>Cresce in Russia la comunità ebraica</title>
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            <description><![CDATA[<img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="RUSSIA F 0318 - Rev. Lazar Medvedev" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/news-6/RUSSIA_F_0318_-_Rev._Lazar_Medvedev.jpg" width="322" height="216" />MOSCA, 15. Il numero degli ebrei che vivono in Russia è molto più alto di quello che risulta dai censimenti svolti nel 2002 e nel 2010 e, attualmente, potrebbe arrivare a sfiorare il milione di unità: è quanto ha affermato Alexander Boroda, presidente della Federazione delle comunità ebraiche in Russia, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a Mosca, lunedì 13, durante una pausa dei lavori del Congresso di questa organizzazione. Secondo l’esponente della comunità ebraica in Russia, i censimenti del 2002 e del 2010 hanno indicato, rispettivamente, circa duecentotrentatremila e centocinquantamila cittadini russi che hanno dichiarato di appartenere alla religione ebraica. Queste cifre risultano ora largamente sottostimate anche considerando il fatto che l’emigrazione ebraica dalla Russia verso Israele e altri Paesi occidentali è attualmente ferma e, anzi, si accentua il numero dei rimpatri volontari. Nel corso dei lavori del Congresso, i rappresentanti della comunità ebraica di Mosca hanno chiesto alle autorità della capitale di concedere i permessi per la costruzione di almeno cinque nuove sinagoghe in aggiunta alle cinque attualmente aperte al culto. Durante un dibattito tra Berel Lazar, rabbino capo di Russia, e Sergey Sobyanin, sindaco di Mosca, si è ribadita la volontà da parte delle autorità civili di aumentare i luoghi di preghiera disponibili per il mezzo milione di membri della comunità ebraica residenti nella capitale. I dirigenti della Federazione delle comunità ebraiche in Russia hanno annunciato che nei prossimi anni verranno aperte nuove scuole ebraiche mentre il «Museo della tolleranza » dovrebbe aprire la sua sede a Mosca il 4 novembre. In alcune dichiarazioni rilasciate nel corso dei lavori del Congresso, Borukh Gorin, portavoce della Federazione delle comunità ebraiche in Russia, ha affermato che le recenti proteste di piazza hanno messo in evidenza la posizione di primo piano raggiunta dai movimenti nazionalistici. Secondo il portavoce «l’aspetto più sgradevole del malcontento pubblico attuale è il fatto che l’ideologia nazionalista è ora diventata molto più accettabile per vari strati sociali». Borukh Gorin ha anche sostenuto che «durante le proteste dello scorso dicembre abbiamo visto camminare insieme persone che fino a poco tempo prima nessuno avrebbe potuto mai immaginare che potessero mettersi su uno stesso piano; le abbiamo viste felicemente marciare in cortei che procedevano su file molto vicine». «Questo fenomeno — ha continuato — manifesta una tendenza molto pericolosa perché può significare che un nazionalismo di basso livello è diventato ora abbastanza accettabile per la massa». Nel corso del Congresso ha preso la parola il reverendo Vsevolod Chaplin, presidente del Dipartimento sinodale per i rapporti tra Chiesa e società del Patriarcato di Mosca. Nel suo intervento, il rappresentante ortodosso ha sottolineato che «il Patriarca Cirillo presta particolare attenzione ai dialoghi interreligiosi in Russia e in tutta la Comunità degli Stati indipendenti e ha sentimenti molto cordiali per la comunità ebraica russa».<br /><br />© Osservatore Romano - 15 febbraio 2012]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 09:01:37 GMT</pubDate>
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            <title>Dopo 70 anni di ateismo di Stato, in Russia la religione a scuola «torna ad essere obbligatoria»</title>
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            <description><![CDATA[<span style="color: #993300;"><em><img style="margin: 5px; border: 3px solid #e7f7de; float: left;" alt="MedvedevPutinKirill" src="http://www.orientecristiano.com/images/stories/oriente-cristiano/MedvedevPutinKirill.jpg" width="300" height="216" />Intervista a Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana, che spiega a tempi.it perché Putin ha firmato il decreto che impone nella scuola dell'obbligo l'ora di religione: «In Russia si riconosce finalmente in modo pubblico che la religione è fondamentale anche per l'uomo russo, che è in profonda crisi. Il contrario di quello che avviene in Occidente».</em></span><br /><br />«Dopo 70 anni di ateismo in Russia si riconosce pubblicamente che religione e fede sono aspetti fondamentali della struttura umana e per questo vanno insegnati. Se vogliamo, è l'inverso di quello che succede in Occidente». Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana&nbsp;e direttrice dell’edizione russa della rivista <em>La Nuova Europa</em>, commenta così a <em>tempi.it </em>la notizia dell'emanazione, il 28 gennaio, di un decreto governativo che impone l'ora di religione nella scuola dell'obbligo, quindi alle elementari e alle medie.<br /><br /><strong>Dall'ateismo di Stato all'ora di religione. Com'è accaduto?</strong><br />La Chiesa chiede da tempo di poter essere presente nella scuola, pubblicamente. Il decreto è frutto di una lunga lotta durata dieci anni tra Chiesa e Stato. Nelle sperimentazioni fatte, l'insegnamento è durato solo un quadrimestre ma speriamo che diventi annuale da settembre. In Russia l'ora di religione non sarà come in Occidente: avrà carattere culturale e si intitolerà "fondamenti della cultura ortodossa". Ci sono quattro insegnamenti tra cui scegliere: ortodossia, ebraismo, buddismo e islam. Il cattolicesimo non c'è perché non è riconosciuto tra le religioni tradizionali nella legge sul culto religioso. La famiglia potrà, in alternativa, chiedere l'etica laica.<br /><br /><strong><strong>Come è andato l'anno di sperimentazione?</strong></strong><br />Diciamo che non sempre è riuscito. Anche alcuni figli di credenti o di preti non hanno scelto l'ortodossia. Questo perché la Russia ha tanti problemi: rischia come in Occidente di cedere a un laicismo secondo cui solo l'insegnamento dello Stato sarebbe neutrale, mentre quelli religiosi sarebbero invece di parte. Peccato che un insegnamento neutrale non esista e anche l'etica laica non lo è. Ora, è vero invece che mancano ancora gli strumenti adatti: ci sono pochi preti, pochi insegnanti e mancano i libri di testo. Alcuni anni fa è uscito un manuale di fondamenti culturali dell'ortodossia, che era sostanzialmente un'accusa contro tutte le altre religioni: era intollerante e inadeguato. Mancano però anche gli insegnanti: in epoca sovietica bisognava insegnare materialismo e ateismo e molti di quelli che lo insegnavano si sono riciclati come maestri di "religione".<br /><br /><strong><strong>Se l'insegnamento zoppica perché ritiene questo decreto una svolta?</strong></strong><br />È fondamentale perché dopo 70 anni di ateismo in Russia si riconosce pubblicamente che religione e fede sono aspetti fondamentali della struttura umana e per questo vanno insegnati. Se vogliamo, è l'inverso di quello che succede in Occidente, dove l'aspetto religioso tende ad essere confinato sempre di più nel privato. Qui, invece, cominciamo ad aprire alla sfera pubblica.<br /><br /><strong><strong>Se la Chiesa chiedeva da 10 anni di introdurre la religione nelle scuole, perché l'ha ottenuto solo ora?</strong></strong><br />Perché siamo alla vigilia di elezioni che rappresentano un grosso punto interrogativo per la prima volta nella storia della Russia. Sono una reale possibilità di cambiamento. Nelle elezioni parlamentari del quattro dicembre scorso, il partito di Putin, nonostante i colossali brogli elettorali, ha avuto una pesante caduta e la gente è scesa in piazza a protestare. Putin è quindi costretto a fare una vera campagna elettorale e nei primi di febbraio si è incontrato con i capi di tutte le chiese a Mosca e ha promesso mari e monti. Poi, come si sa, il Patriarca ortodosso si è fatto portavoce di tutti annunciando il suo appoggio a Putin. La Chiesa chiedeva da anni questo decreto e arriva adesso sicuramente per una mossa elettorale. Non sarà il massimo, ma sarebbe stupido buttare il bambino con l'acqua sporca.<br /><br /><strong>La Russia è passata dall'eliminazione della religione dalla società all'ora di religione obbligatoria. Un bel cambiamento.</strong><br />Sì, frutto di due parabole: quella della Chiesa e quella dello Stato.<br /><br /><strong>Partiamo dallo Stato.</strong><br />Il primo ad aprire seriamente alla religione è stato Michail Sergeevič Gorbačëv, che l'1 dicembre 1989 ha anche incontrato Giovanni Paolo II. Poi Yeltsin ha fatto una legge davvero molto ampia sulla libertà di culto e di coscienza nel 1991. La seconda del '97, invece, è stata più restrittiva e ha eliminato di fatto il cattolicesimo dal computo delle grandi religioni tradizionali secondo lo Stato russo. Il rapporto tra Chiesa e Stato è cresciuto però sempre di più, con il governo che cercava di piegare a sé la Chiesa. Putin, infine, si è ritrovato un paese in crisi, non solo economica, ma soprattutto umana e familiare. I problemi dell'alcolismo e della tossicodipendenza erano enormi. Ha pensato di chiedere aiuto alla Chiesa, perché moralizzasse la società.<br /><br /><strong>E la Chiesa?</strong><br />Ha innanzitutto pensato a ricostruire i luoghi di culto e le strutture "materiali", perché negli anni '90 non era rimasto quasi più niente. Il patriarcato di Alexi II si è dedicato alla ricostruzione della Chiesa. Due anni fa, quando Kirill è diventato patriarca, c'è stato un cambiamento: la Chiesa si è dedicata all'educazione dell'uomo e del cristiano. Ha messo mano a una grande riforma, con molti limiti, che però ha il merito di aver rimesso al centro il problema educativo. È grazie a questa riforma se si è arrivati all'insegnamento nelle scuole».<br /><br /><strong>La Chiesa vuole tornare a mostrarsi in pubblico?</strong><br />Sì, ha capito che il cristianesimo deve essere tale davanti alle sfide del mondo, in pubblico. E può sfruttare ancora una certa autorità morale che la Chiesa gode tra la gente.<br /><br /><strong>I russi hanno bisogno di questo ritorno pubblico del cristianesimo?</strong><br />Sì, faccio solo un esempio. A fine novembre una reliquia della Madonna è stata portata in Russia dal monte Athos. Un milione di persone sono rimaste in coda, con diversi gradi sottozero, per una settimana, 24 ore su 24, arrivando a formare fino a nove chilometri di fila, per vederla. Tutto ciò sarà anche sentimentale, magari, patologico, esagerato, ma il popolo russo ha ancora una domanda profonda di senso che aspetta una risposta e che la crisi dell'uomo che attraversa oggi mette in evidenza.<br /><br /><strong>La Chiesa dunque ha una grande occasione con l'approvazione di questo decreto. Saprà sfruttarlo?</strong><br />Speriamo, anche noi cattolici salutiamo la novità come positiva. Certo, i cristiani stessi, proprio come in Occidente, dovranno essere educati e abituati a guardare la positività di un cristianesimo presente nella società. Il lavoro più difficile ora è capire quale tesoro enorme abbiamo tra le mani e come farlo fruttare al meglio.<br /><em>twitter: <a href="https://twitter.com/#%21/LeoneGrotti">@LeoneGrotti</a></em><br /><br />© <a href="http://www.tempi.it">www.tempi.it</a>]]></description>
            <author> webmaster@orientecristiano.com (Oriente Cristiano)</author>
            <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 08:44:45 GMT</pubDate>
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